ottobre

"Il mio pensiero e la mia materia, le lacerazioni che si producono all'interno, nel tracciato della mia macchina e nell'accensione dei diversi commutatori, mi tengono anche vicino alle cose e ai fatti che camminano intorno a me" Paolo Volponi, La macchina mondiale
domenica, giugno 29, 2008

Storia di una sera

Questa è la cronaca di un sabato sera, del sabato sera di ieri. Ci sono cose che mentre le vivi ti sembra che valga la pena di raccontarle, e ti sembra che ti siano capitate perché vengano scritte. È la mia piccola, misera gomorra di quartiere, figlia di un numero di ore – dalle dieci fin verso le tre – passate sulla Panda nera di un amico, Ste, a girare intorno a Milano con un satellitare, un pacchetto di sigarette, due vescichette dietro la caviglia e un satellitare tedesco che quasi non conosce la parola «sinistra».

È andata così. Comincia con me che chiamo Ste per sapere se ha dei programmi per la serata, verso le otto. «Veramente sì» dice «Avrei da fare una roba di lavoro. Devo fare dei sopralluoghi in giro per Milano. Se vuoi puoi venire con me». Ste lavora per una delle associazioni più conosciute da queste parti: organizzano moltissimi eventi, tra cui il Milano Film Festival e altra roba che francamente non mi ricordo. «Sopralluoghi di che?» chiedo. «Niente di speciale: dobbiamo andare in sei/sette piazze di Milano dove da luglio allestiremo dei cinema all’aperto, e controllare che le ubicazioni dei tombini dell’AEM e dell’acquedotto corrispondano alle piantine che ci hanno dato». Mi sembra un’idea divertente, un sabato sera alternativo. «Che piazze sono?» chiedo «Baggio, l’Astronave della Barona, Gratosoglio, Ponte Lambro, Martesana, Villa Litta ad Affori, Quarto Oggiaro». C’è tutta un’idea di rivitalizzazione delle periferie, palazzi dell’Aler e generico degrado, che passa anche attraverso il fatto che il Comune finanzia queste associazioni che propongono iniziative culturali e gratuite, da fare in posti dove abitualmente si pensa non ci sia un’offerta culturale valida. Si punta sulle periferie considerandole (scopriremo poi che non è così vero, perché in molti dei posti che abbiamo attraversato c’erano concerti, happening e iniziative proposte dai comitati di quartiere) territori culturalmente vergini e relativamente liberi, spazi da colonizzare portandovi un po’ delle mode del centro. Sono cose che mi lasciano perplesso, perché partono dal postulato che posti come la Barona siano tabule rase, e che in ogni caso sia efficace allestirvi qualche cosa che non tenga conto delle specificità territoriali, ma che sia solo una riproposta leggermente meno fighetta di quello che succede normalmente alle Colonne di San Lorenzo.

In ogni caso, nella calura, accetto la proposta di Ste. Ci infiliamo in macchina in zona Rho verso le dieci di sera, dopo aver recuperato le piantine, la macchina fotografica digitale e il satellitare a casa sua.  È difficilissimo uscire da casa di Ste: si è appena trasferito a Lucernate, un posto di cui non conoscevo l’esistenza prima di un mese fa; vive in una via che non ha nome e che non è ancora asfaltata. Il satellitare impazzisce subito, non sa dove siamo. Cerca continuamente di buttarci sull’autostrada, che noi vogliamo evitare. Facciamo tre volte il giro della stessa rotonda, finché non decidiamo di non ascoltare la voce della signorina che ci guida e di tirare dritto, aspettando che il computerino riprogrammi il percorso. Alle dieci di sera, negli svincoli appena fuori dalla casa di Ste, nelle vicinanze della tangenziale, è già tutta un’imperlata di puttane slave, semivestite e a volte bellissime.

Arriviamo a Baggio che c’è il problema della fontana. È la piazza dello Zoe, un locale di cui molti mi hanno parlato, ma che non avevo mai visto. Il problema della fontana è questo: è nel centro della piazza, l’acqua piove all’insù direttamente dalla terra. E’ spenta, ma c’è una grande macchia d’acqua ancora viva del diametro di tre metri in un punto dove comunque andranno messe le sedie per gli spettatori. Ste dice che è un problema, bisognerà avvisare il Comune che, per la sera del cinema, tengano spenta l’acqua. Chiediamo alle persone se sono del quartiere, e se sanno a che ora viene spenta la fontana. Troviamo una ragazzina piena di piercing che ci dice che le pare la spengano verso le otto, «ma potrebbe anche essere che no». Ste fotografa con la digitale la colonnina dell’AEM e il tombino dell’acquedotto. La piazza è piena di ventenni truccati, maschi e femmine, come i poster di queste rockstar nuove, che non si capisce se siano metal o punk o grunge o qualchecosa di nuovo che non ho più l’età per identificare. Non mi rivedo per niente in queste persone, non mi riconosco. Eppure anche io ascoltavo rock e in un mio modo dimesso seguivo le mode. Di sicuro non avrei mai speso dei minuti per pettinarmi o truccarmi, però. E non faccio tuttora attenzione all’abbinamento dei colori.

Lasciamo Baggio che l’aria comincia a rinfrescare, ed è bello stare in macchina con i finestrini abbassati. Non abbiamo la radio, i nostri discorsi sono interrotti dalla voce della navigatrice, che alle rotonde svolta sempre a destra. La fibbia del sandalo nuovo continua a scavarmi la carne della caviglia, che è protetta da un cerotto.

Alla seconda tappa, comunque, ci so arrivare. Ci sono stato poco tempo fa per vedere uno spettacolo teatrale di un’amica: era anche quello un sabato, e mi ricordo che per fare quella decina di chilometri di tangenziale che ci separano dalla Barona ci abbiamo messo quasi un’ora, per via di una grandinata biblica che ci ha costretti a camminare a trenta all’ora per tutto il tragitto. Mi ricordo che non si vedeva niente, ci fermava la vista un muro d’acqua impressionante che è scomparso di colpo poco prima dell’uscita, come se qualcuno avesse tirato una linea immaginaria oltre la quale non è consentito piovere.

L’Astronave della Barona è piena di gente, anche lì c’è ormai un locale abbastanza noto che funge da attrattore di persone e di iniziative. «Ste» dico «Ma in questi posti c’è un sacco di gente. Qui ci sono un teatro, un locale dove ogni tanto si suona, c’è movimento, un viavai continuo di persone. A quest’ora c’è più vita qui che in duomo. Siete sicuri che siano proprio le periferie quelle da rivitalizzare?»

L’Astronave ha la sua forma circolare, messa di sghembo rispetto ai palazzi. Non ci riusciamo a orientare bene e facciamo fatica a trovare i nostri tombini e le nostre colonnine. Le troviamo in un punto molto vicino a dove abbiamo parcheggiato, e siamo un po’ disorientati. Ste scatta le foto, io mi segno il numero di lampioni che dovranno essere spenti tra Astronave e parco. Ci viene da ridere: pensiamo a quelle scene di Amici miei in cui i quattro arrivano in un paesino con in mano delle carte, gli elmetti e degli strumenti, si mettono nella piazza centrale e cominciano a fingere che lì passerà l’autostrada, che di là ci sarà lo svincolo, e un po’ più sotto il Grand Hotel. Qualcuno effettivamente ci guarda strano: cosa cazzo stanno facendo questi due tipi a quest’ora con delle cartelle su cui segnano qualcosa e una digitale con cui fotografano i tombini?

Programmiamo il satellitare per arrivare in via Saponaro, a Gratosoglio. Come molte delle arterie periferiche milanesi, via Saponaro è lunga e ritorta. Fa una serie di curve e di ritorni in mezzo ai caseggiati tutti uguali, e il risultato è disorientante. Ste non ha gli indirizzi precisi dei posti che dobbiamo vedere, ha delle stampe dall’alto delle singole aree urbane, dove non sono segnate tutte le vie. Le zone che ci interessano sono cerchiate, ma non c’è mai un’indicazione precisa. Sappiamo che la via più grossa vicino al posto di Gratosoglio è appunto Saponaro, e come al solito digitiamo il numero civico 1. «Almeno ci arriviamo, poi il posto lo cerchiamo a piedi». Gratosoglio è una piccola importazione della lontana periferia moscovita: caseggiati enormi, bianchi o marroni, file di grattacieli gemelli scrostati e poveri, e parchi, parchetti, aree gioco sfasciate, baretti e panchine dove siedono branchi di sfatti, extracomunitari dall’aria annoiata e colpevole. Si sente nell’aria l’eco delle voci del concerto dei Linea 77, che suonano qui stasera nel contesto della manifestazione GratoSoul. Scendiamo in via Saponaro 1. C’è gente in giro, adolescenti italiani in piccoli gruppi, vecchi coi cani, nordafricani soli. Fermiamo un gruppetto di ragazzi, mostriamo loro la nostra mappa del quartiere, chiediamo. Una ragazzina bellissima, con gli occhi trasparenti e le guance piene, ci indica quello che secondo lei è il posto. Ma nessuno ci sa realmente indicare il punto giusto, perché questo è un quartiere tutto uguale, sviluppato in modo quasi casuale e cospirativo lungo il corpo serpentesco di Saponaro. Arriviamo in un parco dove c’è una tensostruttura. C’è poca gente, un gruppaccio strimpella classici dei Beatles. C’è un’atmosfera dimessa in mezzo ai grattacieli popolari. Ogni tanto mi devo fermare, e separare la fibbia del sandalo sinistro dall’area del tallone dove c’è la pelle viva, coperta dal cerotto che per il caldo si appiccica alla pelle della scarpa. Ma alla vista, il posto è bellissimo: enormi corpi di cemento armato sormontati da parafulmini, verde, campetti per il basket, sedi dell’anagrafe chiuse da serrande e il buio intorno. Parlo un po’ a Ste del quartiere di Mosca dove ho vissuto qualche anno fa per un paio di mesi. Richiediamo informazioni. Ci viene detto di costeggiare una cancellata, di infilarci in mezzo ai grattacieli e noi lo facciamo. Dopo una ventina di minuti di girovagare siamo finalmente nel posto dove a Ste piacerebbe programmare Independence Day. Quasi non si riesce a vedere l’ultimo piano dei palazzi, mentre i suoni del concerto dei Linea 77 rimbombano sulle vetrate. «Chissà dove diavolo è il concerto?» ci chiediamo. Facciamo i nostri rilievi, ci segniamo quello che dobbiamo segnare. Giriamo di nuovo intorno ai grattacieli, ma nella direzione opposta, perché ho idea che per di lì si faccia prima a raggiungere la macchina. Sulla strada, in mezzo alle case, incontriamo all’improvviso due tralicci dell’alta tensione. Così, nel giardinetto d’ingresso di un palazzo. All’altezza della nostra faccia c’è il cartello di metallo con scritto ATTENZIONE! PERICOLO DI MORTE, e c’è intagliato il teschio con le ossa incrociate. Ci fermiamo un attimo, interdetti. Ste scatta una foto e mi guarda con gli occhi in fuori: «Ma è pericoloso!» dice «Sono matti, hanno messo i tralicci vicino alle finestre! Non è a norma, queste cose qui ti uccidono!». Immagino che una persona con un braccio molto lungo possa uscire sul balcone e – tirandosi un po’ – possa arrivare a toccare con la punta delle dita il traliccio più vicino. Una persona la mattina si sveglia, apre le finestre, si affaccia e osserva la probabile causa della sua malattia e della sua morte immobile nel giardino.

I tempi di percorrenza da un posto all’altro, da una periferia all’altra, sono, per la signorina che ci guida, sempre intorno al quarto d’ora. Milano è una città minuscola, rappresa, tutta chiusa su se stessa. Senza traffico non è una metropoli, ecco perché i milanesi vanno in giro solo in macchina e amano stare in coda: per crearsi l’illusione di vivere in una grande metropoli dell’Europa meridionale. Arriviamo velocemente a Ponte Lambro facendo un pezzo di tangenziale est. Ci buttiamo in vie e in zone che non ho mai visto, mentre parliamo del più e del meno, dall’Italia di Lippi alle nostre situazioni sentimentali. Gli racconto come vanno le cose in università, della casa che sto cercando. Ste insegna spagnolo via mail a una sua ex collega di Milano. Le fa lezione via mail una volta al giorno. Ci inquieta un po’ l’umanità che incrociamo nell’avvicinarci all’anfiteatro sulla Martesana. Ci sono due macchine della polizia ferme nel parco, stanno controllando i documenti a un gruppo di ragazzi in scooter. Passiamo loro di fianco convinti che ci fermeranno, invece ci lasciano passare, ci lasciano fotografare i luoghi, l’AEM e l’acquedotto. C’è un’aria ferma, di desolazione e di violenza, ed è ormai quasi l’una. Puntiamo su Affori, la penultima tappa del nostro giro. Ste è nervoso, si è innervosito alla Martesana. Ci sono passate di fianco un paio di facce un po’ così, c’era la polizia, c’era qualcosa di ostile e contrario. Ad Affori tutti guidano – chissà perché? – molto nervosamente, continuano a farci le luci e a mandarci affanculo. Noi abbiamo una Panda con una ruota – o sono i freni? – che cigola un po’, non sappiamo gli indirizzi e non conosciamo i luoghi. Ogni tre quattro minuti il satellitare ci avvisa che sta per spegnersi, perché si allenta la presa dello spinotto nell’accendisigari. «Ma non potevi portarti una cartina?» dico – io sono partigiano della carta, sempre. «Tanto non sapevo gli indirizzi» risponde Ste «e comunque guarda che ‘sto coso funziona più che bene. Ci sta portando sempre dove dobbiamo andare». Facciamo qualche giro a vuoto per Affori, finché non inquadriamo, nel dedalo di sensi unici, l’entrata probabile di Villa Litta. «Io qui ci farei un classicone» dice Ste «Mi sembra la cornice ideale. La villa vecchiotta e tenuta male, la terra battuta, il vialetto con il giardino dietro». Facciamo due passi nel vialetto sterrato, è fresco e si sta bene. Con un po’ di voglia, si possono scoprire a Milano dei luoghi che possono finire per appartenerti. Siamo stanchi, anche se è molto divertente stare in giro, e vedere questa Milano liminare e spesso mai vista.

Ci sediamo in macchina: per una questione logistica, abbiamo lasciato come ultima tappa Quarto Oggiaro. Mi accendo una sigaretta, ci guardiamo. È l’una e mezza passata. Ste è ancora molto nervoso, nessuno dei due è realmente tranquillo. «A Quarto Oggiaro… a quest’ora di notte» dice uno di noi due. Ste si ricorda che nel posto dove dobbiamo andare – perché lo conosce, ci è già stato una volta. Anzi, a un certo punto comincia a fare tutto un discorso che non ho capito sul fatto che lui, a Quarto Oggiaro, ci veniva a prendere il pane. A Quarto Oggiaro? A quindici chilometri da casa! –, si ricorda, insomma, che nel posto dove dobbiamo andare l’altro ieri hanno fatto una retata. «Hanno portato via un po’ di gente, giravano pure gli elicotteri e… c’era Raul Bova» «Raul Bova?» «Ma sì… deve fare qualche telefilm sulla polizia o giù di lì, se lo portano in alcune missioni per farlo impratichire sulle azioni. Almeno così ho letto». Insomma, ci diciamo, vediamo com’è la situazione, forse il quartiere in questo momento non è molto tranquillo, e non è esattamente il massimo che due tipi si presentino in piena notte a fare foto e a segnarsi cose in un dossier a due giorni di distanza da una maxiretata.

Partiamo. «Al massimo non scendiamo dalla macchina» dice Ste «tiriamo dritto». Queste zone un po’ le conosco, ci passo in treno tutti i giorni e mi ci sono perso un paio di volte in macchina, quando decido di seguire l’istinto e di svoltare a caso per vedere «cosa c’è di là». Ma nel centro di Quarto non sono mai stato. Entriamo in un vialone lungo e dritto, in tutto e per tutto uguale a quelli che abbiamo attraversato per tutta la sera. La signorina meccanica vuole che svoltiamo a sinistra (si è finalmente ricordata questa parola, e sono quasi le due) e poi a destra. Arriviamo a destinazione. È lo spazio dove hanno girato Fame chimica. Adesso sono definitivamente inquieto anch’io. Mentre cerchiamo parcheggio e ci passiamo davanti, i fari di una vecchia Citröen si accendono; percorriamo la via Capuana in mezzo a due file di macchine parcheggiate strette. Non c’è spazio per la nostra Panda, dobbiamo rifare il giro. Spengo il satellitare e lo metto sotto il sedile. Uno scooter con a bordo due ragazzi vestiti di verde, senza casco, ci sta davanti per un tratto. Il passeggero si tiene al sedile e continua a girarsi verso di noi. Tagliamo per una via sulla destra. In fondo, si vede lo spazio di Fame chimica con le sue case popolari a ferro di cavallo e la fila di portici con i negozi e gli ingressi delle scalinate. Qui ci stanno i casalucesi. Parcheggiamo dietro la Citröen, che adesso ha il motore e i fari spenti. Al posto di guida c’è una ragazza (o una donna, non ho visto bene) che sta fumando. Parcheggiamo, e lei accende motore e fari. Io e Ste ci guardiamo, ci stiamo accorgendo di tutto, anche se in realtà non riusciamo a capire se ci sia veramente qualcosa di cui dobbiamo accorgerci. I due in scooter ci passano di fianco, lentamente. Hanno rifatto il giro e hanno buttato l’occhio su dove eravamo. Ste tra i denti dice che secondo lui questi qui sui motorini è gente che fa le ronde. Ci sentiamo al centro di un’attenzione quasi burocratica dal tanto che è efficace, ma non sappiamo se ce la stiamo immaginando o è reale. Siamo in mezzo alle case. La piantina dice che per trovare acqua e AEM bisogna attraversare tutto lo spazio, infilarci in un portico e superare il più lungo dei palazzi. «Lo dobbiamo fare davvero?» chiedo «Vediamo. Ormai siamo in mezzo. Magari niente foto» dice Ste. Non c’è nessuno, e ormai siamo qui, tanto vale fare quello che dobbiamo fare. Trovo sulla pianta la zona dove andrà messo lo schermo. Ste tira fuori la macchina digitale e scatta una foto, nonostante quello che ha appena detto. La luce del flash mi illumina la faccia. «Hai fotografato me?» chiedo «Sì, ci sei anche tu» dice.

Dal fondo del cortile compare la figura di un ragazzo che butta la cicca e si avvicina a grandi falcate. È magro e piccolo, con i capelli biondi tagliati cortissimi. Per un attimo non sappiamo se fare o no finta di niente e ci guardiamo. Poi è lui a parlare: «State facendo delle foto?» chiede. Guardo Ste di traverso. Il tizio assomiglia a Pisellì, o forse sono suggestionato. In fondo, nel punto di intersezione tra due palazzi, compare un altro ragazzo, più grosso di Pisellì e vestito da rapper. Spieghiamo per sommi capi la faccenda dei sopralluoghi. «A me non interessa cosa fate» dice Pisellì «L’importante è che nelle foto non ci sia io». Qui Ste ha la buona idea di avvicinarlo ancora di più e di fargli vedere un po’ di scatti. Nel frattempo gli raccontiamo dei posti dove siamo stati stasera. Da quando abbiamo cominciato a parlare c’è meno tensione nell’aria. Intanto si avvicina anche l’altro ragazzo: «Ma voi proprio a quest’ora del sabato venite qui a fare le foto?» chiede. Rispondiamo dicendo che era l’unica sera possibile, che sono quattro ore che vaghiamo per le periferie di Milano e che essendo di Saronno ci siamo lasciati Quarto come ultima tappa. Sembriamo convincenti, nel nostro candore. Improvvisamente Pisellì riconosce Villa Litta di Affori «Ci sono stato!» dice. Questo è il momento in cui capiamo che forse tutto filerà liscio. Ste – secondo me sbagliando, come gli dico poi in macchina – dice che se è un problema mette via la macchina fotografica. Spieghiamo ai due che dobbiamo andare dall’altra parte del palazzo, e nel frattempo, per dare un tono professionale, dico a Ste che abbiamo raggiunto il punto dove verrà posizionato lo schermo. «E fatecelo fare pure a noi, il film!» dice Pisellì. «No, non hai capito:» dico «non dobbiamo fare un film; qui metteremo giù delle sedie, si farà un cinema all’aperto!» «Ah, vabbé» risponde Pisellì, che forse per un momento ci aveva davvero sperato – lui che quando qui hanno girato Fame chimica era troppo piccolo per partecipare. Ci salutano e ci dicono di non metterci troppo tempo, e a questo punto siamo definitivamente tranquilli. Ci buttiamo dall’altra parte del palazzo, troviamo subito la colonnina AEM. Pisellì e il suo amico compaiono all’improvviso, ci stanno a distanza, fingono di bere da una fontanella. Io e Ste parliamo a voce alta, chiara, di robe tecniche che ci inventiamo sul momento per rassicurarli sulle nostre buone intenzioni.

«Siamo due cretini» ci diciamo poi, una volta tornati in macchina. Abbiamo appena dato la buona notte a Pisellì e al suo socio, che immediatamente dopo sono spariti dietro i portici. La tizia della Citröen non c’è più, insieme alla sua macchina. Forse ha passato il testimone, o forse sono paranoie nostre. «Siamo due cretini, cazzo, ci è andata bene!» «E comunque» dico «forse è stato meglio arrivare qui come ultima tappa, a notte piena…» «Perché?» «Immagina di venire qui alle 10, e trovare, invece che due persone, cinquanta! Immagina di dover spiegare a cinquanta persone che – a due giorni da una retata – due imbecilli arrivano a fotografare le colonnine dell’AEM per proiettare un film a luglio! Immagina che ce ne sia anche uno che per una qualsiasi ragione del cazzo non ci crede!» Ste accende la macchina, ci avviamo per tornare a casa. Ricompare quasi subito uno scooter che ci sta di fianco per qualche decina di metri. Entrambi ci confessiamo che per tutto il tempo che siamo stati nello spazio con Pisellì e il suo amico ci siamo sentiti come in torto. Abbiamo avuto la sensazione di invadere un territorio e un mondo, di essere per un quarto d’ora il centro dell’attenzione di un sistema diverso, e di turbarne gli equilibri. Ci siamo sentiti stupidi e invadenti, chissà perché? È una brutta sensazione che ci prende tutto il viaggio di ritorno, accompagnata dall’idea di essere stati seguiti, monitorati e scannerizzati per tutto il tempo in cui siamo stati lì. Siamo stati al centro delle loro comunicazioni e delle loro preoccupazioni, e magari all’inizio ci hanno pure scambiati per sbirri in borghese. «In ogni caso» chiedo alla fine a Ste «Cosa cazzo ve ne fate della connessione con l’acquedotto per proiettare un film?» Ride: «Perché lo schermo su cui proiettiamo è uno schermo portatile, gonfiabile» risponde «Ci sono quattro specie di cubotti – si chiamano plinti – che vengono riempiti d’acqua e attaccati con delle funi ai quattro angoli dello schermo, e funzionano come delle specie di zavorre. Stabilizzano lo schermo e di conseguenza l’immagine, e non si può mica pensare di riempirli con l’acqua di una fontanella!»

Siamo sulla statale, sono le due e mezza e siamo sfiniti. Ste va molto piano, ci sono moltissime puttane, slave anche qui, e moltissime macchine che si fermano per guardare la merce e contrattare. Ci sono tante Milano, con ritmi diversi, facce diverse e strade uguali, e miserie uguali. Facciamo qualche commento sul fatto che cose come quella di stasera si fanno a diciott’anni. «Ci è andata bene… però è stata una bella serata!» «Io mi sono divertito un casino» «Sì, ci siamo divertiti».

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categorie: luoghi, inesperienza
venerdì, giugno 27, 2008

Il cortocircuito

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/giustizia-3/ok-immunita/ok-immunita.html

http://www.corriere.it/politica/08_giugno_27/verdrami_berlusconi_intercettazioni_a21d2d3c-440e-11dd-b2f6-00144f02aabc.shtml

Da qualche mese - lo si sarà notato - mi capita spesso di pensare alle caratteristiche del potere. Non c'è un ragione particolare, semplicemente va così.
Non voglio commentare queste due notizie, perchè sono al lavoro e non ne ho il tempo necessario. Forse farò un pezzo più elaborato in uno di questi giorni.
b***lusconi ce l'ha fatta, ce la sta facendo, e noi siamo inermi, fermi, deconcentrati. Addirittura si permette di dire che viviamo in un regime, e nessuno nota il cortocircuito. Mettete in relazione le due notizie.
Il momento è nero.
postato da: tereso alle ore 10:28 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: mondo
giovedì, giugno 26, 2008

Io mastico

Ho ricominciato I demonî di Dostoevskij. Ieri notte, quasi d’istinto. Parlandone con L. mi sono accorto che è moltissimo tempo che non leggo cose dello zio Fëdor – come lo chiamavamo ai tempi dell’università. I Demonî è l’unico tra i grandi romanzi dostoevskijani che ho letto una volta sola (e nel novero dei grandi romanzi metto ovviamente anche quel prodigio assoluto che sono le Memorie dal sottosuolo). In un certo senso, mi sento in debito nei confronti di questo libro. So che è una cosa stupida, ma Dostoevskij è uno dei miei padri, e c’è sempre una forma di debito e di gratitudine nei confronti dei padri. Dostoevskij è un uomo a cui penso. Così, facendo altro, a volte mi viene in mente quella sua faccia scavata e rossiccia, quello sguardo fisso che rimandano i ritratti e le fotografie degli anni in cui componeva i grandi romanzi. dostoevskijAlle volte mi capitano situazioni in cui mi vengono in mente le sue frasi, i suoi personaggi, e tutt’oggi non riesco a pensare alla Russia senza immaginarmela piena dell’atmosfera che lui ha creato.

Dostoevskij è un dono che abbiamo avuto, e io non lo voglio sprecare.

Ho letto solo il primo capitolo, perché ero molto stanco. Me lo ricordavo molto noioso – cosa che Dostoevskij non è mai – una lunga ed estenuante parabola biografica su Stepan Trofimovič e Varvara Petrovna, del tutto propedeutica alle detonazioni che dal capitolo due fanno letteralmente esplodere il romanzo. Io ho letto I demonî per la prima e l’unica volta che avrò avuto ventuno, massimo ventidue anni. Allora non leggevo quasi nulla che non fosse stato scritto nell’Ottocento (è sbagliato e stupido, lo so, ma non finirò mai di ringraziare il mio snobismo postadolescenziale di quegli anni). Con lo sguardo dei trent’anni, quel primo capitolo – che è rimane introduttivo e propedeutico – è già micidiale: quella lingua operosa (ché è operoso lo stile di Dostoesvkij: è lo stile di un uomo che si siede e si mette all’opera, che «lavora»), l’ironia bonaria ma anche inflessibile nei confronti dei due personaggi principali, e quella cosa sotterranea, quella sensazione di tumulto e di nascita che riesce a emergere dai pochi passi dedicati alla presentazione di Šatov e di Stavrogin, più evocati che rappresentati, ma già in piena festa, in piena rivolta. I demonî è un capolavoro che si «sente» già tutto nelle prime trenta pagine propedeutiche.

Ma non voglio parlare di Dostoevskij – non si può parlare di Dostoevskij perché Dostoevskij ha detto tutto e io non sono in grado di parlare di tutto. Volevo soltanto dire che l’ho ricominciato, che sono felice. Dostoevskij. Ho fatto fatica a dormire. Nella stanza faceva più caldo, ho spalancato la finestra e la porta, mi sono messo in mezzo all’aria corrente. Nel primo capitolo non succede niente, ma c’è già quella lingua, quella voce, quel modo di raccontare che non mi ero dimenticato, che avevo tenuto in recesso della memoria, in qualche fibra o tessuto che consciamente non so di avere. Ho fatto fatica a prendere sonno perché, nell’immaginazione, ho masticato Dostoevskij a lungo, ieri sera, mi sono ripetuto le sue frasi e ho inventato altre frasi che la sua voce avrebbe potuto dire.

postato da: tereso alle ore 12:10 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: letteratura, inesperienza
mercoledì, giugno 25, 2008

Brevissimo elogio di Sergio Nelli

ricresciteestinzioneHo un'ammirazione istintiva per Sergio Nelli, una cosa che va al di là del tipo di persona che è e di quello che scrive. Gli voglio bene. Sergio possiede la facoltà di mostrare le cose da un altro lato, immergendole in una specie di magma fatto di immaginazione, filosofia e incanto. Sergio ha un panciotto, un cappellaccio, un bastone e una valigia piena di cose. E' una figura poetica, stralunata, fumantina, che sembra appena uscita da un libro di Collodi. Questa è una qualità e un talento. E' uno dei pochi scrittori che conosco a incarnare, per me, una delle caratteristiche più affascinanti della letteratura: l'artigianato. Sergio è un grande artigiano della parola, dell'emotività, dell'immaginazione.
postato da: tereso alle ore 12:47 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: letteratura
giovedì, giugno 19, 2008

La vergogna

Duce. di Tiziano Scarpa. Una volta, ma non era molto tempo fa, la gente che votava a destra se ne vergognava: non lo diceva, o, al limite, lo ammetteva tra i denti, senza guardare direttamente negli occhi. Erano epoche belle, dove non pioveva mai, i mandorli erano in fiore e le ragazze sorridevano ciabattando nei parchi. Oggi sembra invece una qualità. Viviamo in una fase culturale pesantemente involuta. Detto in italiano: «Siamo un popolo di merda».

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Se guardo il telegiornale, mi capita di provare a fare la conta di quante volte ricorre la parola «sicurezza» nei servizi e nei lanci da studio. Tolte le congiunzioni, gli articoli e la parola Europei – che avrà però vita breve, soprattutto se ci capiterà di uscire ai quarti – la parola «sicurezza» è la cosa che – declinata in varie forme – trova in assoluto più spazio. Detto in tutta onestà, io non mi sento insicuro. Non ho paura. Giro, faccio sostanzialmente quello che mi pare, e non credo che ci siano orde di albanesi con il coltello tra i denti pronte a sfondarmi la porta di casa. Appartengo a quella categoria di persone a cui non è mai stato rubato il portafogli, e che fuori dalla cucina non ha mai visto un coltello. Io questa emergenza, questo peggioramento non lo vedo. Le raccomandazioni che mi faceva mia madre negli anni Ottanta quando andavo a giocare al campetto erano, come tono e numero di vocaboli, le stesse che la mia vicina di casa fa ai figlioletti quando li lascia «scendere». Ma mia madre non era terrorizzata.

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L’emergenza è più in alto. L’emergenza è sempre più in alto. Se ne parla un po’ qui, e non ho niente da aggiungere.

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La paura è questa: molti di noi non si accorgono – o fanno finta di non accorgersene, il che è molto peggio – di quello che sta succedendo. Nessuno è sceso in piazza contro il tentativo di militarizzazione di Roma, Napoli e Milano. Per me è una cosa inaudita. Forse non lo faranno, e una grande spinta in questo senso l’hanno data le proteste della polizia. LE PROTESTE DELLA POLIZIA. Siamo un Paese assurdo, lo siamo sempre stati. Io mi immagino di girare per strada, magari in Paolo Sarpi – che per inciso entro pochi anni verrà pedonalizzata, infighettata, la comunità cinese verrà dislocata e diventerà la solita via senz’anima e senza nerbo – e di vedere questi gruppetti di soldati (con annesso poliziotto). Mi immagino che entro qualche mese questo genere di incontri diventi la normalità. Mi immagino che entro cinque anni da 2.500 i miliziani diventino 5.000, e che entro dieci anni diventino 10.000, e in nome della sicurezza in dodici anni 12.000, entro vent’anni 20.000, poi 25.000, 30.000, 40.000, in nome della sicurezza. Mi immagino che tutto questo sia recepito come normale. Ci si abitua a tutto, ma soprattutto al peggio.

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Che cos’è la sicurezza? È la protezione della proprietà privata. L’abbiamo ridotta a questo. È la protezione della proprietà privata, è la libertà di andare al centro commerciale il sabato pomeriggio, è la possibilità di possedere un satellitare da 15.000 euro e di continuare a possederlo – cioè che non ti venga rubato. È la tranquillità, strade deserte, pulite. La sicurezza è una lunga strada bianca, priva di pericoli, che conduce verso un luogo dove andare a fare acquisti, senza che ci sia il rischio di incrociare, in mezzo ai palloncini colorati, una faccia nera e sporca, una barba, un vestito liso rubato ai contenitori della Caritas.

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La sicurezza è una forma sociale di normalizzazione. La migliore delle italie possibili è, secondo questo nuovo concetto di sicurezza, bianca, cattolica, con una medio-alta capacità di acquisto, con un gusto estetico mediocre, un tasso di scolarizzazione medio, due televisori, i pranzi la domenica, il sabato all’Auchan e all’IKEA, i week-end in Liguria.

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Stanno tutti facendo finta di niente o non c’è nessun allarme nella faccenda della limitazione delle intercettazioni? Io non sono in grado di entrare giuridicamente nel merito della questione, però mi pare che sia la spia di una deriva e di una vergogna che non mi sento di non rilevare. Basta vedere un quarto d’ora de Il divo – tanto per rimanere sulla stretta attualità – per capire che il Potere ha sempre operato e lavorato all’ombra di se stesso, che la storia recente d’Italia è una storia del non detto, del traffico sotterraneo in nome della ragion di Stato. Oggi la ragion di Stato è sulle prime pagine dei giornali. il Potere per la prima volta ha la faccia tosta. A breve mi aspetto che il b***usconi di turno vada in tv e dica: «Insomma, mi stanno rompendo i coglioni su questo, questo e quest’altro, questi bastardi comunisti di merda! Io c’ho le mie cose da fare! Sciogliamo la magistratura! È vecchia! È corrosa [termine mio, N.d.R.]! Ci pensiamo noi!» Mi immagino che la sciùra applauda. Quante volte ho sentito, in questi mesi e in questi anni, persone anche a me vicine sostenere che insomma, bisogna lasciarlo pur lavorare, no?, e se la magistratura gli mette i bastoni tra le ruote come diavolo fa a provare a governare?

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Io credo che all’Italia e agli italiani, oggi come oggi, si possa fare e far credere tutto. Tutto. Si può far accettare con gioia persino la militarizzazione delle strade, si può portare sulle prime pagine le contrattazioni per la vendita della compagnia aerea, si può dire che la mafia non esiste. Basta dirlo con il sorriso, indossando la giacca e la cravatta e dando l’idea di essere una persona molto impegnata. In quale paese un degramamticato come Tosi avrebbe spazio sulle televisioni? E perché poi? Qui ce l’ha, e fa opinione.

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Come si comporta, come funziona il Potere oggi? Come un non-Potere, come una forma di azione basata sul consenso – e dunque sulla menzogna della partecipazione popolare alla prassi decisionale. A me questa sembra una cosa evidente e tragica. Io non ho nostalgia per le forme tradizionali di Potere, beninteso, ma quando mi sveglio la mattina non ho nemmeno tutta questa voglia di farmi prendere allegramente per il culo. Perché nessuno se ne accorge? Perché lo scandalo di questi giorni non tormenta le notti degli italiani?

*

Poi vedo sempre più spesso gente che gira a piedi o in motorino portandosi dietro una radio accesa – tra l’altro SEMPRE con musica orrenda. È una cosa che mi turba, perché succedeva nei primi anni Ottanta, ed era pure una roba di importazione. Sono passati trent’anni e questa cosa è già ritornata. Piccole bande di ragazzini tamarri con il culo fuori dai jeans che sono la riproposta – negli atteggiamenti, nella spocchia e nella cifra spesa per i vestiti – dei paninari e degli altri gruppi modaioli decerebrati di quando io ero bambino. Vedo sempre più sessantenni girare agghindati come gli impiegati del Secondo tragico Fantozzi. File alle fermate dei tram con signore piene di buste di plastica e di anelli finti, con le acconciature vagamente stinte ma vaporose. Se vado in giro, l’umanità che vedo è goffa, derivata. Mi dà una costante sensazione di impoverimento, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di fantasia, di invenzione e di proposta. Tutto mi sembra, cromaticamente e qualitativamente, la brutta copia di quando io ero bambino. Non so se è vero, ma l’idea che non mi riesco a togliere dalla testa è che siamo totalmente immersi in una fase di regresso.

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categorie: mondo
lunedì, giugno 16, 2008

Il diavolo nel caffè

Ho trovato, nei commenti al mio pezzo di settimana scorsa Pausa caffè, un pezzo di Luca Di Fulvio, che signorilmente sorvola sulla violenza con cui l’ho trattato pur non conoscendolo e dice la sua sull’argomento che lo riguarda così da vicino. Siccome la risposta mi  è venuta un po’ lunga, e il tema mi sembra interessante, lo metto a forma di post, riproponendo anche lo scritto di Di Fulvio.

Caro Andrea, sono Luca Di Fulvio. Mi permetto di scriverle perché evidentemente mi sono espresso male al tg de La7 oppure lei ha male interpretato (naturalmente non entro nel merito della mia mediocrità di scrittore). Mi veniva chiesto se la letteratura era ancora letta, se non ricordo male. Quello che ho volevo rispondere era molto diverso da quello che riporta lei (o che ha compreso per mia poca chiarezza). Io penso di aver detto che gli editori dovevano smetterla di piagnucolare sui libri che vendono poco e occuparsi in maniera più efficace (e manageriale, perché no) dei libri nei quali credono e tralasciare i libri gadget. Questo esclude i big (commerciali o no) che sono gli unici sui quali fanno investimenti finanziari (a rischio zero). La cultura in Francia, per esempio, ha coniugato qualità con guadagno e questo non fa che aumentare le possibilità di tanti autori di essere conosciuti. E soprattutto aumenta il numero di lettori (in Italia siamo pochissimi). Nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere. Escluso Joyce, l'elenco che lei fa (Gadda, Leopardi, Shakespeare, Dante) è di autori "commerciali" e "popolari". Autori che non hanno solo avuto grandissimi consensi dai loro contemporanei ma che soprattutto hanno dimostrato che scrivere in "volgare", se si ha talento, è la forma meno razzista possibile, letterariamente parlando. A me preoccupano gli intellettuali, che parlano con la testa e non con la pancia. Gli autori che lei cita erano l'esempio perfetto di chi vuole comunicare con il maggior numero possibile di lettori/spettatori. E, in più, avevano il dono della genialità.
Io capisco la sua invettiva purista. E francamente (anche se sono il diavolo, nelle sue parole) la condivido pienamente. La sottoscrivo. Ma insisto a pensare che gli editori, soprattutto quelli potenti, dovrebbero lottare per portare in superficie - proprio perché ne hanno i mezzi - tutta quella letteratura che pubblicano solo per ragioni di bilancio, abbandonandola a se stessa, e facendola morire. Mondadori pubblica circa un libro al giorno. Lei (e tutti noi) viene a conoscenza di quanti titoli? Venti? Forse sono addirittura troppi. E gli altri 340? Morti. Stampate 2000 copie, 1500 al macero. Ma a loro (gli editori) basta, a fine anno, dire in consiglio d'amministrazione che hanno stampato 360 libri. Come sono andati non frega un cavolo a nessuno. Ecco, tra quei morti e dimenticati, io credo che debbano per forza esserci dei buoni libri, degli scrittori di talento. Se gli editori si prendessero cura "managerialmente" di quei dimenticati, di quei reietti, qualcuno di loro potrebbe riuscire a mostrare il proprio valore e, soprattutto, a continuare a scrivere. Io purtroppo (checché lei ne pensi) non appartengo ai big raccomandati. Tutto quello che riesco a fare è frutto del mio impegno. E lo faccio con abnegazione. E se ero al tg è stato solo perché la redazione ha trovato buono il mio libro, non perché Mondadori ha fatto pressioni (magari, mi verrebbe da dire egoisticamente). Purtroppo i tempi degli autori a cui lei si riferisce sono cambiati. Oltre agli editori che non credono più nei libri ma costruiscono solo "casi", c'è un pubblico che è cresciuto a tv e messaggi pubblicitari. Tutto il resto muore. Quello che volevo dire, in definitiva, era che gli editori dovrebbero prendersi cura molto di più della letteratura nell'unica maniera di cui sono capaci (purtroppo): il commercio. Se fossero bravi commercianti con i buoni libri forse ci sarebbero meno "casi" e più scrittori (il che non prevede che io sia necessariamente in questa categoria, stia tranquillo, non ho intenzione di obiettare al suo giudizio a priori).
Mi scusi il lungo pippone, io di solito non intervengo mai nei blog, ma sentivo nella sua passionalità un che di sincero, che non andava sprecato.

 

Caro Luca,

 

anzitutto la ringrazio per il tono civile con cui risponde alla mia sbrodolata di insulti e invettive. Spero di riuscire a chiarire nel corso di questa risposta al suo commento le motivazioni del mio attacco di bile, e a dimostrarle – cosa del resto perfettamente vera – che, non avendo mai letto qualcosa di suo, non è direttamente alla sua persona e al suo lavoro che mi riferivo, ma a una sorta di attitudine che da tempo ritrovo e, nel mio piccolo, cerco di combattere. Il fatto che io sia incappato nelle sue parole su La7 e che me la sia presa con lei è del tutto contingente, e i toni accesi e violenti del mio intervento – che, mi rendo conto è insultante, e pertanto me ne scuso – sono in realtà rivolti a un’idea che in quel momento lei ha per me rappresentato. Tutto qui. Leggendo la sua risposta, credo di avere più chiaro il suo punto di vista, e spero di riuscire a commentarlo in modo intelligente e sobrio. Insomma, non è lei a essere il diavolo. Del resto mi pare che tutto ciò le sia perfettamente arrivato, quindi non è necessario che mi dilunghi oltre. Per inciso, dopo che ho scritto il pezzo, mi ha chiamato un amico dandomi più o meno del coglione: «Perché te la prendi con Di Fulvio?» ha detto «Guarda che il suo libro è bello, e che non pare il tipo di persona che tu dipingi». Ma tant’è.

Comincio così: in uno scambio di mail con un amico scrittore, più o meno negli stessi giorni in cui me la sono presa con lei, si è un po’ parlato della situazione dell’editoria italiana, e lo si è fatto in questi termini: lui ha pubblicato finora due libri, e sta per pubblicare il terzo; il primo di questi due libri è uscito per una casa editrice milanese di medie dimensioni, molto conosciuta e stimata, circa un anno fa. Il secondo è uscito a gennaio di quest’anno per una casa editrice torinese neonata e pressoché sconosciuta, con enormi problemi di budget e molte difficoltà nella distribuzione. Il discorso verteva sul fatto che quasi tutti (stampa compresa) considerano il secondo libro migliore del primo, ma che il pubblico leggerà e ricorderà, di questo mio amico scrittore, solo il primo. Il tono della sua mail era: «Sai, io sono contento di aver fatto un libro con ***, perché ci hanno creduto e perché io credo in loro. Ma so perfettamente che in Italia si fa (per certi versi lo faccio anch’io) l’equazione casa editrice piccola = libro scadente». La mia risposta è stata una ripresa di un vecchio adagio di Antonio Moresco, al quale più di una volta ho sentito dire che le logiche editoriali, il marketing, per certi versi (ma solo per certi versi, eh) la distribuzione, la reale presenza nelle librerie sono tutti fattori di secondaria importanza nei confronti dell’opera e del suo autore: «Qualcuno si ricorda per caso il nome degli editori di Kafka? In quante copie e come è stato stampato e diffuso Delitto e castigo? Queste cose non contano! È l’opera che rimane! È l’autore che rimane!» Ora, va da sé che, vivendo nel mondo, sono perfettamente in grado di capire che un discorso del genere – per quanto sia cosa buona e giusta – rientra in una visione per così dire militante e romantica della letteratura, e che a tutti frega di essere curati, stampati, distribuiti e riconosciuti, e che tutto questo è una cosa legittima e doverosa. Però ritengo che un discorso come quello di Moresco – che è in sostanza il mio di Pausa caffè – sia un punto di vista assolutamente imprescindibile da parte di uno scrittore. Mi è capitato spesso, nel corso di questi ultimi anni, di trovarmi a presentazioni o tavole con alcuni suoi colleghi scrittori, e di sentire, in forme più o meno accese, un discorso come quello che io ho capito che lei ha fatto al tg di La7. Ne sono sempre uscito con un senso di disgusto – non c’è altra parola. Molto spesso, parlare con uno scrittore significa parlare di fascette, di copie, di edizioni, di copertine e tutto l’indotto commercial-pubblicitario costruito attorno a un’opera. Ho sviluppato una profonda avversione nei confronti di questa tipologia di persone, la cui attitudine da copywriter è quanto per me di più lontano e distante da qualunque forma di letteratura. Qualcuno mi potrebbe obiettare: «Lo faceva anche Balzac!». Rispondo: «Sì, ma poi tornava a casa e buttava giù le Illusioni perdute».

Durante il telegiornale, lei ha fatto due cose, di cui una legittima e una su cui, credo, occorre – da parte degli scrittori – che venga posta un’attenzione quasi pari a quella con cui si revisiona un testo: la cosa legittima è presentare il proprio libro; la cosa su cui invece mi aspetto un’attenzione e una cura particolari è il discorso sul sistema editoriale, sull’andamento delle cose, sull’effettiva possibilità di una riconquista di territori da parte della letteratura. Quando lei dice – riprendo dal suo commento – che gli editori dovrebbero occuparsi in maniera più efficace dei libri nei quali credono, io ho un fremito, e questo fremito ce l’ho perché lei non mi spiega che cosa significa quell’«efficace». Quello che è efficace per uno scrittore (lo studio, la solitudine, l’esercizio, l’invenzione, la capacità prefigurativa di saltare al di là delle solite logiche sistemiche, il guizzo, lo stile, la voce) non è necessariamente efficace anche per l’azienda che lo vende e lo distribuisce, anzi. Non ho mai onestamente capito qual è il confine reale tra un libro in cui l’editore crede e un libro in cui l’editore è portato a credere dal riscontro di pubblico o dal rientro pubblicitario (si potrebbe citare, anche solo nell’ultimo anno solare, almeno una dozzina di esempi lampanti, ma non lo farò). Non sono del tutto convinto che «nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere»: conosco qualcuno che, in epoche recenti, si è visto rifiutare un buon libro da un editore con la seguente motivazione: «Niente male, ma non è Faletti!». Gli autori che io cito e che lei riprende sono commerciali e popolari oggi, non lo erano nella maniera più assoluta all’epoca in cui vivevano e scrivevano (resta tra l’altro da capire se per assurdo il Ministero togliesse Dante e Leopardi dai programmi scolastici quanti editori si rimetterebbero ancora a stampare non dico la Commedia o i Canti, ma il De vulgari o i Paralipomeni). Anzi: per certi versi questi scrittori erano controcorrente e invisi alle logiche di sistema in cui operavano ed erano inseriti, e almeno parte della loro grandezza risiede nel fatto che se ne fregavano. Pensi poi a tutti quegli autori soggetti a beatificazione postuma (mi viene in mente Morselli) – cosa assolutamente insopportabile, oggi come oggi, dal mercato, la cui regola d’oro è: o vendi entro tre mesi oppure col cazzo che ti diamo una seconda chance. Pensi a Joyce, che ha girato mezza Europa in cerca di un impiego mentre scriveva l’Ulisse, e che l’ha pubblicato a Parigi grazie a una ragazza combattiva e lungimirante e che, in seguito, ha anche dovuto sopportare un processo per pornografia!

È inutile girarci intorno: oggi come oggi i lettori sono molti di più che nell’Ottocento, non fosse che per il grado di alfabetizzazione. Il fatto che lei abbia trovato in rete il mio pezzo, che l’abbia letto e che io le stia rispondendo, è la spia di una possibilità di diffusione e ricezione delle proprie cose che fino a pochi anni fa era impensabile. Tutti però siamo d’accordo nell’attestare che lo stato di salute delle nostre lettere sia – uso un eufemismo – quantomeno instabile. Come possiamo spiegare tutto questo? C’è più mercato, la gente legge poco ma legge molto di più rispetto agli anni Sessanta dell’Ottocento. Però negli anni Sessanta dell’Ottocento c’erano Dostoevskij, Tolstoj, Hugo, Maupassant. Com’è possibile? Ovviamente le risposte a questo problema possono essere migliaia: mi viene però il sospetto che, se se ne discutesse assieme, alla fine tutti converremmo almeno sul fatto che una parte di responsabilità sia da imputare alla macchina del mercato e alla sua capacità di comprimere e livellare verso la cosa più facile, più vendibile e priva di veri scossoni.

Non riesco a capire come una cura «manageriale» potrebbe risolvere il problema: dal mio punto di vista, è proprio nel termine «manageriale» che sta il problema. Quando l’editoria intesa come la intendiamo noi non esisteva, o esisteva in una forma più vicina all’artigianato, il mercato del libro era fatto da quegli autori il cui valore assoluto oggi è sinonimo di noia e vendite basse. Sto naturalmente generalizzando, ma da quando è arrivata l’industria, la gente diventa matta per le Kinsella e i fabivolo e se ne frega – salvo rari casi, vedi McCarthy – di quello che tra duecento anni nel migliore dei mondi possibili dovrebbe essere studiati a scuola.

C’è poi il discorso della tv, della pubblicità, e qui le do ragione. Sono candidamente convinto che se invece di fare pubblicità alla merda la si facesse all’oro tutti comprerebbero l’oro, perché è l’offerta che determina la domanda. Conviene di più farla alla merda, però, perché si fa meno fatica e non si rischia niente.

Resta che per me la letteratura non è e non deve essere una questione commerciale, mai. Nell’idea che lei esprime – che, ora ho capito, vien fuori da un intento nobile – non è preso in considerazione il rischio che le cose, una volta affidate a un’idea commerciale del mondo, si imbastardiscano ulteriormente. A me sembra che lei faccia questo discorso perché si sente come al cospetto di una fine: si pubblica troppo, si legge poco, si fa avanzare solo la fuffa, tutto se ne va a quel paese, e pur di non perdere gli scrittori, pur di non perdere la letteratura, trattiamola con un sistema commerciale che abbia una forte base etica – se così posso dire -. Le rispondo dicendole che secondo me non siamo alla fine, che il peggio deve ancora venire, e che ho molta paura di un discorso che permette al mercato di entrare tout court nelle lettere, soprattutto se fatto da uno scrittore. Già il libro è ormai un prodotto come un altro. Almeno teniamoci un piccolo spazio di opposizione.

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categorie: letteratura
domenica, giugno 15, 2008

Una piccola, stralunata epica dell'oralità

poema"Le lenticchie con il loro lardo, quando si sciolgono in bocca, sono qualcosa che non ci resiste nessuno, neanche i profeti; perché sono meglio della terra promessa".
E' un libro da gustare piano, centellinando la lettura dei capitoli come fossero le portate di un lungo pasto narrativo che viene preparato e portato al lettore un po' alla volta, in maniera quasi casuale e distratta. Chissà perché mi viene in mente Fielding? Non cercate - nel Poema - una logica, una consequenzialità narrativa, un impianto solido e rigoroso, ché sarebbe tradire l'intento di Cavazzoni e la sua vocazione di cantastorie: è un libro stralunato, celatiano negli intenti, costruito su un patto narrativo affabulatorio e popolaresco, carnevalesco negli intenti e nella lingua. Sono storie inverosimili, rivisitazioni comiche (i pezzi su Garibaldi e sui Borboni sono dei piccoli capolavori di comicità e letteratura "orale"), giochi, che piano piano costruiscono una piccola epica della vocalità - se si può dire -, una cantata della pianura padana e delle sue persone, portate su un piano onirico e immaginifico. E' sospeso tra il sogno e il mito, racconta storie incoriniciandole in una storia che non c'è - perchè la storia di Savini è un pretesto e una scusa, e in definitiva non ha senso e non lo cerca. E' come quando ci si sedeva sul letto e il nonno cominciava a raccontare di quando faceva il pane, o prendeva la bicicletta per andare al fiume, e c'era la guerra, o non si sapeva se era finita. Solo che il nonno di Cavazzoni ha una capacità di visione e una fantasia fuori dal comune, e le sue affabulazioni si nutrono di canti popolari, di sogni, di lune nei pozzi, di uomini che vivono nelle tubature dei lavandini, di condottieri ammattiti, di bellissime cameriere/gallo, di carcerati con proboscidi giganti, di prefetti che vagano per la provincia in cerca di storie e di vite da raccontare. Ecco, il piacere di raccontare, di (farsi) ascoltare, di porre e di porsi davanti all'incredibile, all'inverosimile, a delle possibili declinazioni strambe della vita, di riconoscersi soggetti a incantamento e di lasciarvisi trasportare fuori dalle logiche e dalle cornici: questo è il Poema dei lunatici.
Fellini ci trasse il suo - altrettanto poetico e stralunato - La voce della luna.
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categorie: letteratura
lunedì, giugno 09, 2008

Pausa caffè

Non ho mai letto una riga di Luca Di Fulvio, e non credo che lo farò mai. Credo sia uno scrittore mediocre, la cui produzione sia riassumibile nell’espressione “solita roba”. Come faccio a saperlo? Bisogna per forza pasteggiare con la merda per sapere che non è buona? Tra l’altro è una specie di giallista, e a me in genere non frega niente di scoprire chi è l’assassino. Ieri sera, però, visto che è appena uscito per Mondadori un suo libro che si chiama La gang dei sogni, era ospite in televisione, al tg de La7. Gli ho sentito dire una cosa, una sola. Questa – grossomodo: «Le case editrici dovrebbero cominciare a ragionare in termini aziendali, manageriali [ma non lo fanno già?, N.d.R.]. Il libro è una cosa che deve essere venduta, bisogna avere delle strategie precise come si hanno in tutte le grandi aziende.» Il concetto era che solo con una pianificazione di tipo esclusivamente economico il libro può fare mercato e la gente può finalmente ricominciare a leggere.

L’unica cosa che mi è venuta da dire, tra me e me, è stata un istintivo «Pianifica il tuo culo», non la letteratura. La gente queste puttanate le ascolta, e magari ci crede. Fremo, perché so che il mondo della letteratura e della cultura – o come diavolo li si vogliono chiamare – muore e si svilisce tra le mani di queste nullità che non si rendono nemmeno conto di quello che dicono. Se la letteratura, nel corso dei secoli e dei millenni, fosse stata sempre soggetta a queste regolucce di mercato – che spariranno nel giro di un paio di generazioni, per essere sostituite da qualcosa di diverso, di più evoluto e sicuramente peggiore, ma in ogni caso MAI più potente e imperituro della parola – noi non avremmo avuto Leopardi, e Gadda, e Joyce, e Shakespeare, e la Commedia. Chi cazzo ti pubblica oggi come oggi una pippa di cento canti in endecasillabi? Come cazzo faccio a venderla alla sciùra? Come ti fa, il pendolare o la fighetta, a spararsi in vena una Morte a credito, con tutti quei puntini che non si capisce dove si va a finire? Chi se ne fotte delle siepi e della luna? E Kafka? Che schifo la gente che si tramuta in insetto! Qui c’è gente che ha bisogno di leggere si sex e di city, che magari è single, oppure fa le joint venture, che vuole cantare in tv o perdersi su un’isoletta non con un selvaggio di nome Venerdì, ma con una fighetta ultratangata e abilissima nella suzione extrauterina del prepuzio. Qui il sabato si va nei centri commerciali, e i week end li si passa al mare o a lampadarsi. Qui si va sul Mar Rosso, mica sulle montagne incantate. La vita è questa qui, non è gente chiusa nel sughero a rompere i coglioni per un biscottino intinto nel tè. E se si fanno viaggi, devono essere viaggi spirituali, a gambe incrociate e mani giunte e barba lunga, mica bisogna seguire un cazzo di zoppo mezzo matto da una parte all’altra del pianeta a guardare le stelle e tranciare capodogli!

La letteratura muore per mano di questi scribacchini incolti, tutti pieni di logica commerciale e di sintassi elementare, muore nelle minchiate che si pubblicano in questi anni sotto etichette inventate e ruffiane, muore ogni volta che uno scrittore la scrive pensando ai suoi effetti, al pubblico, al mercato, all’economia e non alla sua potenza, all’immaginazione, alla parola, al mondo. La letteratura è forse l’ambiente con il più alto tasso di suicidi inconsapevoli, con più cadaveri fuori dagli armadi, mano sotto il mento, occhialino cool e prosopea da disadattato.

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categorie: invettive, letteratura
domenica, giugno 08, 2008

Andiamo a vedere le luci della centrale elettrica

Isotta Fraschini 4«Mentre mi parli contribuisci allo scioglimento dei ghiacciai» «e i tuoi capelli, che sono fili scoperti» «cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero». Milano nord, Parigi che è una città senza mosche, i cccp che non ci sono più, appartamenti subaffittati e carri armati, tossici che si lavano i denti con le antenne delle televisioni (ma solo durante la pubblicità), la spesa al discount, i quartieri industriali e le ciminiere sullo sfondo, la lotta armata al bar, l’Iran da bombardare mentre qui si va a fare i camerieri. Questa non è una recensione, è un grumo di frammenti buttati giù per digerire. Io non sono un critico musicale, e francamente credo di essere la milionesima persona che – soprattutto in zona Milano – si mette a parlare di loro, che poi è lui, che poi non è importante quanti siano. Le luci della centrale elettrica mi sembrano oggi come oggi tra i pochi che abbiano qualcosa da dire, questo sì. Forse c’era bisogno di qualcuno che prendesse in mano una chitarra presa quasi a caso, che avesse in testa un mondo e un modo di descriverlo, e che si mettesse a urlarlo in un microfono, con una voce tra il disperato e l’esasperato, ai limiti dell’afonia e del latrato. Credo che ogni decennio della seconda metà del secolo abbia avuto, in questo Paese, la sua icona urlante: prima c’erano gli urlatori, poi Rino Gaetano negli anni Settanta, i CCCP – che non ci sono più – negli Ottanta, in un certo senso gli Afterhours per i Novanta. Ma me ne sono di sicuro dimenticato qualcuno. Oggi ci sono Le luci, che soprattutto dai primi due hanno preso molto e molto restituiscono (perfino un copia-e-incolla da Il cielo è sempre più blu in Nei garage a Milano nord – che è un omaggio, non una scopiazzatura). C’è Giorgio Canali – un Canali invecchiato e scavato – che gli cura i suoni, e questa per me è una garanzia: io sono un figlio degli anni Novanta, venuto su a Nirvana, CCCP/CSI, Marlene Kuntz, con i cantautori, con i Pearl Jam, i Velvet Underground (che hanno scritto il disco che rimarrà del secolo scorso e che sono i padri di molte stagioni, tra cui quella di cui parlo), quel Tom Waits di sintesi da Rain dogs  in poi. Per me le chitarre non hanno mai dovuto suonare, hanno sempre dovuto urlare e lamentarsi, i violini ai limiti della scordatura, le batterie non hanno mai contato granché, e nelle voci ho sempre cercato quell’unghia di dolore che le rende roche, sgradevoli e infiammate (se penso alle donne che ascolto, da Nada alla Faithfull, non c’è n’è una che non dia l’idea di un pacchetto di sigarette e di mattine difficili). «Tu mi dai l’idea di una mattina difficile» è una bella cosa da dire a qualcuno. Comunque questo è il mio mondo, il mio immaginario sonoro, è quello che in fondo cerco e amo in un disco. Il mondo è cacofonico, disperato e fastidioso. È diagonale, un po’ stonato, sempre sul ciglio di una frattura. Anni fa si diceva: «Fanculo alla tecnica, fanculo alle scuole», io dico: «Fanculo anche al fanculo, che palle, io voglio qualcuno che abbia quella rabbia lì, quel dolore lì, perché cerco nella musica un controcanto a me, a quello che io provo a esprimere attraverso forme che non sono questa ma che devono trovare uno sfogo anche nel mio orecchio» . E’ per questo che, allo stesso modo, Beethoven è per me più grande di Mozart: per l’imponenza, per la mole di suoni e l’abissalità, per la capacità di arrivare dritto alle pulsioni più viscerali e animali, per la grandiosità che è grande nella rabbia come nell’amore come nella gioia come nello sconforto. E poi la parola, ah, le parole! Bisogna stare attenti con le parole, bisogna trovare sempre la parolina giusta, quella in grado di dare la cifra esatta di quello che si vuole dire. Le parole sono una cosa delicata, il percorso che va dal cervello alla lingua è la distanza più lunga che si può percorrere. Ad esempio, io non capisco la parola «malessere», la parola «disagio». Sono parole cave, vuoti lemmi anestetizzati dall’uso. Malessere non vuol dire un cazzo, disagio non vuol dire un cazzo. Che cazzo vogliono dire? «Cucchiaio» vuol dire qualcosa, e anche «casa» vuol dire qualcosa. Tutti hanno un cucchiaio e sanno cosa vuol dire. Tutti hanno una casa o ne desiderano il concetto. Tutti hanno anche un malessere, ma il mio malessere è diverso dal tuo e pertanto non posso sapere come stai. Quindi quando trovo scritto, nelle recensioni o nelle quarte, che qualcosa o qualcuno «dà voce a un malessere» mi girano le palle. Se poi di questo malessere si dice pure che è «generazionale» divento una bestia. I ghiacciai che si sciolgono mentre parli non sono l’espressione di un disagio, sono un dolore di specie. E sono oltretutto una cosa terribile e terribilmente vera, che ci sopraffarà tutti (è di questi giorni la notizia che il Polo nord nel 2040 sarà un mare. Un mare, qualcuno se ne sta rendendo conto?, un mare: non ci saranno i ghiacciai, gli iceberg, gli animali di quelle terre. Non ci sarà un cazzo di niente, ci sarà un mare, e noi se saremo vivi nuoteremo nella nostra merda artica e penseremo che chi cazzo se ne frega degli orsi bianchi e dell’equilibro del sistema naturale, e delle specie, e delle possibilità di un futuro per tutti: «cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero»). Se penso a quello che succede, a come vanno le cose, a come sta il mondo, a come sto io. Le luci della centrale elettrica hanno quella parte di urlo che io a volte per timidezza, per stanchezza o understatement mi tengo per me, lasciando che mi maceri i condotti gastrici e che mi cominci a ballare quel fastidiosissimo nervetto tra lo zigomo e il naso, appena sotto il vetro del mio occhiale nuovo.

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categorie: artivarie
sabato, maggio 31, 2008

"Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni né rallentamenti. Nemmeno se una collina frana o se una foresta entra nell'acqua che sale in fondo, qualche cosa muta dentro la pioggia. Solo i giorni e le stagioni girano toccando la luce; e questo è l'unico segno che il tempo ancora esiste.
Un segno che sparisce spesso, ogni volta che la pioggia cambia e si mette a piovere petrolio, catrame, acqua salata, acqua mista a sabbia o a madreperla. Allora si socchiudono gli occhi dei viventi che stanno sotto la pioggia: quattro paia d'occhi diversi di grandezza e di colore, mischiati dalla stessa fissità. La mancanza di qualunque rumore che non sia quello della pioggia è totale; questo silenzio debbono sentire sopra, come loro spazio, le teste di quegli occhi.
Adesso sta piovendo acqua, una languida acqua piovana mista a rena. Il fenomeno non desta alcuna curiosità: gli occhi continuo a rimanere fissi e semichiusi, un paio addirittura confusi dentro un alone rossastro. Quando la rena cessa e l'acqua diventa ancora più scivolosa, cambia la luce per tutto un grande cerchio, accendendo un arcobaleno di un colore solo.
Si alza un grido, che si ripete subito, e che pare l'inizio di una canzone. L'accento è duro, di chi canta una canzone amata, troppe volte ripetuta. Nelle note ormai deve trovare soo una cadenza mentale: "Catarì, Catarì" oppure "la libertà, la libertà".

Paolo Volponi, Il pianeta irritabile
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categorie: letteratura, mondo