Poche note e sfilacciate. In questo periodo sto lavorando con ritmi e intensità mai provate prima. Si tratta di un progetto molto grosso che sto portando avanti con la Fondazione Mondadori, e che per colpe non nostre ha subito e subisce ritardi pazzeschi a fronte di tempi di consegna prefissati e imprescindibili. Mi ritrovo otto-nove ore al giorno, e spesso anche i sabati e le domeniche, immerso nelle cose da fare. Se non fosse che, per un motivo che non conosco, riesco senza troppi problemi a suddividere il cervello in tante scatole diverse, credo che questo lavoro negli ultimi due mesi mi avrebbe letteralmente travolto. Va da sé che ho lasciato indietro alcune cose, tra le quali quelle più urgenti sono un progetto di ricerca all’università – di cui ho consegnato metà del testo un mese fa e che difficilmente potrò riprendere con cognizione prima di settembre –, il primo amore, e la lettura del manoscritto di un amico, che langue sul pc da aprile e che sto continuando a rimandare perché per quello, al momento, la scatola non c’è.
Nel mezzo, succede che si vive e che succedono delle cose: ad esempio che sto finendo un altro grosso progetto (a cui lavoro fattivamente da otto-nove mesi, ma che preparo da tre anni) e che nel frattempo riesco, con qualche difficoltà, a tenermi aggiornato – benché in modo non ortodosso – sul mondo.
Undici giorni fa a Saronno le elezioni comunali le ha vinte il candidato sindaco di centrosinistra. Da stamattina, il sindaco non c’è più, e si prevede un commissariamento di qualche mese: a primavera si faranno nuove elezioni, e onestamente oggi come oggi credo che il bonus sia stato sprecato e che l’occasione non si ripeterà più. La vittoria di Luciano Porro (con tutte le perplessità che la sua persona e il suo retroterra cattolico mi infondevano) era stata una specie di riscatto per tutti, e soprattutto era avvenuta in condizioni tali per cui o il centrosinistra vinceva questa volta oppure non avrebbe vinto più. Ebbene, il centrosinistra ha vinto, il centrosinistra in questo momento non governa, il centrosinistra non ci sarà più. È successo che, molto «democraticamente», al primo turno il centrodestra aveva preso più consiglieri del centrosinistra, e che dunque in consiglio Porro e i suoi erano in minoranza. Tutti – e dico TUTTI – i consiglieri di centrodestra questa mattina hanno presentato le dimissioni (cosa legittima dal punto di vista della democrazia) e il consiglio è caduto. Il risultato, come ho detto, è il commissiariamento.
Immaginate di vivere nella provincia di Varese. Immaginate di essere circondati da camicie verdi, azzurre quando non nere. Immaginate che all’improvviso e incredibilmente questi subumani siano costretti a fare un passo indietro. E poi immaginate che non è vero niente.
La notizia era nell’aria, ma l’ho scoperta per certa solo ieri sera. Ieri è stato anche il giorno in cui lo stato italiano ha messo fuorilegge i clandestini, è stato il giorno di nuove scosse in Abruzzo e di altri decessi a Viareggio, in quella tragedia così facilmente spendibile come metafora del paese. È stato anche il giorno, ieri, in cui il collega con cui lavoro al progetto a cui accenno del primo di questi paragrafi venendo a una riunione è caduto in bicicletta e si è rotto l’omero destro.
In tutto questo caos di cose e di merda, sempre ieri, Tiz ha vinto il premio Strega, forse uno dei pochi realmente meritati e non baronali degli ultimi anni. Almeno questo. Stabat mater è un bellissimo libro, poetico e forte e musicale e compatto. Tiz è uno di quelli che è riuscito, nella letteratura italiana di questi anni plumbei, a rimanere vero. E vivo.
Gerenzano è un paesotto della sordida provincia di Varese, sufficientemente vicino a Milano per doverne dipendere e altrettanto sufficientemente ottuso da essere governato – da anni e con percentuali sbalorditive – da una giunta leghista. Per fare un esempio tra i tanti, a Gerenzano ogni lunedì pomeriggio è attivo dalle 18,30 alle 19,30 un numero telefonico al quale i cittadini possono rivolgersi per denunciare la presenza di clandestini e individui sospetti all’interno del territorio comunale. In questo, Gerenzano assomiglia pericolosamente a Turate – il paese confinante – dove, anziché un numero di telefono, il Comune ha addirittura messo a disposizione uno sportello dove (mi pare il giovedì) i turatesi possono avvisare le forze dell’ordine della presenza di individui di altro colore e/o religione. Da qualche anno, a Gerenzano, l’organo di informazione cittadina si è trasformato – da periodico comunale che dava spazio alle varie (e oltremodo poche) iniziative sportive, culturali e parrocchiali – in una sorta di megafono della giunta: «Filodiretto coi cittadini» è insomma un periodico che sindaco, assessori e consiglieri di maggioranza utilizzano per raccontare il proprio operato ai gerenzanesi senza possibilità per nessuno di ribattere o di dire la propria (specialmente se questo «nessuno» appartiene allo sparuto gruppo dell’opposizione). Sul n. 1 del maggio 2009 (anno 7) di «Filodiretto» è comparso il seguente articolo, che, nei toni come nei contenuti, mi pare racconti meglio di ogni altra cosa il punto tragico a cui siamo arrivati. La firma, come si vede, è dell’assessore con delega alla sicurezza Cristiano Borghi, che non conosco, ma che so avere poco più di trent’anni. Lo riporto così com’è, senza commentarlo, sorpreso dal fatto che, ormai, affittare una casa possa essere un fiero gesto di opposizione.
[A.T.]
Noi abbiamo chiuso le porte… ma molti gerenzanesi le hanno aperte
Questa amministrazione monocolore leghista, che guida il Comune ormai da diversi anni, non ha mai – e sottolineo mai – agevolato l’afflusso nel nostro paese degli extracomunitari. Tanto è vero che:
- Non ha mai costruito con i soldi dei gerenzanesi case popolari, in quanto vi era il pericolo che ai primi posti della graduatoria, stilata in base a determinati punteggi (redditi bassi, figli a carico ecc.) ci fossero sempre i soliti noti, ovvero le case sarebbero spettate di diritto non, per esempio, ai nostri anziani, ma a persone che non hanno pagato le tasse nel nostro paese non contribuendo, quindi, alla sua crescita.
- A differenza degli altri Comuni del circondario, non abbiamo mai destinato terreni per la costruzione di moschee e destinato edifici come luoghi di culto agli extracomunitari di religione islamica, nonostante ci fossero giunte richieste di questo genere.
- Non abbiamo mai destinato terreni all’interno del Comune di Gerenzano per la sosta, anche solo temporanea, degli zingari: i nomadi che arrivano e sostano all’interno del territorio comunale devono lasciare il paese entro 48 ore.
- Abbiamo contribuito a rivalutare anche dal punto di vista culturale i nostri cortili, attribuendo ad ognuno di essi il vecchio nome utilizzato dai nostri anziani e poi riprodotto su una targa in terracotta posta all’entrata dei cortili stessi. Per rivalutarli dal punto di vista estetico però devono intervenire i proprietari che – in alcuni casi – piuttosto che mettere mano al portafogli e dare una rinfrescata alle proprie abitazioni, hanno pensato bene di venderle o di affittarle agli extracomunitari.
- L’assessore competente, la Polizia Locale e i funzionari degli Uffici Comunali vanno personalmente, casa per casa, a controllare le residenze e le idoneità degli alloggi: tanto è vero che, con le Forze dell’Ordine, abbiamo fatto diversi sgomberi e anche sequestrato ben cinque appartamenti, anche grazie alle nuove leggi molto più severe con l’immigrazione clandestina, approvate recentemente dal Governo.
- Non ha mai favorito gli extracomunitari sotto il profilo dei contributi o dei sussidi economici.
Noi abbiamo fatto e continueremo a fare il nostro dovere… ma i gerenzanesi fanno il loro? Non rendete vani i nostri sforzi: chi ama Gerenzano non vende e non affitta agli extracomunitari… Altrimenti avremo il paese invaso da stranieri e avremo sempre più paura ad uscire di casa!
L’assessore con delega alla Sicurezza
Cristiano Borghi
Tengo tra le mani un grosso libro per bambini in edizione rilegata, pieno di colori, di personaggi e di animali. È l’edizione cinese di un libro italiano, una delle numerose traduzioni della saga di un topo che da molti anni la fa da padrone nelle classifiche di vendita e nell’immaginario dei bambini italiani e stranieri. Sulla sovraccoperta, in basso, un bollo colorato avvisa i suoi piccoli lettori che questo non è un libro normale: è un libro profumato. All’interno ci sono sedici pagine che i bambini italiani e cinesi possono sfregare per sentire, avvicinando il naso, otto puzze e otto profumi: c’è l’odore del cioccolato, ad esempio, o quello della brezza di mare. Quando nella storia compare una fragola, i bambini possono sentire la riproduzione del suo odore. Lo tengo in mano, lo rigiro, lo apro. Ai bambini cinesi interessano le stesse puzze e gli stessi profumi che interessano ai bambini italiani? Io credo di no, l’editoria crede di sì. Ma soprattutto: anche i bambini cinesi sono già arrivati al punto in cui gli odori, per sentirli, se li devono far comprare?
Storia d’Italia da quando sono nato all’anno scorso.
Sabato 13 giugno, al Parco Europa di Sesto Calende (VA), c'è Fuori chi legge.Qui e qui ci sono due considerazioni piuttosto esaustive sul voto alle europee a cui non ho quasi nulla da aggiungere, né dal punto di vista per così dire politico né da quello della riflessione. In generale, mi pare che del parlamento europeo non freghi niente a nessuno, se è vero che l’affluenza alle urne dei paesi entrati più di recente (il blocco dell’est Europa) si è assestata intorno al 20% e che in generale le percentuali basse riscontrate in Italia fanno il paio con quelle francesi, spagnole e inglesi. Strasburgo è e rimane un oggetto misterioso, qualcosa che c’è ma a cui non si pensa mai. Sono tra l’altro abbastanza convinto che senza la spinta delle amministrative almeno un terzo degli italiani che sono andati a votare sarebbero rimasti a casa. Nel seggio in cui ho scrutinato qualcuno ha «esercitato il diritto» di rifiutare la scheda grigia, votando solo per il sindaco. Questo è e mi pare una sorta di specchio relativamente fedele di quello che sta accadendo in Europa, ovvero la crescita esponenziale del sentimento del «localismo» (declinato spesso nelle sue modalità più becere e vergognose): voto per quello che vedo passare sotto casa (il comune, la provincia), mentre tutto quello che non è velocemente raggiungibile in auto (Strasburgo) non mi interessa. Da questo punto di vista, la tornata elettorale ha sancito, mi pare, il fallimento pressoché a tutto campo di quel progetto più che cinquantennale di costruire un’Europa unita, solida e cosmopolita. Che gran parte di quello che succede a Strasburgo sia un oggetto misterioso è cosa nota; è evidente che esiste un problema costituzionale in Europa (le difficoltà di ratificazione della carta di Lisbona ne sono un esempio più che lampante), e che effettivamente il ruolo del parlamento europeo non è totalmente chiaro forse nemmeno ai suoi esponenti. Di Europa in Italia non si parla mai: se lo si fa, è per dire che l’Unione Europea ha bloccato qualcosa o ha spedito delle «direttive» o perché ha stanziato dei fondi. Il parlamento europeo è un luogo dove una serie di sconfitti si ricicla politicamente (vedi Mastella) o dove il nuovo partitismo rampante spedisce i «giovani» a «farsi le ossa». Strasburgo è un ospizio e una palestra.
Il ridimensionamento del PdL è un problema del PdL. Nella vita democratica, in linea di massima, il ridimensionamento di una fazione va di solito a favore della controparte. Oggi invece ci troviamo in una situazione tale per cui la perdita di voti da parte del PdL non favorisce i suoi oppositori (Di Pietro escluso, posto che i voti che ha guadagnato non li abbia tolti a PD et similia).
L’assurdo è che dove devi votare per un’idea collettiva (nel bene e nel male) come quella di «Europa» trionfino i localismi e i particolarismi. Il tracollo del socialismo europeo ha lasciato spazio ai gruppi neofascisti e, come dice Helena nel suo pezzo, tutto sommato il risultato della Lega non è, per una volta, un caso a parte, ma rientra in quella tensione verso il proprio pianerottolo che l’elettore europeo medio ha dimostrato di avere quando deve pensare internazionalmente. Questo è un problema con cui ognuno di noi, secondo me, deve fare i conti.
Quello che non arrivo a capire fino in fondo è: ma davvero queste elezioni sono lo specchio del pensiero degli europei? E, se sì, quanto lo sono? Davvero l’Europa è per una sua fetta consistente razzista e xenofoba?
Al seggio elettorale i momenti di maggiore affluenza coincidono con la fine delle messe nella chiesa vicina. Mentre te ne stai lì a scarabocchiare il tavolo o a ricontare le corrispondenze nei registri ti rendi conto che il semplice dato del flusso di persone nel tuo seggio è un indicatore più che sufficiente della tendenza politica del posto in cui vivi. L’età media, poi, fa il resto. Ma quando tutti gli infermi e i vecchi che si trascinano per i corridoi per arrivare alla loro scheda saranno morti, quando i vecchi saranno i cinquantenni che adesso rimangono a casa a vedere la Formula 1, avrà ancora senso il concetto di voto elettorale? Di anno in anno le percentuali decrescono. Quest’anno, come ho detto, da me si votava anche per il sindaco, eppure la percentuale è stata del 74,5%. L’idea che mi faccio ogni anno è che, in fondo, tutta questa merda paratelevisiva in cui siamo abbia abbattuto il senso delle istituzioni.
Votare è «difficile». Non parlo di quella immane cazzata tutta italiana nello spirito che è il «voto disgiunto» - che effettivamente qualche problema lo causa. Parlo del mettere la X. A essere rigorosi e stronzi, il 40% delle schede sono carta straccia: cognomi di consiglieri scritti sbagliati, candidati sindaco inseriti nelle schede per le europee, nomi riportati sulla riga sbagliata, croci fatte fuori posto, «Sì» scritti vicino a un simbolo anziché fare la X. L’indicazione ministeriale è che l’importante è «la chiara manifestazione della volontà di voto», il che vuol dire che se tu scrivi Ciccio in corrispondenza di una lista che non è quella di Ciccio, lo scrutatore deve comunque capire che tu Ciccio lo vuoi votare e deve lo stesso assegnargli un voto.
L’incidenza maggiore degli errori grammaticali, delle X fuori posto, dei nomi degli aspiranti consiglieri comunali messi nella scheda per le europee (e viceversa), insomma, i casi di analfabetismo di ritorno più frequenti appartengono statisticamente, nei seggi della mia sezione e in quelli di altre persone che conosco, al centrodestra. Anche questo per me è un indice molto rilevante.
Sono anni che tra i membri del mio seggio sono l’unica persona di sinistra. Questo è un altro indice per me molto rilevante, oltre che una causa di frustrazione. Io mi trovo in un’enclave di sei persone dove l’incidenza di Lega e Forza Italia (quando non si parla di destra sociale) è di 5/6. Non voglio fare la vittima, ma alle due di notte, se c’è un problema per l’assegnazione di un voto, ci si sente soli. Io rattoppo con l’esperienza che ormai ho, con il credito che mi dà il fatto di avere la barba e di avere studiato e con il fatto che ho imparato a farmi valere con i rappresentanti di lista.
Queste persone mi incuriosiscono. Sanno tutto di Saronno, la vivono molto più di quanto la viva io, sono «inserite». Eppure non le ho mai viste prima e in genere non le vedo più dopo. Dove sono, durante l’anno? Quante città esistono in questa città?
Da me si va la ballottaggio per il sindaco. La candidata del centrodestra ha raggiunto solo il 48,4%. Dico «solo» perché qui siamo abituati a percentuali bulgare. Il centrodestra è disperato, perché sa che difficilmente può migliorare la percentuale al ballottaggio. Anzi, parlando con i rappresentanti di lista, sono convinti di non andare oltre il 45%, anche in virtù del fatto che la Lega si asterrà dal referendum, e molti suoi elettori non andranno a i seggi. Il centrosinistra è convinto che il prossimo sindaco sarà suo, e in generale da ieri a Saronno serpeggia un certo ottimismo. Come è possibile che la coalizione di PdL, Lega e UDC non abbia sfondato il tetto del 50%? Perché il candidato sindaco della destra sta sul culo a tutti: parte del PdL non lo voleva, la Lega storce il naso, per l’UDC è un candidato di compromesso. La destra estrema ha fatto le proprie liste, e in linea generale preferisce che vinca uno dei candidati di centrosinistra. La campagna elettorale della destra è stata in tono «minore». Al di là della diffusa incompetenza del candidato sindaco e dei suoi collaboratori, il fatto che fosse un candidato di compromesso (in pratica non ce n’erano altri) non ha scaldato nessun cuore e non ha fatto partire grossi investimenti per la campagna. C’è la possibilità concreta, dopo dieci anni, di mandarli affanculo. Saronno rimarrà la città dormitorio che è ormai diventata, ma almeno circolerà un po’ d’aria.
Il problema del candidato sindaco, al di là del fatto che è riconosciuta anche dagli alleati come una persona mediocre, è che è una donna. La quasi totalità delle schede con voto disgiunto sono state opera di elettori del centrodestra, che segnavano una lista o un consigliere del Polo per poi indicare un altro candidato sindaco, maschio, anche di sinistra. Il fatto che il candidato sindaco sia una donna è la ragione per cui la Lega storce il naso e la destra estrema ha fatto la sua lista.
Quando mi dicono che la strada è lunga io rispondo che non è vero: la strada si sta allungando.
Mi ricordo una scena di un film, o l’immagine di un quadro che non guardo da molto tempo, o il fotogramma di un videoclip che per qualche motivo mi è tornato in mente perché, dopo anni, mi è capitato di ascoltare di nuovo la canzone da cui è tratto. Allora li cerco, guardo in rete o su qualche libro per tentare di riappropriarmene. Molto spesso, quando li trovo, mi accorgo che sono ribaltati rispetto a come si erano fissati nella mia memoria: quello che era un profilo sinistro è in realtà il destro, quello che era su un lato dell’immagine è in realtà sul lato opposto. La mia è una memoria simmetrica, complementare. Mi rendo conto che non mi ricordo mai di ciò che ho visto, ma che semplicemente ritrovo nella mia testa la sua immagine per come si era depositata nel chiasma ottico: ricordare è vedere l’immagine per come riposa nel cervello: ribaltata, incrociata.
«Si sente onnipotente», «Ormai non lo ferma più nessuno», «Lui», «Ne ha fatta un’altra», «Ha detto che». Di chi sto parlando? Sto parlando di «Sua Emittenza», del «Caimano», del «Nano» o di come lo chiamate o lo volete chiamare. Sarà una mia sensazione, una mia paranoia, ma mi sembra che, nei discorsi della gente comune come negli organi di informazione, il nome e il cognome del Presidente del Consiglio stiano lentamente diventando un di più, qualcosa che non è strettamente necessario nominare: se si fa un certo tipo di discorso è diventato semplicemente chiaro che si sta parlando di «Lui». Di più: se mi trovo in mezzo alla gente, e come distrattamente provo a lanciare la frase «Ormai pensa di potersi permettere tutto», le persone che mi sono attorno percepiscono che sto parlando di Silvio Berlusconi, anche se la frase è fuori contesto. Questa è una mia sensazione, ripeto, ma provate a farlo, provate a dire: «Oggi ha detto che la situazione in Abruzzo è sotto controllo». Provate, provate a dirla senza mettere il soggetto, e poi chiedete a chi vi sta vicino a chi vi state riferendo. Vi dirà con ogni probabilità «Silvio Berlusconi», anche se non è vero, anche se non c’entra niente e voi parlavate di un conoscente.
Silvio Berlusconi – nomecognome – sta uscendo dalla lingua italiana, dalle espressioni colloquiali, sta diventando qualcosa di non materico, un referente costante per un certo tipo di espressioni del linguaggio comune. Ma Berlusconi non è qualcosa di eternabile, e non è un mio patrimonio: io lo respingo, lo accetto solo come qualcosa di contingente e in questo momento inevitabile. Perciò io lo voglio nominare, lo voglio nominare sempre: non gli voglio concedere il lusso di non essere impastato dalla mia bocca, e non voglio che la mia lingua – l’italiano – lo esili, e di fatto lo innalzi. Io lo vedo, io lo sento, io lo giudico e perciò lo nomino: Silvio Berlusconi.
A casa di amici, mentre si chiacchiera, sfoglio distrattamente una rivista di moda femminile e pubblicità. Cominciano a incuriosirmi le gambe delle modelle e quelle delle attrici, sono tutte ritratte con i piedi rivolti verso l’interno – i piedi delle modelle avvolti nei sandali, nelle scarpe col tacco, negli stivaletti che le donne indossano oggi sono tutti rivolti all’indentro, si guardano. «Ma vi siete accorti che nella metà delle foto le modelle hanno in piedi in dentro?» dico. Negli anni Ottanta, dopo i film di John Travolta e con i paninari, tutti camminavano con i piedi in fuori, come le papere. Adesso invece le gambe si arcuano, i talloni si allargano e le punte delle dita fasciate dalle scarpe arrivano quasi a toccarsi. Una volta si diceva che questa particolare postura delle gambe fosse segno di timidezza, denotasse un senso di inadeguatezza: adesso invece è cool, dà un tono da persona vissuta e un po’ stonata, forse, è il maledettismo che ritorna grazie alla stortura delle caviglie. A qualcuno viene in mente che questa dei piedi in dentro è una posa classica nell’iconografia dei manga, chissà se tutti i fotografi di moda ne sono al corrente, il mondo della pubblicità e della moda è un fumetto, niente è reale, nemmeno i piedi delle donne.
David Lindley è un giornalista e editor scientifico con un passato a “Nature”, “Science” e “Science News” – tre delle riviste di divulgazione scientifica più conosciute e più citate – e studi da astrofisico. Come molti suoi colleghi americani e inglesi (ma anche italiani) ha pubblicato vari volumi di divulgazione scientifica, i cui temi sono Einstein (con Darwin quasi una tappa obbligata, pare, se si vuole fare carriera nell’editoria di settore), Boltzmann e Heisenberg. Io ho letto il suo ultimo lavoro, Incertezza. Einstein, Heisenberg, Bohr e il principio di indeterminazione – pubblicato l’anno scorso da Einaudi in un’edizione che avrebbe bisogno di un buon lavoro di revisione per togliere sbavature ed errori di battitura, e per volgere in italiano un paio di passaggi in cui è rimasta intatta la costruzione della frase inglese.
Riporto alcuni passi della quarta di copertina: «Il 1927 è una data che segna la fine di un’epoca. Quell’anno un giovane fisico tedesco, Werner Heisenberg, formulò il suo principio di indeterminazione, e con esso il concetto di incertezza entrò a far parte del mondo della scienza. (…) Le enormi implicazioni della scoperta scatenarono una lotta per lo spirito della scienza, che vide Heisenberg e Bohr da un lato, e Einstein, in fiera opposizione, dall’altro. David Lindley ci narra la storia di questa lotta, dei suoi protagonisti e delle sue molteplici e affascinanti implicazioni, facendoci rivivere in modo sorprendente vivido uno dei momenti più importanti del pensiero scientifico (…)»
Questo breve scritto di presentazione dà delle coordinate di tempo (il 1927), di luogo (la Germania), presenta un personaggio principale (Heisenberg), un tema (il principio di indeterminazione, la sua scoperta e la sua affermazione), abbozza una trama (la lotta contro Einstein), e a ben vedere ci fa vedere anche un antagonista (proprio Einstein) e un aiutante (Bohr). In pratica, quello che ci viene presentato non è un saggio scientifico (o di materia scientifica), ma una storia.
Incertezza comincia così: «Robert Brown, figlio di un pastore scozzese, era l’archetipo dello studioso autodidatta, serio, diligente e accurato fino al fanatismo» (p. 13). Sembra l’inizio di un racconto non particolarmente felice di Balzac. Continua raccontando le prime disquisizioni d’inizio Ottocento intorno al moto browniano, introduce Darwin e, dopo una breve carrellata di opinioni, arriva al primo vero colpo alle certezze del sapere scientifico: la teoria della relatività; con Einstein, Lindley introduce nel testo un motivo, quello dell’impossibilità di una certezza assoluta, che è il topic fondamentale di tutto lo scritto, e comincia porre alcune questioni di importanza capitale per la scienza e per l’uomo (come la struttura atomica e il movimento delle particelle elementari) come enigmi, veri e propri rompicapo da risolvere: come fa un elettrone a decidere quando passare da un livello all’altro? Quali sono le condizioni che lo «convincono» ad abbandonare il proprio stato?
Incertezza è la storia, raccontata con grazia e con brio, di come una serie di scienziati (Heisenberg e Bohr, ovviamente, ma anche Pauli, Born, Planck e altri) riuscirono a risolvere questi enigmi che la natura aveva posto loro; è la storia di una lotta tra visioni del mondo, una battaglia a colpi di becker e osservazioni tra conservatori e progressisti, tra rossi e bianchi, tra gente con il sacro fuoco e gente che il sacro fuoco l’ha perso (Einstein, presentato come un autentico trombone vagamente rincoglionito e convinto di avere un rapporto privilegiato con il Grande Vecchio). È una storia piena di colpi di scena e (le intuizioni di Heisenberg mentre se ne sta in un ostello in
So che rischio di banalizzare, ma a me è venuto in mente che a questa tipologia di libri divulgativi è possibile applicare le costanti che Propp introdusse per spiegare le favole di magia:
Ecco le 31 funzioni rivisitate:
Tutto è storia e avventura ed enigma da risolvere. Ma è stato veramente così? I personaggi di Incertezza sono molto cinematografici: sono mossi da grandi passioni, viaggiano, sperimentano, sbagliano, litigano. La lettura «prende», insomma. Tutte le cose che vengono raccontate sono verosimili, per carità, ma ho a volte la sensazione che in libri come questo il contorno conti più del piatto. La struttura di Incertezza ricalca la struttura di molti libri ad esso analoghi, e racconta un episodio cruciale del Novecento come se fosse un romanzo. Per creare delle condizioni di ambiente, Lindley dà pure conto, in alcuni passaggi veloci, della vita privata dei protagonisti (con, su tutti, un ritratto della simpatica moglie di Bohr), delle loro crisi di nervi e delle condizioni storiche in cui questi personaggi si muovono (soffermandosi soprattutto sul passaggio tra la Repubblica di Weimar e il nazismo). Come la storia sta diventando biografia, la divulgazione scientifica sta diventando romanzo. La sensazione è che tutto si stia appiattendo su una narratività accessibile, ma che annacqui, e di molto, il contenuto, in favore di una leggibilità e di una «presa» sul pubblico. In Incertezza non c’è un’equazione, ad esempio, anche se per tutto il libro non si parla d’altro. Se uso gli stessi stilemi della narrativa per parlare di scienza, è facile che nel racconto vada persa la scientificità a favore della passione del raccontare – e tutti cominceremo a leggere storie laddove dovremmo assorbire concetti. Quello che voglio dire è che si perde, in tutto questo, la coscienza della crucialità di certi passaggi, di certe visioni e le difficoltà che vi sono insite: se la teoria dei quanti viene raccontata, è legittimo che un lettore la consideri meno appassionante di una bruciante storia d’amore, e che dunque non la legga.