"Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni né rallentamenti. Nemmeno se una collina frana o se una foresta entra nell'acqua che sale in fondo, qualche cosa muta dentro la pioggia. Solo i giorni e le stagioni girano toccando la luce; e questo è l'unico segno che il tempo ancora esiste.
Un segno che sparisce spesso, ogni volta che la pioggia cambia e si mette a piovere petrolio, catrame, acqua salata, acqua mista a sabbia o a madreperla. Allora si socchiudono gli occhi dei viventi che stanno sotto la pioggia: quattro paia d'occhi diversi di grandezza e di colore, mischiati dalla stessa fissità. La mancanza di qualunque rumore che non sia quello della pioggia è totale; questo silenzio debbono sentire sopra, come loro spazio, le teste di quegli occhi.
Adesso sta piovendo acqua, una languida acqua piovana mista a rena. Il fenomeno non desta alcuna curiosità: gli occhi continuo a rimanere fissi e semichiusi, un paio addirittura confusi dentro un alone rossastro. Quando la rena cessa e l'acqua diventa ancora più scivolosa, cambia la luce per tutto un grande cerchio, accendendo un arcobaleno di un colore solo.
Si alza un grido, che si ripete subito, e che pare l'inizio di una canzone. L'accento è duro, di chi canta una canzone amata, troppe volte ripetuta. Nelle note ormai deve trovare soo una cadenza mentale: "Catarì, Catarì" oppure "la libertà, la libertà".
Paolo Volponi, Il pianeta irritabile