ottobre

"Non si incolpi nessuno, sono io" Nikolaj Stavrogin
lunedì, giugno 09, 2008

Pausa caffè

Non ho mai letto una riga di Luca Di Fulvio, e non credo che lo farò mai. Credo sia uno scrittore mediocre, la cui produzione sia riassumibile nell’espressione “solita roba”. Come faccio a saperlo? Bisogna per forza pasteggiare con la merda per sapere che non è buona? Tra l’altro è una specie di giallista, e a me in genere non frega niente di scoprire chi è l’assassino. Ieri sera, però, visto che è appena uscito per Mondadori un suo libro che si chiama La gang dei sogni, era ospite in televisione, al tg de La7. Gli ho sentito dire una cosa, una sola. Questa – grossomodo: «Le case editrici dovrebbero cominciare a ragionare in termini aziendali, manageriali [ma non lo fanno già?, N.d.R.]. Il libro è una cosa che deve essere venduta, bisogna avere delle strategie precise come si hanno in tutte le grandi aziende.» Il concetto era che solo con una pianificazione di tipo esclusivamente economico il libro può fare mercato e la gente può finalmente ricominciare a leggere.

L’unica cosa che mi è venuta da dire, tra me e me, è stata un istintivo «Pianifica il tuo culo», non la letteratura. La gente queste puttanate le ascolta, e magari ci crede. Fremo, perché so che il mondo della letteratura e della cultura – o come diavolo li si vogliono chiamare – muore e si svilisce tra le mani di queste nullità che non si rendono nemmeno conto di quello che dicono. Se la letteratura, nel corso dei secoli e dei millenni, fosse stata sempre soggetta a queste regolucce di mercato – che spariranno nel giro di un paio di generazioni, per essere sostituite da qualcosa di diverso, di più evoluto e sicuramente peggiore, ma in ogni caso MAI più potente e imperituro della parola – noi non avremmo avuto Leopardi, e Gadda, e Joyce, e Shakespeare, e la Commedia. Chi cazzo ti pubblica oggi come oggi una pippa di cento canti in endecasillabi? Come cazzo faccio a venderla alla sciùra? Come ti fa, il pendolare o la fighetta, a spararsi in vena una Morte a credito, con tutti quei puntini che non si capisce dove si va a finire? Chi se ne fotte delle siepi e della luna? E Kafka? Che schifo la gente che si tramuta in insetto! Qui c’è gente che ha bisogno di leggere si sex e di city, che magari è single, oppure fa le joint venture, che vuole cantare in tv o perdersi su un’isoletta non con un selvaggio di nome Venerdì, ma con una fighetta ultratangata e abilissima nella suzione extrauterina del prepuzio. Qui il sabato si va nei centri commerciali, e i week end li si passa al mare o a lampadarsi. Qui si va sul Mar Rosso, mica sulle montagne incantate. La vita è questa qui, non è gente chiusa nel sughero a rompere i coglioni per un biscottino intinto nel tè. E se si fanno viaggi, devono essere viaggi spirituali, a gambe incrociate e mani giunte e barba lunga, mica bisogna seguire un cazzo di zoppo mezzo matto da una parte all’altra del pianeta a guardare le stelle e tranciare capodogli!

La letteratura muore per mano di questi scribacchini incolti, tutti pieni di logica commerciale e di sintassi elementare, muore nelle minchiate che si pubblicano in questi anni sotto etichette inventate e ruffiane, muore ogni volta che uno scrittore la scrive pensando ai suoi effetti, al pubblico, al mercato, all’economia e non alla sua potenza, all’immaginazione, alla parola, al mondo. La letteratura è forse l’ambiente con il più alto tasso di suicidi inconsapevoli, con più cadaveri fuori dagli armadi, mano sotto il mento, occhialino cool e prosopea da disadattato.

postato da: tereso alle ore 11:42 | link | commenti (13) | commenti (13)
categorie: invettive, letteratura

Commenti
#1   09 Giugno 2008 - 14:19
 
così mi piaci!

(altro che iceberg)

(che poi che diavolo ne sai te...?)
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#2   09 Giugno 2008 - 14:25
 
prrrrrr...

a
utente anonimo

#3   09 Giugno 2008 - 14:35
 
ma stai per aprire un blog anche tu, laura?
utente anonimo

#4   10 Giugno 2008 - 21:39
 
Una persona che se ne esce con certe affermazioni è di sicuro vincolata da qualche stretta di mano data dall’industriale di turno. Un libro è un libro. Lo si pubblica se attraverso le pagine riesce a coinvolgere il lettore e magari farlo riflettere su argomenti piu o meno validi. Lo si pubblica se è bello. Altrimenti da domani dovremo aspettarci di trovare libri catalogati non piu come “narrativa”, “fantasy”, “storico”,ecc. ma come: “per casalinghe”, “per single”, “per operai”, “per stupidi” …. E sarebbe veramente triste.

Andrea.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente AndreaGravina

#5   11 Giugno 2008 - 09:29
 
eh, ma per certi versi è già così!
a.
utente anonimo

#6   11 Giugno 2008 - 18:50
 
i miss divertente giokino di veri mestieri..tu rikorda, no??
;-)

africa
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente MyAfrica

#7   11 Giugno 2008 - 20:27
 
ricorda, ricorda... ma quest'anno non ci è ancora venuta un'idea!
andrea
utente anonimo

#8   13 Giugno 2008 - 13:00
 
Avete magliette con Pianifica il tuo culo? O almeno delle spille.

grazie,
dario
utente anonimo

#9   13 Giugno 2008 - 14:29
 
al momento no, però ci si può pensare su! tu puoi disegnare il logo?
andrea
utente anonimo

#10   13 Giugno 2008 - 14:45
 
"La letteratura muore per mano di questi scribacchini incolti, tutti pieni di logica commerciale e di sintassi elementare, muore nelle minchiate che si pubblicano in questi anni sotto etichette inventate e ruffiane, muore ogni volta che uno scrittore la scrive pensando ai suoi effetti, al pubblico, al mercato, all’economia e non alla sua potenza, all’immaginazione, alla parola, al mondo"

hai ragione; ma che cazzo dici?!
la letteratura non muore mai.
la letteratura si rifocilla e rinasce ogni volta che un cazzone spara stronzate sulla situazione della letteratura, e soprattutto dell'editoria.
ma chissenefrega se di fulvio pubblica; chissenefrega se pubblicano gli istant book, i chick lit e i moccia. tanto poi lo sappiamo che ciò che resterà sarà altro. è così, lo sai. chiaro, non esistono più i vati, o i poeti di riferimento, o i filosofi prestati alla letteratura, tutta sta gente, beati loro, che aveva seguito, fama e gloria aiosa, un sacco di soldi.
la poesia non si vende più; vabbè, si venderà.
ho parlato recentemente con una scrittrice. è capitato per caso, per lavoro. ha pubblicato quattro o cinque romanzi. ha vinto un bel po' di premi (tra cui un palmares a cannes, così...).
lei parla di sè come di una 'narratrice'. non ha mai detto in mia presenza 'scrittrice'. gli scrittori per lei sono altri: proust, celine, woolf, kafka, joyce, per restare tra i più recenti. una buona narratrice, dice di sè. è vero.
'fanny' di feydeau ha la stessa trama di 'madame bovary'.
è dello stesso periodo e ha avuto molto più successo immediato rispetto al romanzo di flaubert. ma noi, oggi, leggiamo flaubert.
io penso che usare gli stessi mezzi artigianali non significhi per forza fare lo stesso lavoro. tenere in considerezione la parole di di fulvio sullo stato dell'editoria e della letteratura, mi sermbra un po' come prendere in considerazione le parole di un imbianchino sullo stato dell'arte pittorica. che poi ci può anche stare che un imbianchino ne sappia di più di un gallerista, ma non lo prenderei come dato convenzionale.
insomma, uno scrittore e di fulvio usano entrambi la penna, un imbianchino e picasso entrambi il pennello... però mi sembra un po' come paragonare veermer a un ritrattista di piazza del duomo.
va bene tutto, l'importante è che prima o poi ci sia posto per tutti- ergo: di fulvio mi fa una pippa alla seconda.

backinbeck
utente anonimo

#11   13 Giugno 2008 - 15:01
 
eh, ma allora? Lo so bene - e l'ho scritto - che i difulvi sono delle nullità, ma non è questo il punto. il discorso a cui alludevo era un altro, era: il mercato lascerà spazio ai nondifulvi?
andrea
utente anonimo

#12   13 Giugno 2008 - 15:11
 
bella domanda, infatti volevo partire proprio da quello. volevo scrivere che i di fulvi arricchiscono le case editrici che, così, possono permettersi di pubblicare anche gente che non venderà e che sarebbe solo spesa, costo vivo. purtroppo il mercato esiste e loro ragionano così. avrei voluto scrivere questo, ma poi mi sono ricreduto. mi guardo intorno e mi rendo conto che forse lo dicono tanto per dire.
e poi il fenomeno moccia, ad esempio, è esploso grazie al passaparola... quindi forse la domanda è un'altra...
non so, non è che noi italiani c'entriamo qualcosa in tutto questo?
non so, io sono di mio ottimista, però forse siamo davvero nella merda. forse hai ragione. ma in realtà anch'io alludevo ad altro: continua ciò cha fai, sbattitene, i di fulvi ti fanno una pippa alla seconda

backinbeck
utente anonimo

#13   16 Giugno 2008 - 11:50
 
Caro Andrea, sono Luca Di Fulvio. Mi permetto di scriverle perché evidentemente mi sono espresso male al tg de La7 oppure lei ha male interpretato (naturalmente non entro nel merito della mia mediocrità di scrittore). Mi veniva chiesto se la letteratura era ancora letta, se non ricordo male. Quello che ho volevo rispondere era molto diverso da quello che riporta lei (o che ha compreso per mia poca chiarezza). Io penso di aver detto che gli editori dovevano smetterla di piagnucolare sui libri che vendono poco e occuparsi in maniera più efficace (e manageriale, perché no) dei libri nei quali credono e tralasciare i libri gadget. Questo esclude i big (commerciali o no) che sono gli unici sui quali fanno investimenti finanziari (a rischio zero). La cultura in Francia, per esempio, ha coniugato qualità con guadagno e questo non fa che aumentare le possibilità di tanti autori di essere conosciuti. E soprattutto aumenta il numero di lettori (in Italia siamo pochissimi). Nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere. Escluso Joyce, l'elenco che lei fa (Gadda, Leopardi, Shakespeare, Dante) è di autori "commerciali" e "popolari". Autori che non hanno solo avuto grandissimi consensi dai loro contemporanei ma che soprattutto hanno dimostrato che scrivere in "volgare", se si ha talento, è la forma meno razzista possibile, letterariamente parlando. A me preoccupano gli intellettuali, che parlano con la testa e non con la pancia. Gli autori che lei cita erano l'esempio perfetto di chi vuole comunicare con il maggior numero possibile di lettori/spettatori. E, in più, avevano il dono della genialità.
Io capisco la sua invettiva purista. E francamente (anche se sono il diavolo, nelle sue parole) la condivido pienamente. La sottoscrivo. Ma insisto a pensare che gli editori, soprattutto quelli potenti, dovrebbero lottare per portare in superficie - proprio perché ne hanno i mezzi - tutta quella letteratura che pubblicano solo per ragioni di bilancio, abbandonandola a se stessa, e facendola morire. Mondadori pubblica circa un libro al giorno. Lei (e tutti noi) viene a conoscenza di quanti titoli? Venti? Forse sono addirittura troppi. E gli altri 340? Morti. Stampate 2000 copie, 1500 al macero. Ma a loro (gli editori) basta, a fine anno, dire in consiglio d'amministrazione che hanno stampato 360 libri. Come sono andati non frega un cavolo a nessuno. Ecco, tra quei morti e dimenticati, io credo che debbano per forza esserci dei buoni libri, degli scrittori di talento. Se gli editori si prendessero cura "managerialmente" di quei dimenticati, di quei reietti, qualcuno di loro potrebbe riuscire a mostrare il proprio valore e, soprattutto, a continuare a scrivere. Io purtroppo (checché lei ne pensi) non appartengo ai big raccomandati. Tutto quello che riesco a fare è frutto del mio impegno. E lo faccio con abnegazione. E se ero al tg è stato solo perché la redazione ha trovato buono il mio libro, non perché Mondadori ha fatto pressioni (magari, mi verrebbe da dire egoisticamente). Purtroppo i tempi degli autori a cui lei si riferisce sono cambiati. Oltre agli editori che non credono più nei libri ma costruiscono solo "casi", c'è un pubblico che è cresciuto a tv e messaggi pubblicitari. Tutto il resto muore. Quello che volevo dire, in definitiva, era che gli editori dovrebbero prendersi cura molto di più della letteratura nell'unica maniera di cui sono capaci (purtroppo): il commercio. Se fossero bravi commercianti con i buoni libri forse ci sarebbero meno "casi" e più scrittori (il che non prevede che io sia necessariamente in questa categoria, stia tranquillo, non ho intenzione di obiettare al suo giudizio a priori).
Mi scusi il lungo pippone, io di solito non intervengo mai nei blog, ma sentivo nella sua passionalità un che di sincero, che non andava sprecato.
utente anonimo

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