Non ho mai letto una riga di Luca Di Fulvio, e non credo che lo farò mai. Credo sia uno scrittore mediocre, la cui produzione sia riassumibile nell’espressione “solita roba”. Come faccio a saperlo? Bisogna per forza pasteggiare con la merda per sapere che non è buona? Tra l’altro è una specie di giallista, e a me in genere non frega niente di scoprire chi è l’assassino. Ieri sera, però, visto che è appena uscito per Mondadori un suo libro che si chiama La gang dei sogni, era ospite in televisione, al tg de La7. Gli ho sentito dire una cosa, una sola. Questa – grossomodo: «Le case editrici dovrebbero cominciare a ragionare in termini aziendali, manageriali [ma non lo fanno già?, N.d.R.]. Il libro è una cosa che deve essere venduta, bisogna avere delle strategie precise come si hanno in tutte le grandi aziende.» Il concetto era che solo con una pianificazione di tipo esclusivamente economico il libro può fare mercato e la gente può finalmente ricominciare a leggere.
L’unica cosa che mi è venuta da dire, tra me e me, è stata un istintivo «Pianifica il tuo culo», non la letteratura. La gente queste puttanate le ascolta, e magari ci crede. Fremo, perché so che il mondo della letteratura e della cultura – o come diavolo li si vogliono chiamare – muore e si svilisce tra le mani di queste nullità che non si rendono nemmeno conto di quello che dicono. Se la letteratura, nel corso dei secoli e dei millenni, fosse stata sempre soggetta a queste regolucce di mercato – che spariranno nel giro di un paio di generazioni, per essere sostituite da qualcosa di diverso, di più evoluto e sicuramente peggiore, ma in ogni caso MAI più potente e imperituro della parola – noi non avremmo avuto Leopardi, e Gadda, e Joyce, e Shakespeare, e la Commedia. Chi cazzo ti pubblica oggi come oggi una pippa di cento canti in endecasillabi? Come cazzo faccio a venderla alla sciùra? Come ti fa, il pendolare o la fighetta, a spararsi in vena una Morte a credito, con tutti quei puntini che non si capisce dove si va a finire? Chi se ne fotte delle siepi e della luna? E Kafka? Che schifo la gente che si tramuta in insetto! Qui c’è gente che ha bisogno di leggere si sex e di city, che magari è single, oppure fa le joint venture, che vuole cantare in tv o perdersi su un’isoletta non con un selvaggio di nome Venerdì, ma con una fighetta ultratangata e abilissima nella suzione extrauterina del prepuzio. Qui il sabato si va nei centri commerciali, e i week end li si passa al mare o a lampadarsi. Qui si va sul Mar Rosso, mica sulle montagne incantate. La vita è questa qui, non è gente chiusa nel sughero a rompere i coglioni per un biscottino intinto nel tè. E se si fanno viaggi, devono essere viaggi spirituali, a gambe incrociate e mani giunte e barba lunga, mica bisogna seguire un cazzo di zoppo mezzo matto da una parte all’altra del pianeta a guardare le stelle e tranciare capodogli!
La letteratura muore per mano di questi scribacchini incolti, tutti pieni di logica commerciale e di sintassi elementare, muore nelle minchiate che si pubblicano in questi anni sotto etichette inventate e ruffiane, muore ogni volta che uno scrittore la scrive pensando ai suoi effetti, al pubblico, al mercato, all’economia e non alla sua potenza, all’immaginazione, alla parola, al mondo. La letteratura è forse l’ambiente con il più alto tasso di suicidi inconsapevoli, con più cadaveri fuori dagli armadi, mano sotto il mento, occhialino cool e prosopea da disadattato.
