"Le lenticchie con il loro lardo, quando si sciolgono in bocca, sono qualcosa che non ci resiste nessuno, neanche i profeti; perché sono meglio della terra promessa".
E' un libro da gustare piano, centellinando la lettura dei capitoli come fossero le portate di un lungo pasto narrativo che viene preparato e portato al lettore un po' alla volta, in maniera quasi casuale e distratta. Chissà perché mi viene in mente Fielding? Non cercate - nel Poema - una logica, una consequenzialità narrativa, un impianto solido e rigoroso, ché sarebbe tradire l'intento di Cavazzoni e la sua vocazione di cantastorie: è un libro stralunato, celatiano negli intenti, costruito su un patto narrativo affabulatorio e popolaresco, carnevalesco negli intenti e nella lingua. Sono storie inverosimili, rivisitazioni comiche (i pezzi su Garibaldi e sui Borboni sono dei piccoli capolavori di comicità e letteratura "orale"), giochi, che piano piano costruiscono una piccola epica della vocalità - se si può dire -, una cantata della pianura padana e delle sue persone, portate su un piano onirico e immaginifico. E' sospeso tra il sogno e il mito, racconta storie incoriniciandole in una storia che non c'è - perchè la storia di Savini è un pretesto e una scusa, e in definitiva non ha senso e non lo cerca. E' come quando ci si sedeva sul letto e il nonno cominciava a raccontare di quando faceva il pane, o prendeva la bicicletta per andare al fiume, e c'era la guerra, o non si sapeva se era finita. Solo che il nonno di Cavazzoni ha una capacità di visione e una fantasia fuori dal comune, e le sue affabulazioni si nutrono di canti popolari, di sogni, di lune nei pozzi, di uomini che vivono nelle tubature dei lavandini, di condottieri ammattiti, di bellissime cameriere/gallo, di carcerati con proboscidi giganti, di prefetti che vagano per la provincia in cerca di storie e di vite da raccontare. Ecco, il piacere di raccontare, di (farsi) ascoltare, di porre e di porsi davanti all'incredibile, all'inverosimile, a delle possibili declinazioni strambe della vita, di riconoscersi soggetti a incantamento e di lasciarvisi trasportare fuori dalle logiche e dalle cornici: questo è il Poema dei lunatici.
Fellini ci trasse il suo - altrettanto poetico e stralunato - La voce della luna.