Ho trovato, nei commenti al mio pezzo di settimana scorsa Pausa caffè, un pezzo di Luca Di Fulvio, che signorilmente sorvola sulla violenza con cui l’ho trattato pur non conoscendolo e dice la sua sull’argomento che lo riguarda così da vicino. Siccome la risposta mi è venuta un po’ lunga, e il tema mi sembra interessante, lo metto a forma di post, riproponendo anche lo scritto di Di Fulvio.
Caro Andrea, sono Luca Di Fulvio. Mi permetto di scriverle perché evidentemente mi sono espresso male al tg de La7 oppure lei ha male interpretato (naturalmente non entro nel merito della mia mediocrità di scrittore). Mi veniva chiesto se la letteratura era ancora letta, se non ricordo male. Quello che ho volevo rispondere era molto diverso da quello che riporta lei (o che ha compreso per mia poca chiarezza). Io penso di aver detto che gli editori dovevano smetterla di piagnucolare sui libri che vendono poco e occuparsi in maniera più efficace (e manageriale, perché no) dei libri nei quali credono e tralasciare i libri gadget. Questo esclude i big (commerciali o no) che sono gli unici sui quali fanno investimenti finanziari (a rischio zero). La cultura in Francia, per esempio, ha coniugato qualità con guadagno e questo non fa che aumentare le possibilità di tanti autori di essere conosciuti. E soprattutto aumenta il numero di lettori (in Italia siamo pochissimi). Nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere. Escluso Joyce, l'elenco che lei fa (Gadda, Leopardi, Shakespeare, Dante) è di autori "commerciali" e "popolari". Autori che non hanno solo avuto grandissimi consensi dai loro contemporanei ma che soprattutto hanno dimostrato che scrivere in "volgare", se si ha talento, è la forma meno razzista possibile, letterariamente parlando. A me preoccupano gli intellettuali, che parlano con la testa e non con la pancia. Gli autori che lei cita erano l'esempio perfetto di chi vuole comunicare con il maggior numero possibile di lettori/spettatori. E, in più, avevano il dono della genialità.
Io capisco la sua invettiva purista. E francamente (anche se sono il diavolo, nelle sue parole) la condivido pienamente. La sottoscrivo. Ma insisto a pensare che gli editori, soprattutto quelli potenti, dovrebbero lottare per portare in superficie - proprio perché ne hanno i mezzi - tutta quella letteratura che pubblicano solo per ragioni di bilancio, abbandonandola a se stessa, e facendola morire. Mondadori pubblica circa un libro al giorno. Lei (e tutti noi) viene a conoscenza di quanti titoli? Venti? Forse sono addirittura troppi. E gli altri 340? Morti. Stampate 2000 copie, 1500 al macero. Ma a loro (gli editori) basta, a fine anno, dire in consiglio d'amministrazione che hanno stampato 360 libri. Come sono andati non frega un cavolo a nessuno. Ecco, tra quei morti e dimenticati, io credo che debbano per forza esserci dei buoni libri, degli scrittori di talento. Se gli editori si prendessero cura "managerialmente" di quei dimenticati, di quei reietti, qualcuno di loro potrebbe riuscire a mostrare il proprio valore e, soprattutto, a continuare a scrivere. Io purtroppo (checché lei ne pensi) non appartengo ai big raccomandati. Tutto quello che riesco a fare è frutto del mio impegno. E lo faccio con abnegazione. E se ero al tg è stato solo perché la redazione ha trovato buono il mio libro, non perché Mondadori ha fatto pressioni (magari, mi verrebbe da dire egoisticamente). Purtroppo i tempi degli autori a cui lei si riferisce sono cambiati. Oltre agli editori che non credono più nei libri ma costruiscono solo "casi", c'è un pubblico che è cresciuto a tv e messaggi pubblicitari. Tutto il resto muore. Quello che volevo dire, in definitiva, era che gli editori dovrebbero prendersi cura molto di più della letteratura nell'unica maniera di cui sono capaci (purtroppo): il commercio. Se fossero bravi commercianti con i buoni libri forse ci sarebbero meno "casi" e più scrittori (il che non prevede che io sia necessariamente in questa categoria, stia tranquillo, non ho intenzione di obiettare al suo giudizio a priori).
Mi scusi il lungo pippone, io di solito non intervengo mai nei blog, ma sentivo nella sua passionalità un che di sincero, che non andava sprecato.
Caro Luca,
anzitutto la ringrazio per il tono civile con cui risponde alla mia sbrodolata di insulti e invettive. Spero di riuscire a chiarire nel corso di questa risposta al suo commento le motivazioni del mio attacco di bile, e a dimostrarle – cosa del resto perfettamente vera – che, non avendo mai letto qualcosa di suo, non è direttamente alla sua persona e al suo lavoro che mi riferivo, ma a una sorta di attitudine che da tempo ritrovo e, nel mio piccolo, cerco di combattere. Il fatto che io sia incappato nelle sue parole su La7 e che me la sia presa con lei è del tutto contingente, e i toni accesi e violenti del mio intervento – che, mi rendo conto è insultante, e pertanto me ne scuso – sono in realtà rivolti a un’idea che in quel momento lei ha per me rappresentato. Tutto qui. Leggendo la sua risposta, credo di avere più chiaro il suo punto di vista, e spero di riuscire a commentarlo in modo intelligente e sobrio. Insomma, non è lei a essere il diavolo. Del resto mi pare che tutto ciò le sia perfettamente arrivato, quindi non è necessario che mi dilunghi oltre. Per inciso, dopo che ho scritto il pezzo, mi ha chiamato un amico dandomi più o meno del coglione: «Perché te la prendi con Di Fulvio?» ha detto «Guarda che il suo libro è bello, e che non pare il tipo di persona che tu dipingi». Ma tant’è.
Comincio così: in uno scambio di mail con un amico scrittore, più o meno negli stessi giorni in cui me la sono presa con lei, si è un po’ parlato della situazione dell’editoria italiana, e lo si è fatto in questi termini: lui ha pubblicato finora due libri, e sta per pubblicare il terzo; il primo di questi due libri è uscito per una casa editrice milanese di medie dimensioni, molto conosciuta e stimata, circa un anno fa. Il secondo è uscito a gennaio di quest’anno per una casa editrice torinese neonata e pressoché sconosciuta, con enormi problemi di budget e molte difficoltà nella distribuzione. Il discorso verteva sul fatto che quasi tutti (stampa compresa) considerano il secondo libro migliore del primo, ma che il pubblico leggerà e ricorderà, di questo mio amico scrittore, solo il primo. Il tono della sua mail era: «Sai, io sono contento di aver fatto un libro con ***, perché ci hanno creduto e perché io credo in loro. Ma so perfettamente che in Italia si fa (per certi versi lo faccio anch’io) l’equazione casa editrice piccola = libro scadente». La mia risposta è stata una ripresa di un vecchio adagio di Antonio Moresco, al quale più di una volta ho sentito dire che le logiche editoriali, il marketing, per certi versi (ma solo per certi versi, eh) la distribuzione, la reale presenza nelle librerie sono tutti fattori di secondaria importanza nei confronti dell’opera e del suo autore: «Qualcuno si ricorda per caso il nome degli editori di Kafka? In quante copie e come è stato stampato e diffuso Delitto e castigo? Queste cose non contano! È l’opera che rimane! È l’autore che rimane!» Ora, va da sé che, vivendo nel mondo, sono perfettamente in grado di capire che un discorso del genere – per quanto sia cosa buona e giusta – rientra in una visione per così dire militante e romantica della letteratura, e che a tutti frega di essere curati, stampati, distribuiti e riconosciuti, e che tutto questo è una cosa legittima e doverosa. Però ritengo che un discorso come quello di Moresco – che è in sostanza il mio di Pausa caffè – sia un punto di vista assolutamente imprescindibile da parte di uno scrittore. Mi è capitato spesso, nel corso di questi ultimi anni, di trovarmi a presentazioni o tavole con alcuni suoi colleghi scrittori, e di sentire, in forme più o meno accese, un discorso come quello che io ho capito che lei ha fatto al tg di La7. Ne sono sempre uscito con un senso di disgusto – non c’è altra parola. Molto spesso, parlare con uno scrittore significa parlare di fascette, di copie, di edizioni, di copertine e tutto l’indotto commercial-pubblicitario costruito attorno a un’opera. Ho sviluppato una profonda avversione nei confronti di questa tipologia di persone, la cui attitudine da copywriter è quanto per me di più lontano e distante da qualunque forma di letteratura. Qualcuno mi potrebbe obiettare: «Lo faceva anche Balzac!». Rispondo: «Sì, ma poi tornava a casa e buttava giù le Illusioni perdute».
Durante il telegiornale, lei ha fatto due cose, di cui una legittima e una su cui, credo, occorre – da parte degli scrittori – che venga posta un’attenzione quasi pari a quella con cui si revisiona un testo: la cosa legittima è presentare il proprio libro; la cosa su cui invece mi aspetto un’attenzione e una cura particolari è il discorso sul sistema editoriale, sull’andamento delle cose, sull’effettiva possibilità di una riconquista di territori da parte della letteratura. Quando lei dice – riprendo dal suo commento – che gli editori dovrebbero occuparsi in maniera più efficace dei libri nei quali credono, io ho un fremito, e questo fremito ce l’ho perché lei non mi spiega che cosa significa quell’«efficace». Quello che è efficace per uno scrittore (lo studio, la solitudine, l’esercizio, l’invenzione, la capacità prefigurativa di saltare al di là delle solite logiche sistemiche, il guizzo, lo stile, la voce) non è necessariamente efficace anche per l’azienda che lo vende e lo distribuisce, anzi. Non ho mai onestamente capito qual è il confine reale tra un libro in cui l’editore crede e un libro in cui l’editore è portato a credere dal riscontro di pubblico o dal rientro pubblicitario (si potrebbe citare, anche solo nell’ultimo anno solare, almeno una dozzina di esempi lampanti, ma non lo farò). Non sono del tutto convinto che «nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere»: conosco qualcuno che, in epoche recenti, si è visto rifiutare un buon libro da un editore con la seguente motivazione: «Niente male, ma non è Faletti!». Gli autori che io cito e che lei riprende sono commerciali e popolari oggi, non lo erano nella maniera più assoluta all’epoca in cui vivevano e scrivevano (resta tra l’altro da capire se per assurdo il Ministero togliesse Dante e Leopardi dai programmi scolastici quanti editori si rimetterebbero ancora a stampare non dico la Commedia o i Canti, ma il De vulgari o i Paralipomeni). Anzi: per certi versi questi scrittori erano controcorrente e invisi alle logiche di sistema in cui operavano ed erano inseriti, e almeno parte della loro grandezza risiede nel fatto che se ne fregavano. Pensi poi a tutti quegli autori soggetti a beatificazione postuma (mi viene in mente Morselli) – cosa assolutamente insopportabile, oggi come oggi, dal mercato, la cui regola d’oro è: o vendi entro tre mesi oppure col cazzo che ti diamo una seconda chance. Pensi a Joyce, che ha girato mezza Europa in cerca di un impiego mentre scriveva l’Ulisse, e che l’ha pubblicato a Parigi grazie a una ragazza combattiva e lungimirante e che, in seguito, ha anche dovuto sopportare un processo per pornografia!
È inutile girarci intorno: oggi come oggi i lettori sono molti di più che nell’Ottocento, non fosse che per il grado di alfabetizzazione. Il fatto che lei abbia trovato in rete il mio pezzo, che l’abbia letto e che io le stia rispondendo, è la spia di una possibilità di diffusione e ricezione delle proprie cose che fino a pochi anni fa era impensabile. Tutti però siamo d’accordo nell’attestare che lo stato di salute delle nostre lettere sia – uso un eufemismo – quantomeno instabile. Come possiamo spiegare tutto questo? C’è più mercato, la gente legge poco ma legge molto di più rispetto agli anni Sessanta dell’Ottocento. Però negli anni Sessanta dell’Ottocento c’erano Dostoevskij, Tolstoj, Hugo, Maupassant. Com’è possibile? Ovviamente le risposte a questo problema possono essere migliaia: mi viene però il sospetto che, se se ne discutesse assieme, alla fine tutti converremmo almeno sul fatto che una parte di responsabilità sia da imputare alla macchina del mercato e alla sua capacità di comprimere e livellare verso la cosa più facile, più vendibile e priva di veri scossoni.
Non riesco a capire come una cura «manageriale» potrebbe risolvere il problema: dal mio punto di vista, è proprio nel termine «manageriale» che sta il problema. Quando l’editoria intesa come la intendiamo noi non esisteva, o esisteva in una forma più vicina all’artigianato, il mercato del libro era fatto da quegli autori il cui valore assoluto oggi è sinonimo di noia e vendite basse. Sto naturalmente generalizzando, ma da quando è arrivata l’industria, la gente diventa matta per le Kinsella e i fabivolo e se ne frega – salvo rari casi, vedi McCarthy – di quello che tra duecento anni nel migliore dei mondi possibili dovrebbe essere studiati a scuola.
C’è poi il discorso della tv, della pubblicità, e qui le do ragione. Sono candidamente convinto che se invece di fare pubblicità alla merda la si facesse all’oro tutti comprerebbero l’oro, perché è l’offerta che determina la domanda. Conviene di più farla alla merda, però, perché si fa meno fatica e non si rischia niente.
Resta che per me la letteratura non è e non deve essere una questione commerciale, mai. Nell’idea che lei esprime – che, ora ho capito, vien fuori da un intento nobile – non è preso in considerazione il rischio che le cose, una volta affidate a un’idea commerciale del mondo, si imbastardiscano ulteriormente. A me sembra che lei faccia questo discorso perché si sente come al cospetto di una fine: si pubblica troppo, si legge poco, si fa avanzare solo la fuffa, tutto se ne va a quel paese, e pur di non perdere gli scrittori, pur di non perdere la letteratura, trattiamola con un sistema commerciale che abbia una forte base etica – se così posso dire -. Le rispondo dicendole che secondo me non siamo alla fine, che il peggio deve ancora venire, e che ho molta paura di un discorso che permette al mercato di entrare tout court nelle lettere, soprattutto se fatto da uno scrittore. Già il libro è ormai un prodotto come un altro. Almeno teniamoci un piccolo spazio di opposizione.
