ottobre

"Non si incolpi nessuno, sono io" Nikolaj Stavrogin
lunedì, giugno 16, 2008

Il diavolo nel caffè

Ho trovato, nei commenti al mio pezzo di settimana scorsa Pausa caffè, un pezzo di Luca Di Fulvio, che signorilmente sorvola sulla violenza con cui l’ho trattato pur non conoscendolo e dice la sua sull’argomento che lo riguarda così da vicino. Siccome la risposta mi  è venuta un po’ lunga, e il tema mi sembra interessante, lo metto a forma di post, riproponendo anche lo scritto di Di Fulvio.

Caro Andrea, sono Luca Di Fulvio. Mi permetto di scriverle perché evidentemente mi sono espresso male al tg de La7 oppure lei ha male interpretato (naturalmente non entro nel merito della mia mediocrità di scrittore). Mi veniva chiesto se la letteratura era ancora letta, se non ricordo male. Quello che ho volevo rispondere era molto diverso da quello che riporta lei (o che ha compreso per mia poca chiarezza). Io penso di aver detto che gli editori dovevano smetterla di piagnucolare sui libri che vendono poco e occuparsi in maniera più efficace (e manageriale, perché no) dei libri nei quali credono e tralasciare i libri gadget. Questo esclude i big (commerciali o no) che sono gli unici sui quali fanno investimenti finanziari (a rischio zero). La cultura in Francia, per esempio, ha coniugato qualità con guadagno e questo non fa che aumentare le possibilità di tanti autori di essere conosciuti. E soprattutto aumenta il numero di lettori (in Italia siamo pochissimi). Nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere. Escluso Joyce, l'elenco che lei fa (Gadda, Leopardi, Shakespeare, Dante) è di autori "commerciali" e "popolari". Autori che non hanno solo avuto grandissimi consensi dai loro contemporanei ma che soprattutto hanno dimostrato che scrivere in "volgare", se si ha talento, è la forma meno razzista possibile, letterariamente parlando. A me preoccupano gli intellettuali, che parlano con la testa e non con la pancia. Gli autori che lei cita erano l'esempio perfetto di chi vuole comunicare con il maggior numero possibile di lettori/spettatori. E, in più, avevano il dono della genialità.
Io capisco la sua invettiva purista. E francamente (anche se sono il diavolo, nelle sue parole) la condivido pienamente. La sottoscrivo. Ma insisto a pensare che gli editori, soprattutto quelli potenti, dovrebbero lottare per portare in superficie - proprio perché ne hanno i mezzi - tutta quella letteratura che pubblicano solo per ragioni di bilancio, abbandonandola a se stessa, e facendola morire. Mondadori pubblica circa un libro al giorno. Lei (e tutti noi) viene a conoscenza di quanti titoli? Venti? Forse sono addirittura troppi. E gli altri 340? Morti. Stampate 2000 copie, 1500 al macero. Ma a loro (gli editori) basta, a fine anno, dire in consiglio d'amministrazione che hanno stampato 360 libri. Come sono andati non frega un cavolo a nessuno. Ecco, tra quei morti e dimenticati, io credo che debbano per forza esserci dei buoni libri, degli scrittori di talento. Se gli editori si prendessero cura "managerialmente" di quei dimenticati, di quei reietti, qualcuno di loro potrebbe riuscire a mostrare il proprio valore e, soprattutto, a continuare a scrivere. Io purtroppo (checché lei ne pensi) non appartengo ai big raccomandati. Tutto quello che riesco a fare è frutto del mio impegno. E lo faccio con abnegazione. E se ero al tg è stato solo perché la redazione ha trovato buono il mio libro, non perché Mondadori ha fatto pressioni (magari, mi verrebbe da dire egoisticamente). Purtroppo i tempi degli autori a cui lei si riferisce sono cambiati. Oltre agli editori che non credono più nei libri ma costruiscono solo "casi", c'è un pubblico che è cresciuto a tv e messaggi pubblicitari. Tutto il resto muore. Quello che volevo dire, in definitiva, era che gli editori dovrebbero prendersi cura molto di più della letteratura nell'unica maniera di cui sono capaci (purtroppo): il commercio. Se fossero bravi commercianti con i buoni libri forse ci sarebbero meno "casi" e più scrittori (il che non prevede che io sia necessariamente in questa categoria, stia tranquillo, non ho intenzione di obiettare al suo giudizio a priori).
Mi scusi il lungo pippone, io di solito non intervengo mai nei blog, ma sentivo nella sua passionalità un che di sincero, che non andava sprecato.

 

Caro Luca,

 

anzitutto la ringrazio per il tono civile con cui risponde alla mia sbrodolata di insulti e invettive. Spero di riuscire a chiarire nel corso di questa risposta al suo commento le motivazioni del mio attacco di bile, e a dimostrarle – cosa del resto perfettamente vera – che, non avendo mai letto qualcosa di suo, non è direttamente alla sua persona e al suo lavoro che mi riferivo, ma a una sorta di attitudine che da tempo ritrovo e, nel mio piccolo, cerco di combattere. Il fatto che io sia incappato nelle sue parole su La7 e che me la sia presa con lei è del tutto contingente, e i toni accesi e violenti del mio intervento – che, mi rendo conto è insultante, e pertanto me ne scuso – sono in realtà rivolti a un’idea che in quel momento lei ha per me rappresentato. Tutto qui. Leggendo la sua risposta, credo di avere più chiaro il suo punto di vista, e spero di riuscire a commentarlo in modo intelligente e sobrio. Insomma, non è lei a essere il diavolo. Del resto mi pare che tutto ciò le sia perfettamente arrivato, quindi non è necessario che mi dilunghi oltre. Per inciso, dopo che ho scritto il pezzo, mi ha chiamato un amico dandomi più o meno del coglione: «Perché te la prendi con Di Fulvio?» ha detto «Guarda che il suo libro è bello, e che non pare il tipo di persona che tu dipingi». Ma tant’è.

Comincio così: in uno scambio di mail con un amico scrittore, più o meno negli stessi giorni in cui me la sono presa con lei, si è un po’ parlato della situazione dell’editoria italiana, e lo si è fatto in questi termini: lui ha pubblicato finora due libri, e sta per pubblicare il terzo; il primo di questi due libri è uscito per una casa editrice milanese di medie dimensioni, molto conosciuta e stimata, circa un anno fa. Il secondo è uscito a gennaio di quest’anno per una casa editrice torinese neonata e pressoché sconosciuta, con enormi problemi di budget e molte difficoltà nella distribuzione. Il discorso verteva sul fatto che quasi tutti (stampa compresa) considerano il secondo libro migliore del primo, ma che il pubblico leggerà e ricorderà, di questo mio amico scrittore, solo il primo. Il tono della sua mail era: «Sai, io sono contento di aver fatto un libro con ***, perché ci hanno creduto e perché io credo in loro. Ma so perfettamente che in Italia si fa (per certi versi lo faccio anch’io) l’equazione casa editrice piccola = libro scadente». La mia risposta è stata una ripresa di un vecchio adagio di Antonio Moresco, al quale più di una volta ho sentito dire che le logiche editoriali, il marketing, per certi versi (ma solo per certi versi, eh) la distribuzione, la reale presenza nelle librerie sono tutti fattori di secondaria importanza nei confronti dell’opera e del suo autore: «Qualcuno si ricorda per caso il nome degli editori di Kafka? In quante copie e come è stato stampato e diffuso Delitto e castigo? Queste cose non contano! È l’opera che rimane! È l’autore che rimane!» Ora, va da sé che, vivendo nel mondo, sono perfettamente in grado di capire che un discorso del genere – per quanto sia cosa buona e giusta – rientra in una visione per così dire militante e romantica della letteratura, e che a tutti frega di essere curati, stampati, distribuiti e riconosciuti, e che tutto questo è una cosa legittima e doverosa. Però ritengo che un discorso come quello di Moresco – che è in sostanza il mio di Pausa caffè – sia un punto di vista assolutamente imprescindibile da parte di uno scrittore. Mi è capitato spesso, nel corso di questi ultimi anni, di trovarmi a presentazioni o tavole con alcuni suoi colleghi scrittori, e di sentire, in forme più o meno accese, un discorso come quello che io ho capito che lei ha fatto al tg di La7. Ne sono sempre uscito con un senso di disgusto – non c’è altra parola. Molto spesso, parlare con uno scrittore significa parlare di fascette, di copie, di edizioni, di copertine e tutto l’indotto commercial-pubblicitario costruito attorno a un’opera. Ho sviluppato una profonda avversione nei confronti di questa tipologia di persone, la cui attitudine da copywriter è quanto per me di più lontano e distante da qualunque forma di letteratura. Qualcuno mi potrebbe obiettare: «Lo faceva anche Balzac!». Rispondo: «Sì, ma poi tornava a casa e buttava giù le Illusioni perdute».

Durante il telegiornale, lei ha fatto due cose, di cui una legittima e una su cui, credo, occorre – da parte degli scrittori – che venga posta un’attenzione quasi pari a quella con cui si revisiona un testo: la cosa legittima è presentare il proprio libro; la cosa su cui invece mi aspetto un’attenzione e una cura particolari è il discorso sul sistema editoriale, sull’andamento delle cose, sull’effettiva possibilità di una riconquista di territori da parte della letteratura. Quando lei dice – riprendo dal suo commento – che gli editori dovrebbero occuparsi in maniera più efficace dei libri nei quali credono, io ho un fremito, e questo fremito ce l’ho perché lei non mi spiega che cosa significa quell’«efficace». Quello che è efficace per uno scrittore (lo studio, la solitudine, l’esercizio, l’invenzione, la capacità prefigurativa di saltare al di là delle solite logiche sistemiche, il guizzo, lo stile, la voce) non è necessariamente efficace anche per l’azienda che lo vende e lo distribuisce, anzi. Non ho mai onestamente capito qual è il confine reale tra un libro in cui l’editore crede e un libro in cui l’editore è portato a credere dal riscontro di pubblico o dal rientro pubblicitario (si potrebbe citare, anche solo nell’ultimo anno solare, almeno una dozzina di esempi lampanti, ma non lo farò). Non sono del tutto convinto che «nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere»: conosco qualcuno che, in epoche recenti, si è visto rifiutare un buon libro da un editore con la seguente motivazione: «Niente male, ma non è Faletti!». Gli autori che io cito e che lei riprende sono commerciali e popolari oggi, non lo erano nella maniera più assoluta all’epoca in cui vivevano e scrivevano (resta tra l’altro da capire se per assurdo il Ministero togliesse Dante e Leopardi dai programmi scolastici quanti editori si rimetterebbero ancora a stampare non dico la Commedia o i Canti, ma il De vulgari o i Paralipomeni). Anzi: per certi versi questi scrittori erano controcorrente e invisi alle logiche di sistema in cui operavano ed erano inseriti, e almeno parte della loro grandezza risiede nel fatto che se ne fregavano. Pensi poi a tutti quegli autori soggetti a beatificazione postuma (mi viene in mente Morselli) – cosa assolutamente insopportabile, oggi come oggi, dal mercato, la cui regola d’oro è: o vendi entro tre mesi oppure col cazzo che ti diamo una seconda chance. Pensi a Joyce, che ha girato mezza Europa in cerca di un impiego mentre scriveva l’Ulisse, e che l’ha pubblicato a Parigi grazie a una ragazza combattiva e lungimirante e che, in seguito, ha anche dovuto sopportare un processo per pornografia!

È inutile girarci intorno: oggi come oggi i lettori sono molti di più che nell’Ottocento, non fosse che per il grado di alfabetizzazione. Il fatto che lei abbia trovato in rete il mio pezzo, che l’abbia letto e che io le stia rispondendo, è la spia di una possibilità di diffusione e ricezione delle proprie cose che fino a pochi anni fa era impensabile. Tutti però siamo d’accordo nell’attestare che lo stato di salute delle nostre lettere sia – uso un eufemismo – quantomeno instabile. Come possiamo spiegare tutto questo? C’è più mercato, la gente legge poco ma legge molto di più rispetto agli anni Sessanta dell’Ottocento. Però negli anni Sessanta dell’Ottocento c’erano Dostoevskij, Tolstoj, Hugo, Maupassant. Com’è possibile? Ovviamente le risposte a questo problema possono essere migliaia: mi viene però il sospetto che, se se ne discutesse assieme, alla fine tutti converremmo almeno sul fatto che una parte di responsabilità sia da imputare alla macchina del mercato e alla sua capacità di comprimere e livellare verso la cosa più facile, più vendibile e priva di veri scossoni.

Non riesco a capire come una cura «manageriale» potrebbe risolvere il problema: dal mio punto di vista, è proprio nel termine «manageriale» che sta il problema. Quando l’editoria intesa come la intendiamo noi non esisteva, o esisteva in una forma più vicina all’artigianato, il mercato del libro era fatto da quegli autori il cui valore assoluto oggi è sinonimo di noia e vendite basse. Sto naturalmente generalizzando, ma da quando è arrivata l’industria, la gente diventa matta per le Kinsella e i fabivolo e se ne frega – salvo rari casi, vedi McCarthy – di quello che tra duecento anni nel migliore dei mondi possibili dovrebbe essere studiati a scuola.

C’è poi il discorso della tv, della pubblicità, e qui le do ragione. Sono candidamente convinto che se invece di fare pubblicità alla merda la si facesse all’oro tutti comprerebbero l’oro, perché è l’offerta che determina la domanda. Conviene di più farla alla merda, però, perché si fa meno fatica e non si rischia niente.

Resta che per me la letteratura non è e non deve essere una questione commerciale, mai. Nell’idea che lei esprime – che, ora ho capito, vien fuori da un intento nobile – non è preso in considerazione il rischio che le cose, una volta affidate a un’idea commerciale del mondo, si imbastardiscano ulteriormente. A me sembra che lei faccia questo discorso perché si sente come al cospetto di una fine: si pubblica troppo, si legge poco, si fa avanzare solo la fuffa, tutto se ne va a quel paese, e pur di non perdere gli scrittori, pur di non perdere la letteratura, trattiamola con un sistema commerciale che abbia una forte base etica – se così posso dire -. Le rispondo dicendole che secondo me non siamo alla fine, che il peggio deve ancora venire, e che ho molta paura di un discorso che permette al mercato di entrare tout court nelle lettere, soprattutto se fatto da uno scrittore. Già il libro è ormai un prodotto come un altro. Almeno teniamoci un piccolo spazio di opposizione.

postato da: tereso alle ore 16:42 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: letteratura

Commenti
#1   16 Giugno 2008 - 20:56
 
Caro Andrea,
un paio di osservazioni e poi cercherò di non tediarla.

Dostoewskij scrisse "Il giocatore" in pochissimi giorni per pagare i suoi debiti. Lui era un genio e tanti altri no, d'accordo, e qui sta tutta la differenza. Però vorrei provare a stanarla dalla sua straordinaria purezza di vedute (non c'è né retorica né condiscendenza nelle mie parole) per portarla su un piano triviale. Dostoewskij - come tutti noi - era un uomo, con dei bisogni, con un affitto, con una vita pratica. Io vorrei che l'editoria mettesse tanti scrittori di talento - o anche "in formazione" - nella condizione di sbarcare il lunario. Perché per uno straordinario, visionario artista che non si arrende né arrenderà mai, c'è una moria, anzi una strage, di potenziali talenti (o anche solo "buoni" scrittori) che abbandonano, che si vendono ad altro. La follia del genio assoluto sopravvive a qualsiasi catastrofe (anche se oggi mi pare improbabile). Ma i bravi scrittori spesso devono fare altro. Ed è un peccato perderli. Sopravvivono anche loro, spesso, alla storia, anche se non scalano l'Everest come i grandi, inarrivabili geni. Le parrà cosa troppo triviale, e ammetto che lo sia. Ma ha mai letto quella bella commedia di Sartre che si chiama "Le mani sporche" e che costò all'autore l'espulsione dal partito comunista? Due personaggi: l'implacabile sognatore (che sogna la Giustizia e la Libertà e che è pronto a sacrificare la vita di molti compagni) e l'uomo (non a caso più vecchiarello, come me) che vorrebbe salvare quei derelitti, anche a costo di un inglorioso compromesso. Ho riassunto un po' da salumaio, ma solo per farle capire che io sposo fino in fondo ogni sua parola e che nel mio privato (e con i risultati che mi permette la dose di talenti assegnatami dalla natura) io li metto in pratica. Non mi vendo, pubblico ogni due o tre anni, mi becco vaffanculi dagli editori perché non faccio raffiche di presentazioni, cerco - nei miei limiti - di seguire il mio istinto narrativo. Ma poi, in pubblico, davanti a una platea di gente distratta e superficiale (escluso lei, e ne sono contento), con un tizio che mi fa segni "stringi stringi", ecco che il discorso si mozza, si banalizza, diventa quel che lei ha definito correttamente "merda". Perché la tv è merda, inutile nascondercelo. Parlare di un libro del cavolo in mezzo a notizie di morti ammazzati e disperati che hanno perso tutto è una merda. E' questa la ragione di tanti miei momenti privati di sconforto. Non esiste più la possibilità di coniugare insieme la qualità alla comunicazione. Ci sono lasciati dei compromessi, più o meno dignitosi. E allora si può scegliere di vivere in un eremo o scendere a valle, sporcandosi il meno possibile le scarpe di fango. Ma molti - e sono quelli che vorrei difendere, per i quali mi accaloro - finiscono nelle sabbie mobili, la loro arte - che certamente non è quella immensa - si prostituisce nel fare il verso a Moccia e consimili, perché tira, perché è dove spira il vento. E ammesso che riescano a pubblicare sono morti. Morti dentro. Trucidati dal sistema delle cose. Io, al contrario di lei, non pretendo che un artista non sia debole, vigliacco, pauroso. I grandi condottieri sono statisticamente pochi. Jack London, che rimane nella storia, non è sublime. Ma oggi non può esistere nemmeno lui, figuriamoci Dante. E Dino Campana, per me il nostro più grande poeta moderno, ha fatto quel che ha fatto perché era già pazzo o lo hanno fatto diventare tale, perdendogli i suoi "Canti Orfici", allora come oggi, per distrazione. E se qualcuno oggi lo conosce è per un film del cavolo con Accorsi. Ha venduto più copie durante il film che in cinquant'anni. Lei combatte una battaglia nobile e io stimo tutti quelli che lottano come lei. Ma lei è già salvo. Lei non sta dentro al Grande Fratello. Moltissimi, invece, ci sono. E non c'è altro mezzo che provare a stanarli. Non so se pubblicherò ancora con Mondadori, di certo gli editori sono degli industriali, tutti, grandi e piccoli, altrimenti oggi non si pubblicherebbe poesia solo a pagamento. E agli industriali bisogna provare a mandare messaggi che comprendano. Oppure moriremo tutti. Io continuerò a scrivere, anche senza editori e carta, perché mi fa vivere. E' l'immaginare storie e parole che mi fa respirare. E così tantissimi altri, emeriti sconosciuti, che continuano a farlo. Ma in chi scrive c'è il desiderio implicito di essere letto, di stimolare immagini ed emozioni. Senza lettori uno scrittore è zoppo. Le mie più intime suggestioni, il mio senso del valore della narrativa, sono cose di cui parlo poco. Lo sa perché? Perché scrivo. Ogni scrittore le realizza, o almeno ci prova. Esiste un segno tangibile di quel che pensa. Perciò, spesso, quando parliamo, parliamo d'altro, che sembra futile. Ma per noi non lo è. Perché è quella parte di letteratura che non dipende da noi.
Spero nella mia esposizione di non essere stato trombone. Nel caso dipende dal fatto che sono una persona schiva e che adoro scrivere ma non parlare.
Mi piacciono i suoi toni. Lei è un uomo intelligente, sensibile e onesto. Per quel che vale il mio giudizio: bravo.

Luca Di Fulvio
utente anonimo

#2   17 Giugno 2008 - 19:05
 
Caro Luca,

la sua sta diventando un’analisi via via sempre più lucida e sempre più impietosa, o almeno così mi pare. Improvvisamente mi sento un aristocratico di fronte alla sua realpolitik (non c’è ironia, sto constatando quello che mi sembra un dato di fatto). Forse quello che davvero ci distingue – se posso – è un certo grado di disillusione che in lei è molto marcato. Finisce che passo – e sarebbe la prima volta per me – per l’ottimista che non sono, per una sorta di Don Chisciotte che in nome del sacro valore dell’arte (espressione idiota in cui però credo tenacemente) cerca di valicare le montagne a mani nude.
Leggendo la prima parte del suo intervento mi è venuto in mente – per spirito di contraddizione - Hamsun e il suo meraviglioso Fame, storia autobiografica di uno scrittore giovane che gratta l’intonaco per trovare qualcosa da mangiare e intanto scrive, dorme il più possibile e fa marchette a destra e a manca. Ho però anche pensato che, in un certo senso, il mio punto di vista è più «facile» del suo: è sempre comodo tirare in ballo quattro-cinque geni e dire «E questo? E quest’altro? Com’è che loro ce l’hanno fatta?». Pertanto apprezzo moltissimo il fatto che lei in qualche modo provi – come dice – a stanarmi.
D’istinto mi viene da dirle che chi, per colpa delle difficoltà contingenti, smette di scrivere, lo fa perché in qualche modo così doveva essere, e che allo stesso tempo, forse, molti dei talenti a cui lei vorrebbe far sbarcare il lunario si inaridirebbero se «mantenuti»; ma bisognerebbe vedere caso per caso, e, stanti le cose come stanno, non voglio introdurre un argomento che rischia di essere sterile.
Io non pretendo che un artista non sia debole, vigliacco e indifeso. Non lo pretendo da nessuna categoria di persone. Io sono debole, vigliacco e indifeso in molte circostanze della mia vita. Quello che pretendo è un’attitudine. Lo so bene che il mondo va in una direzione, e che bisogna sfangarla, e non mi tolgo dal novero di persone che provano quotidianamente a farlo. Quello che mi spaventa del suo discorso – di cui a questo punto riconosco e apprezzo in toto l’onestà e la lucidità – è questo: banalizzando, nel gioco delle parti di questa discussione, io sono quello militante, contro le logiche di mercato (mi viene in mente una vecchia discussione con la stessa persona che mi ha dato del coglione dopo Pausa caffè: ci dicevamo: «Ma tu, tra uno che prova il capolavoro e magari lo fallisce e uno che scrive roba accettabile ma priva di guizzi, da che parte stai?», e io, ovviamente, stavo istintivamente dalla parte di quello che prova il capolavoro…), lei è invece quello a cui piacerebbe disarticolare questo tipo di logiche dall’interno; quello che mi spaventa è che la sua opera – che passa anche per la La7 – deve per forza essere condotta nel mercato e per il mercato: la possibilità di essere stritolato è elevatissima. Io ho paura che tutto venga fagocitato dall’economia, in sostanza. La soluzione che trovo è laterale, forse radicale. È una bandierina nel deserto, una piccola roccaforte etica e anacronisticamente letteraria, che fa di me un romantico. È un «chi mi ama mi segua». Rimango convinto che il compito fondamentale di chi scrive è la ricerca di quella cosa che spesso si ha paura a nominare, la purezza – qualunque cosa essa realmente significhi per ognuno. Questo però non mi fa non capire che ci sono diverse gradazioni e diverse possibilità di intervento, tra cui la sua.
Non so se sono riuscito a dire tutto quello che volevo dire, vengo da una giornata piuttosto lunga… Comunque sono davvero contento di avere l’occasione di parlare di queste cose con lei.
PS: Tra l’altro la sottoscrivo quando scrive: «Le mie più intime suggestioni, il mio senso del valore della narrativa, sono cose di cui parlo poco. Lo sa perché? Perché scrivo. Ogni scrittore le realizza, o almeno ci prova. Esiste un segno tangibile di quel che pensa. Perciò, spesso, quando parliamo, parliamo d'altro, che sembra futile. Ma per noi non lo è. Perché è quella parte di letteratura che non dipende da noi».

Andrea
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente tereso

#3   17 Giugno 2008 - 20:22
 
...ma poi, alla fine, quando sono solo alla mia scrivania o nei parchi coi miei cani o mano nella mano con la mia donna, io la penso esattamente come lei...
utente anonimo

Commenti

Chi sono

Blogger: tereso
Nome: andrea tarabbia

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte

Profilo Facebook di Andrea Tarabbia
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 2.5 Italy License.