Ho ricominciato I demonî di Dostoevskij. Ieri notte, quasi d’istinto. Parlandone con L. mi sono accorto che è moltissimo tempo che non leggo cose dello zio Fëdor – come lo chiamavamo ai tempi dell’università. I Demonî è l’unico tra i grandi romanzi dostoevskijani che ho letto una volta sola (e nel novero dei grandi romanzi metto ovviamente anche quel prodigio assoluto che sono le Memorie dal sottosuolo). In un certo senso, mi sento in debito nei confronti di questo libro. So che è una cosa stupida, ma Dostoevskij è uno dei miei padri, e c’è sempre una forma di debito e di gratitudine nei confronti dei padri. Dostoevskij è un uomo a cui penso. Così, facendo altro, a volte mi viene in mente quella sua faccia scavata e rossiccia, quello sguardo fisso che rimandano i ritratti e le fotografie degli anni in cui componeva i grandi romanzi.
Alle volte mi capitano situazioni in cui mi vengono in mente le sue frasi, i suoi personaggi, e tutt’oggi non riesco a pensare alla Russia senza immaginarmela piena dell’atmosfera che lui ha creato.
Dostoevskij è un dono che abbiamo avuto, e io non lo voglio sprecare.
Ho letto solo il primo capitolo, perché ero molto stanco. Me lo ricordavo molto noioso – cosa che Dostoevskij non è mai – una lunga ed estenuante parabola biografica su Stepan Trofimovič e Varvara Petrovna, del tutto propedeutica alle detonazioni che dal capitolo due fanno letteralmente esplodere il romanzo. Io ho letto I demonî per la prima e l’unica volta che avrò avuto ventuno, massimo ventidue anni. Allora non leggevo quasi nulla che non fosse stato scritto nell’Ottocento (è sbagliato e stupido, lo so, ma non finirò mai di ringraziare il mio snobismo postadolescenziale di quegli anni). Con lo sguardo dei trent’anni, quel primo capitolo – che è rimane introduttivo e propedeutico – è già micidiale: quella lingua operosa (ché è operoso lo stile di Dostoesvkij: è lo stile di un uomo che si siede e si mette all’opera, che «lavora»), l’ironia bonaria ma anche inflessibile nei confronti dei due personaggi principali, e quella cosa sotterranea, quella sensazione di tumulto e di nascita che riesce a emergere dai pochi passi dedicati alla presentazione di Šatov e di Stavrogin, più evocati che rappresentati, ma già in piena festa, in piena rivolta. I demonî è un capolavoro che si «sente» già tutto nelle prime trenta pagine propedeutiche.
Ma non voglio parlare di Dostoevskij – non si può parlare di Dostoevskij perché Dostoevskij ha detto tutto e io non sono in grado di parlare di tutto. Volevo soltanto dire che l’ho ricominciato, che sono felice. Dostoevskij. Ho fatto fatica a dormire. Nella stanza faceva più caldo, ho spalancato la finestra e la porta, mi sono messo in mezzo all’aria corrente. Nel primo capitolo non succede niente, ma c’è già quella lingua, quella voce, quel modo di raccontare che non mi ero dimenticato, che avevo tenuto in recesso della memoria, in qualche fibra o tessuto che consciamente non so di avere. Ho fatto fatica a prendere sonno perché, nell’immaginazione, ho masticato Dostoevskij a lungo, ieri sera, mi sono ripetuto le sue frasi e ho inventato altre frasi che la sua voce avrebbe potuto dire.
