ottobre

"Non si incolpi nessuno, sono io" Nikolaj Stavrogin
giovedì, giugno 26, 2008

Io mastico

Ho ricominciato I demonî di Dostoevskij. Ieri notte, quasi d’istinto. Parlandone con L. mi sono accorto che è moltissimo tempo che non leggo cose dello zio Fëdor – come lo chiamavamo ai tempi dell’università. I Demonî è l’unico tra i grandi romanzi dostoevskijani che ho letto una volta sola (e nel novero dei grandi romanzi metto ovviamente anche quel prodigio assoluto che sono le Memorie dal sottosuolo). In un certo senso, mi sento in debito nei confronti di questo libro. So che è una cosa stupida, ma Dostoevskij è uno dei miei padri, e c’è sempre una forma di debito e di gratitudine nei confronti dei padri. Dostoevskij è un uomo a cui penso. Così, facendo altro, a volte mi viene in mente quella sua faccia scavata e rossiccia, quello sguardo fisso che rimandano i ritratti e le fotografie degli anni in cui componeva i grandi romanzi. dostoevskijAlle volte mi capitano situazioni in cui mi vengono in mente le sue frasi, i suoi personaggi, e tutt’oggi non riesco a pensare alla Russia senza immaginarmela piena dell’atmosfera che lui ha creato.

Dostoevskij è un dono che abbiamo avuto, e io non lo voglio sprecare.

Ho letto solo il primo capitolo, perché ero molto stanco. Me lo ricordavo molto noioso – cosa che Dostoevskij non è mai – una lunga ed estenuante parabola biografica su Stepan Trofimovič e Varvara Petrovna, del tutto propedeutica alle detonazioni che dal capitolo due fanno letteralmente esplodere il romanzo. Io ho letto I demonî per la prima e l’unica volta che avrò avuto ventuno, massimo ventidue anni. Allora non leggevo quasi nulla che non fosse stato scritto nell’Ottocento (è sbagliato e stupido, lo so, ma non finirò mai di ringraziare il mio snobismo postadolescenziale di quegli anni). Con lo sguardo dei trent’anni, quel primo capitolo – che è rimane introduttivo e propedeutico – è già micidiale: quella lingua operosa (ché è operoso lo stile di Dostoesvkij: è lo stile di un uomo che si siede e si mette all’opera, che «lavora»), l’ironia bonaria ma anche inflessibile nei confronti dei due personaggi principali, e quella cosa sotterranea, quella sensazione di tumulto e di nascita che riesce a emergere dai pochi passi dedicati alla presentazione di Šatov e di Stavrogin, più evocati che rappresentati, ma già in piena festa, in piena rivolta. I demonî è un capolavoro che si «sente» già tutto nelle prime trenta pagine propedeutiche.

Ma non voglio parlare di Dostoevskij – non si può parlare di Dostoevskij perché Dostoevskij ha detto tutto e io non sono in grado di parlare di tutto. Volevo soltanto dire che l’ho ricominciato, che sono felice. Dostoevskij. Ho fatto fatica a dormire. Nella stanza faceva più caldo, ho spalancato la finestra e la porta, mi sono messo in mezzo all’aria corrente. Nel primo capitolo non succede niente, ma c’è già quella lingua, quella voce, quel modo di raccontare che non mi ero dimenticato, che avevo tenuto in recesso della memoria, in qualche fibra o tessuto che consciamente non so di avere. Ho fatto fatica a prendere sonno perché, nell’immaginazione, ho masticato Dostoevskij a lungo, ieri sera, mi sono ripetuto le sue frasi e ho inventato altre frasi che la sua voce avrebbe potuto dire.

postato da: tereso alle ore 12:10 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: letteratura, inesperienza

Commenti
#1   26 Giugno 2008 - 16:42
 
bellissimo romanzo questo, complesso, affollato di personaggi nessuno dei quali trattato con superficialità (e non è cosa da poco!)...sono riuscito a leggerlo un paio di volte a distanza di qualche anno...stessa sorte toccata all'Idiota, all'Adolescente ai fratelli karamazov..secondo me la grandezza di questo autore sta tutta nel fatto che ogni volta che rileggi un suo romanzo ti accorgi di non averlo mai letto....
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente wormholeseeker

#2   26 Giugno 2008 - 17:19
 
letto anni fa. mi ricordo che mi aveva fatto ridere di brutto. forse sono pazzo, ma l'avevo trovato il più ironico dei grandi romanzi di dostoevskij.
in ogni caso, la scena di stavrogin che pinza per il naso e trascina così un vecchio che aveva detto "a me non mi si prende per il naso, ah no!"... be', è fenomenale.
utente anonimo

#3   27 Giugno 2008 - 00:45
 
Molto interessante quello che scrive. E il centro di quel che scrive forse è semplicemente enucleabile in quello "zio" Fëdor. Dostoevskij (nonostante il timore reverenziale che incute per il suo genio) è figura carismatica, e quindi che crea affettività.
Non altrettanto, per esempio (almeno per me), si può dire di Tolstoj, che pure iconograficamente potrebbe essere un "nonno" Leon. Ma Tolstoj è duro, inflessibile, inavvicinabile. A me anche un po' antipatico dopo che lessi un suo commento a Terese Raquin di Zola in cui distruggeva il romanzo (che io amo moltissimo, invece) perché "immorale". Perché - riassumendo da salumaio - lo scrittore non era dalla parte del bene e della morale. Un commento interessante per una discussione ma che francamente non condivido affatto (altrimenti non mi piacerebbero Celine, Carmelo Bene, André Gide e svariati altri autori).
Perciò mi domandavo: al di là della genialità della propria opera, quanto incide la "persona" scrittore, anche su gente come noi che certamente non gli è contamporanea e quindi molto liberata dal pettegolezzo aneddotico? In sostanza, il fatto che sia "fico" incide sul nostro giudizio?
Infine: riletture. Le trovo fondamentali. A seconda dell'età che si ha cambiano le chiavi di interpretazioni e se ne scoprono di nuove e, spesso, prodigiose che non si erano potute afferrare per scarsa esperienza di vita vissuta (o patita). Io ho una serie di libri che rileggo a distanza di una decina d'anni e non smettono mai di stupirmi (compresi libri per "ragazzi" come Zanna Bianca). E' un ottimo esercizio per verificare il proprio stato di crescita. Come mettersi sempre a ridosso dello stesso muro e tracciare una tacca e una data. Fa impressione e dà una certa soddisfazione vederle lì, allineate sul muro, quelle tacche. Ci si sente meno "tappi".
Buona rilettura, L.
utente anonimo

#4   27 Giugno 2008 - 09:36
 
sottoscrivo tutti e tre. i demoni è, tra i grandi romanzi, quello scritto maggiormente in punta di penna. è il libro in cui sento che lo zio fedor è più "bonario" nei confronti di alcuni personaggi (stepan e varvare su tutti). è davvero uno zio, qui.
anche a me tolstoj ha sempre tenut o più a distanza, forse perchè si è sempre posto come figura ieratica, come una sorta di starec. a volte lo sento icona di se stesso, per così dire. è in un certo senso più rigido. resta che se dovessi fare la lista dei dieci più grandi scrittori dell'Ottocento ci sarebbe anche lui, senza dubbio.
per quanto riguarda, caro L., la questione della "persona", mi è molto difficile rispondere: io sono laureato in letteratura russa, il mio humus è proprio l'epoca dei fedor e dei lev tolstoj. è gente che ho avuto per le mani da quando ho cominciato a formarmi come lettore. in un certo senso, per me non sono scrittori "normali", sono quelli con cui mi sono allattato. li sento sempre e in ogni caso vicini: il pezzo finale - quello del caldo nella stanza - alludeva proprio a questo, all'agitazione che mi ha preso ritrovandomi all'improvviso immerso in quella lingua lì, in quelle atmosfere lì, in quel passo lì.
però ci penso su. sicuramente qualche influenza ce l'ha - ad esempio a me infastidisce (vai a capire perché) l'immagine di uno come hemingway, e ne ho letto pochissimo, e tutte le volte che lo prendo in mano mi dico "ma no, ma che palle hemingway! le corride, i sigari, la guerra... adesso no!"
mea culpa, ma al momento va così...
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