Il grande scrittore austriaco Christoph Ransmayr ha detto: «Il più grande giardino della letteratura sono gli Stati Uniti». Potete trovare la dichiarazione sull’ultimo numero di Pulp. C’è una linea, dice Ransmayr, che parte da Faulkner e porta a McCarthy, passando per autori che magari americani non sono, ma che usano l’inglese per scrivere: Coetzee, la Munro. Cita poi Vollman e Carver, creando una sorta di mostro stilistico. È vero: oggi come oggi forse non esiste – tra le letterature emerse – una scuola più ricca e potente di quella di matrice anglosassone. La lingua inglese domina il mercato, crea i trend, e ho un po’ il sospetto che questo faccia il gioco di almeno un paio di generazioni di narratori anglofoni. Lo stesso libro vale 10 se è scritto da un americano e 0 se è scritto da un filippino. Cosa questa forma di giudizio c’entri con la letteratura, non lo so. In ogni caso, sulla letteratura americana si sta modellando una grossa fetta della letteratura mondiale, se è vero che la maggioranza dei libri italiani che si pubblicano hanno di italiano solamente la lingua in cui sono scritti, ma sono “pensati in inglese”. Stessa cosa, a mettere il naso in casa d’altri, succede ai tedeschi, ai francesi e ai russi – per rimanere nei principali ambiti della letteratura europea. In questi giorni mi sto chiedendo, del tutto arbitrariamente, chi rimarrà di tutti questi americani, chi, fra cent’anni, sarà considerato alla stregua di un Melville, di una James, di un Hawthorne, di un Faulkner.
Voglio fare un pezzo breve, per cui sarò tranchant. Secondo me, per quello che conosco, rimarrà McCarthy – che reinventa i generi mescolandoli con il mito e con il sacro – e rimarrà DeLillo – che ha scritto tre-quattro opere fondamentali e ha veramente inventato un modo di scrivere. Qualcuno mi parla di Powers, di cui però non ho mai letto nulla e dunque non posso dire. Tutti gli altri, entreranno a far parte, per me, di quel canone tracciato da scrittori più grandi. Nessuno, mi pare, a parte i due succitati, ha davvero inventato forme e linguaggi – e dunque non resterà. Faccio un breve excursus: Ellis è troppo legato a fenomeni pop per rimanere; Roth è sciatto, e le generazioni future non gli perdoneranno questo suo continuo attorcigliarsi sui cazzi suoi; Eggers, Chabon, Lethem e tutta questa generazione di quarant’enni saranno rubricati sotto l’etichetta di one book novelists – etichetta a cui fa capo, ad esempio, l’altro Roth, Henry, e forse forse pure Franzen – che di gran libro, in fin dei conti, ne ha fatto solo uno e ci campa ancora; Moody, Leavitt, McInerney sono implosi da soli; Auster è un grande inventore di macchine narrative, di ingranaggi perfetti, non di letteratura. I libri non si scrivono su una scacchiera; stesso discorso per McEwan: entrambi saranno modelli per le scuole di scrittura, ma non faranno canone; di Carver ci si accorgerà che, un secolo prima, Čečhov aveva scritto cose di quel tipo, solo che di gran lunga superiori; di Foster Wallace so poco: solo che tutto quello che ho letto di lui mi ha lasciato molto perplesso; Leonard, Lansdale, Dexter sono onesti scrittori di opere seriali, e spariranno senza che nessuno se ne accorga; Vollman è esorbitante, impreciso e privo di progetto: è sicuramente il migliore di quelli nominati finora, ma non so se ci si ricorderà di lui; gente come la Homes non fa che riproporre in salsa aggiornata Richard Yates; di Pynchon si deciderà prima o poi se è un genio o un ciarlatano: dipendentemente dall’umore, lo considero l’una e l’altra cosa; Coetzee alterna cose belle a clamorosi tonfi nel niente; molti altri cavalcano le mode contingenti, che in estrema sintesi per me sono American Beauty da una parte e il fumetto da quell’altra: passeranno insieme ad esse.
Me ne sono sicuramente dimenticati un sacco, e chiedo scusa. Non vorrei sembrare antiamericano (categoria priva di senso, soprattutto in letteratura), ma il fatto è che spesso, una volta chiuso un romanzo di una di queste persone, mi trovo a dire «Tutto qui?», e mi andava di provare a fare il punto.
