ottobre

Andrea Tarabbia
domenica, dicembre 21, 2008

Chi rimarrà di tutti questi americani

Il grande scrittore austriaco Christoph Ransmayr ha detto: «Il più grande giardino della letteratura sono gli Stati Uniti». Potete trovare la dichiarazione sull’ultimo numero di Pulp. C’è una linea, dice Ransmayr, che parte da Faulkner e porta a McCarthy, passando per autori che magari americani non sono, ma che usano l’inglese per scrivere: Coetzee, la Munro. Cita poi Vollman e Carver, creando una sorta di mostro stilistico. È vero: oggi come oggi forse non esiste – tra le letterature emerse – una scuola più ricca e potente di quella di matrice anglosassone. La lingua inglese domina il mercato, crea i trend, e ho un po’ il sospetto che questo faccia il gioco di almeno un paio di generazioni di narratori anglofoni. Lo stesso libro vale 10 se è scritto da un americano e 0 se è scritto da un filippino. Cosa questa forma di giudizio c’entri con la letteratura, non lo so. In ogni caso, sulla letteratura americana si sta modellando una grossa fetta della letteratura mondiale, se è vero che la maggioranza dei libri italiani che si pubblicano hanno di italiano solamente la lingua in cui sono scritti, ma sono “pensati in inglese”. Stessa cosa, a mettere il naso in casa d’altri, succede ai tedeschi, ai francesi e ai russi – per rimanere nei principali ambiti della letteratura europea. In questi giorni mi sto chiedendo, del tutto arbitrariamente, chi rimarrà di tutti questi americani, chi, fra cent’anni, sarà considerato alla stregua di un Melville, di una James, di un Hawthorne, di un Faulkner.

Voglio fare un pezzo breve, per cui sarò tranchant. Secondo me, per quello che conosco, rimarrà McCarthy – che reinventa i generi mescolandoli con il mito e con il sacro – e rimarrà DeLillo – che ha scritto tre-quattro opere fondamentali e ha veramente inventato un modo di scrivere. Qualcuno mi parla di Powers, di cui però non ho mai letto nulla e dunque non posso dire. Tutti gli altri, entreranno a far parte, per me, di quel canone tracciato da scrittori più grandi. Nessuno, mi pare, a parte i due succitati, ha davvero inventato forme e linguaggi – e dunque non resterà. Faccio un breve excursus: Ellis è troppo legato a fenomeni pop per rimanere; Roth è sciatto, e le generazioni future non gli perdoneranno questo suo continuo attorcigliarsi sui cazzi suoi; Eggers, Chabon, Lethem e tutta questa generazione di quarant’enni saranno rubricati sotto l’etichetta di one book novelists – etichetta a cui fa capo, ad esempio, l’altro Roth, Henry, e forse forse pure Franzen – che di gran libro, in fin dei conti, ne ha fatto solo uno e ci campa ancora; Moody, Leavitt, McInerney sono implosi da soli; Auster è un grande inventore di macchine narrative, di ingranaggi perfetti, non di letteratura. I libri non si scrivono su una scacchiera; stesso discorso per McEwan: entrambi saranno modelli per le scuole di scrittura, ma non faranno canone; di Carver ci si accorgerà che, un secolo prima, Čečhov aveva scritto cose di quel tipo, solo che di gran lunga superiori; di Foster Wallace so poco: solo che tutto quello che ho letto di lui mi ha lasciato molto perplesso; Leonard, Lansdale, Dexter sono onesti scrittori di opere seriali, e spariranno senza che nessuno se ne accorga; Vollman è esorbitante, impreciso e privo di progetto: è sicuramente il migliore di quelli nominati finora, ma non so se ci si ricorderà di lui; gente come la Homes non fa che riproporre in salsa aggiornata Richard Yates; di Pynchon si deciderà prima o poi se è un genio o un ciarlatano: dipendentemente dall’umore, lo considero l’una e l’altra cosa; Coetzee alterna cose belle a clamorosi tonfi nel niente; molti altri cavalcano le mode contingenti, che in estrema sintesi per me sono American Beauty da una parte e il fumetto da quell’altra: passeranno insieme ad esse.

Me ne sono sicuramente dimenticati un sacco, e chiedo scusa. Non vorrei sembrare antiamericano (categoria priva di senso, soprattutto in letteratura), ma il fatto è che spesso, una volta chiuso un romanzo di una di queste persone, mi trovo a dire «Tutto qui?», e mi andava di provare a fare il punto.

postato da: tereso alle ore 19:20 | link | commenti (15) | commenti (15)
categorie: america, letteratura

Commenti
#1   21 Dicembre 2008 - 21:52
 
il cazzo che il fumetto passa.

rimarrà, insieme a richard powers.
utente anonimo

#2   21 Dicembre 2008 - 22:02
 
amo questo giochetto perché è del tutto futile e inattendibile e parla più della boria di chi lo fa che non dei suoi oggetti. E del resto abbandonarsi a fare critica di gusto scatena gli istinti più goliardici e barsportivisti, cui mi accodo con sommo gaudio.
a mio parere i due che salvi non sono poi granché. tolto rumore bianco e poco altro, di tutto quel che ho letto di De lillo, che è un bel po' devo dire, poco si salva da una generale, ehm... noia? La sua prosa non suona, c'è poco da fare. Per carità, scrittore encomiabile di quelli di cui non si può e non sta bene parlar male, intellettuale di spessore, punto di riferimento, il postmoderno pensoso e di sinistra (mica come tutti sti ironisti di dubbia ortodossia), però... che pizza...
McCarthy? No dai, siamo seri. Anche sergioleone ha fatto il western mettendoci dentro la tragedia ma resta sergioleone. Powers lo consiglio, non è male: intelligente quasi come Wallace (e con un punto visuale postpsicologico quasi simile) ma con meno furore sperimentale, quindi più accettabile per il lettore che cerca storie. Wallace non è rubricabile. Non so dire se resterà, immagino di no, ma unico caso il suo in cui penso non sia nemmeno rilevante saperlo. Non so nemmeno se abbia voluto davvero fare letteratura, forse il genere gli andava stretto quindi è possibile che "in quanto letteratura" non sia riuscita. Poco male, io non lo leggo per cercare letteratura ma per cercare Wallace.
Roth è il Moravia americano. Ellis è come sarebbero stati i cannibali anni dopo se avessero anche saputo scrivere (però l'ultimo è promettente, chissà). Su Franzen, Lethem, Auster, McEwan, Carver e quasi tutti gli altri ti sottoscrivo: molti bravi scrittori, ma qui siamo a caccia del genio. Vollman è generoso ma alquanto raffazzonato. Pynchon è una tassa che non intendo più pagare, grazie. Non hai nominato Barth ed è un male.

ciao :)
bg
utente anonimo

#3   21 Dicembre 2008 - 22:06
 
OT
giorgino, cazzo, e la famosa pizza? :)

(chiedo scusa al titolare, sono un cialtrone e lo so)

bg
utente anonimo

#4   21 Dicembre 2008 - 22:40
 
la pizza. eh, cavolo, hai ragione.
è che la libreria mi ha assorbito, natale malefico... fa' così, domani senti il missile e buttate lì una sera (a questo punto temo post-25, a meno che tu non voglia passare la vigilia con noi due...). poi fatemi sapere, e il santo protettore delle mail di gruppo farà il resto. :)

g


ps. no, dai, cacchio, almeno "mao II" e "underworld" non sono per nulla noiosi! ti concedo "americana". quello sì, noia.
utente anonimo

#5   21 Dicembre 2008 - 22:48
 
underworld sarebbe un capolavoro epocale, l'avesse scritto un altro ;)

(posso lanciarmi in questi doppi carpiati perché tanto, come diceva Frye, "la dimostrabilità del giudizio di valore letterario è per il critico come la carota per l'asino", e io non sono nemmeno un critico :) ).

(post 25, per forza)

bg
utente anonimo

#6   24 Dicembre 2008 - 15:08
 
la notte del drive in ha per me una portata pari a quella di canti del caos, caro andrea. ed idem dicasi per infinite jest.
credo che questo basti a farti capire come giudico il tuo giudizio, seppure tutto quando si muove in queste righe non sia argomentato...serve solo per dire che mi hai fatto proprio male.
metà della mia coscienza letteraria esce a pezzi dal tuo tranciare.
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#7   24 Dicembre 2008 - 15:27
 
@ lukowski: Sì, vabbé, ma io non sono mica Viktor Sklovskij! Possibile che possa far davvero male?

@bg: perchè mi pare che ci conosciamo e non mi viene in mente chi sei? barth non l'ho nominato come non ho nominato altri (vd salinger, ad esempio) che da secoli non pubblicano più.
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#8   24 Dicembre 2008 - 18:05
 
dicevo con una certa ironia lamentosa che riservo a quelli che apprezzo ma sostengono cose che mi paiono insostenibili.
ma, vedi, non riesco proprio a sentirti liquidare ellis o eggers in una frase secca. nello specifico: il pop mi pare uno strumento usato dal primo per sollecitare l'avvio di macchine verbali poderose che schiantano l'una contro l'altra le pronfondità opache e impronunciabili di autore e lettore, meccanica che si ripete ingigantita unendo il movimento dei suoi libri da american psyco a lunar park in una traiettoria che ha come termine la vertigine di dostoevskij e kafka (per dirne solo un paio che secondo me sono i suoi reali termini di paragone, in quanto a statura letteraria): umanità sfracellata nel contesto (che poi il contesto sia il pop conta pochino, non trovi? conta poco anche quanto a lungo sia il contesto ad essere oggetto di narrazione se questa narrazione risulta poi essere molto più che gioco narrativo per divenire violenza strumentale tesa ad eseguire lo squarcio in cui aprirsi ad una visione...)
-eggers, poi, è un talento naturale talmente puro che definirlo bestia da un solo colpo sarebbe come dire che federer ha un buon servizio e basta. la sua luce scintilla e il suo magma rivolta in fuori le parole da ogni singola pagina egli abbia scritto finora e vorrei che un'intelligenza come la tua fosse tra quelle che si tengono strette ciò che appare (a me, per questo mi fai male:)) miracoloso.
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#9   24 Dicembre 2008 - 18:34
 
Guarda, io non sto facendo un discorso sul valore letterario di questi che nomino: sto parlando di quanti di loro rimarranno nella storia della letteratura. per me è un piano diverso, nel senso che, se è vero che Lunar Park è un capolavoro, mi sembra che Ellis non abbia la statura di un classico, o che comunque debba ancora farci leggere qualcosa prima di diventarlo. con il discorso sul pop intendo dire che mi sembra molto legato al contingente, a un certo tipo di fenomeni che in qualche modo non lo rendono "universale". Rimango convinto che ci sia di più nelle 30 pagine del Grande Inquisitore che in tutta la produzione di Ellis (sono consapevole della stupidità del paragone, eh, lo dico per capirci).
DeLillo e McCarthy - opinione mia - hanno un respiro più ampio. Non è comunque mia intenzione fare classifiche o mettere etichette: semplicemente, ogni volta che apro un americano (di nuovo: la questione non è l'appartenenza linguistica e culturale ciò di cui tengo conto, ma semplicemente l'importanza che si riconosce a una certa letteratura rispetto alle altre), mi chiedo se merita quello che ottiene.
in definitiva, il dubbio che ho è questo: siamo sicuri che ci stiamo facendo colonizzare da qualcosa che veramente tra cent'anni avrà per i lettori il valore che ha per noi oggi Balzac? Secondo me - posto che questo è un discorso sterile e prenatalizio - non tutta la grandeur che attribuiamo a questi americani merita il riconoscimento che ha. Di Eggers non sono io a dire che è finito. Lui stesso non ha più ripetuto l'exploit dell'Opera struggente, e ne è consapevole.
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#10   24 Dicembre 2008 - 18:47
 
queste voci, vedi, eggers, palahniuck, wallace..., mi risuonano in testa e formano una delle correnti principali del mio pneuma (che non sarà la parola giusta, ma è la prima che mi viene in mente, ah. ah. ah) ed assolutamente io non credo che siano un coro colonizzante. essi sostanziano invece, direi piuttosto, la necessità di una dissonanza all'interno del vasto casino che ci si abbatte addosso. non sono parte della coercizione, sono un reagente attivo e vitale all'interno della stessa matrice in cui la coercizione (che certo esiste e che, certo, costruisce il contesto per cui la loro lingua letteraria parta con incalcolabili lunghezze di vantaggio rispetto alle altre voci) si genera. io li vedo quasi come un vaccino, che deve e non può che essere consustanziale al fottuto germe. vengono dal veleno, sono d'accordo, ma proprio come dal veleno viene l'antidoto.

quello che poi resterà, poi, guarda...cazzo, potrebbe finire per essere dan brown, visto l'andazzo. ed io credo affatto che fortuna e statura dello scrivente siano direttamente proporzionali.

ma, soprattutto:
what is the what?
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#11   24 Dicembre 2008 - 18:48
 
*non credo affatto
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#12   24 Dicembre 2008 - 18:59
 
a me pare che le due cose sono compatibili, il fatto cioè che siano voci dissonanti con quello che siano "voci colonialiste". cosa c'entra? nessuno toglie loro il loro statuto di scrittori. il piano della discussione mi sembrava un altro, ma forse non ho ben capito cosa intendi.
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#13   24 Dicembre 2008 - 20:46
 
spesso nemmeno io, ci ritorno, se vuoi, al prossimo slancio.
è che non riesco a tenere in piedi un discorso teorico, questi qui sono il tessuto connettivo di buona parte di quello che spaccio per il mio, sono il vino nel mio sangue, per dirla con bukowski ed evocare la dimostrazione purtroppo non più vivente che voce dissonante e voce coloniasta non coincidono (come lo dimostra wallace, morto pure lui, per esempio quando ci sbatte in faccia le dinamiche della creazione sotto l'impero annichilente dei teleschermi, per esempio).

sai, è come parlare male della mia Meringa:)
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#14   25 Dicembre 2008 - 21:50
 
ma qualcuno di voi li legge in lingua? così, tanto per sapere.

az
utente anonimo

#15   26 Dicembre 2008 - 03:39
 
solo le poesie con testo a fronte.
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