È andata così. Comincia con me che chiamo Ste per sapere se ha dei programmi per la serata, verso le otto. «Veramente sì» dice «Avrei da fare una roba di lavoro. Devo fare dei sopralluoghi in giro per Milano. Se vuoi puoi venire con me». Ste lavora per una delle associazioni più conosciute da queste parti: organizzano moltissimi eventi, tra cui il Milano Film Festival e altra roba che francamente non mi ricordo. «Sopralluoghi di che?» chiedo. «Niente di speciale: dobbiamo andare in sei/sette piazze di Milano dove da luglio allestiremo dei cinema all’aperto, e controllare che le ubicazioni dei tombini dell’AEM e dell’acquedotto corrispondano alle piantine che ci hanno dato». Mi sembra un’idea divertente, un sabato sera alternativo. «Che piazze sono?» chiedo «Baggio, l’Astronave della Barona, Gratosoglio, Ponte Lambro, Martesana, Villa Litta ad Affori, Quarto Oggiaro». C’è tutta un’idea di rivitalizzazione delle periferie, palazzi dell’Aler e generico degrado, che passa anche attraverso il fatto che il Comune finanzia queste associazioni che propongono iniziative culturali e gratuite, da fare in posti dove abitualmente si pensa non ci sia un’offerta culturale valida. Si punta sulle periferie considerandole (scopriremo poi che non è così vero, perché in molti dei posti che abbiamo attraversato c’erano concerti, happening e iniziative proposte dai comitati di quartiere) territori culturalmente vergini e relativamente liberi, spazi da colonizzare portandovi un po’ delle mode del centro. Sono cose che mi lasciano perplesso, perché partono dal postulato che posti come la Barona siano tabule rase, e che in ogni caso sia efficace allestirvi qualche cosa che non tenga conto delle specificità territoriali, ma che sia solo una riproposta leggermente meno fighetta di quello che succede normalmente alle Colonne di San Lorenzo.
In ogni caso, nella calura, accetto la proposta di Ste. Ci infiliamo in macchina in zona Rho verso le dieci di sera, dopo aver recuperato le piantine, la macchina fotografica digitale e il satellitare a casa sua. È difficilissimo uscire da casa di Ste: si è appena trasferito a Lucernate, un posto di cui non conoscevo l’esistenza prima di un mese fa; vive in una via che non ha nome e che non è ancora asfaltata. Il satellitare impazzisce subito, non sa dove siamo. Cerca continuamente di buttarci sull’autostrada, che noi vogliamo evitare. Facciamo tre volte il giro della stessa rotonda, finché non decidiamo di non ascoltare la voce della signorina che ci guida e di tirare dritto, aspettando che il computerino riprogrammi il percorso. Alle dieci di sera, negli svincoli appena fuori dalla casa di Ste, nelle vicinanze della tangenziale, è già tutta un’imperlata di puttane slave, semivestite e a volte bellissime.
Arriviamo a Baggio che c’è il problema della fontana. È la piazza dello Zoe, un locale di cui molti mi hanno parlato, ma che non avevo mai visto. Il problema della fontana è questo: è nel centro della piazza, l’acqua piove all’insù direttamente dalla terra. E’ spenta, ma c’è una grande macchia d’acqua ancora viva del diametro di tre metri in un punto dove comunque andranno messe le sedie per gli spettatori. Ste dice che è un problema, bisognerà avvisare il Comune che, per la sera del cinema, tengano spenta l’acqua. Chiediamo alle persone se sono del quartiere, e se sanno a che ora viene spenta la fontana. Troviamo una ragazzina piena di piercing che ci dice che le pare la spengano verso le otto, «ma potrebbe anche essere che no». Ste fotografa con la digitale la colonnina dell’AEM e il tombino dell’acquedotto. La piazza è piena di ventenni truccati, maschi e femmine, come i poster di queste rockstar nuove, che non si capisce se siano metal o punk o grunge o qualchecosa di nuovo che non ho più l’età per identificare. Non mi rivedo per niente in queste persone, non mi riconosco. Eppure anche io ascoltavo rock e in un mio modo dimesso seguivo le mode. Di sicuro non avrei mai speso dei minuti per pettinarmi o truccarmi, però. E non faccio tuttora attenzione all’abbinamento dei colori.
Lasciamo Baggio che l’aria comincia a rinfrescare, ed è bello stare in macchina con i finestrini abbassati. Non abbiamo la radio, i nostri discorsi sono interrotti dalla voce della navigatrice, che alle rotonde svolta sempre a destra. La fibbia del sandalo nuovo continua a scavarmi la carne della caviglia, che è protetta da un cerotto.
Alla seconda tappa, comunque, ci so arrivare. Ci sono stato poco tempo fa per vedere uno spettacolo teatrale di un’amica: era anche quello un sabato, e mi ricordo che per fare quella decina di chilometri di tangenziale che ci separano dalla Barona ci abbiamo messo quasi un’ora, per via di una grandinata biblica che ci ha costretti a camminare a trenta all’ora per tutto il tragitto. Mi ricordo che non si vedeva niente, ci fermava la vista un muro d’acqua impressionante che è scomparso di colpo poco prima dell’uscita, come se qualcuno avesse tirato una linea immaginaria oltre la quale non è consentito piovere.
L’Astronave della Barona è piena di gente, anche lì c’è ormai un locale abbastanza noto che funge da attrattore di persone e di iniziative. «Ste» dico «Ma in questi posti c’è un sacco di gente. Qui ci sono un teatro, un locale dove ogni tanto si suona, c’è movimento, un viavai continuo di persone. A quest’ora c’è più vita qui che in duomo. Siete sicuri che siano proprio le periferie quelle da rivitalizzare?»
L’Astronave ha la sua forma circolare, messa di sghembo rispetto ai palazzi. Non ci riusciamo a orientare bene e facciamo fatica a trovare i nostri tombini e le nostre colonnine. Le troviamo in un punto molto vicino a dove abbiamo parcheggiato, e siamo un po’ disorientati. Ste scatta le foto, io mi segno il numero di lampioni che dovranno essere spenti tra Astronave e parco. Ci viene da ridere: pensiamo a quelle scene di Amici miei in cui i quattro arrivano in un paesino con in mano delle carte, gli elmetti e degli strumenti, si mettono nella piazza centrale e cominciano a fingere che lì passerà l’autostrada, che di là ci sarà lo svincolo, e un po’ più sotto il Grand Hotel. Qualcuno effettivamente ci guarda strano: cosa cazzo stanno facendo questi due tipi a quest’ora con delle cartelle su cui segnano qualcosa e una digitale con cui fotografano i tombini?
Programmiamo il satellitare per arrivare in via Saponaro, a Gratosoglio. Come molte delle arterie periferiche milanesi, via Saponaro è lunga e ritorta. Fa una serie di curve e di ritorni in mezzo ai caseggiati tutti uguali, e il risultato è disorientante. Ste non ha gli indirizzi precisi dei posti che dobbiamo vedere, ha delle stampe dall’alto delle singole aree urbane, dove non sono segnate tutte le vie. Le zone che ci interessano sono cerchiate, ma non c’è mai un’indicazione precisa. Sappiamo che la via più grossa vicino al posto di Gratosoglio è appunto Saponaro, e come al solito digitiamo il numero civico 1. «Almeno ci arriviamo, poi il posto lo cerchiamo a piedi». Gratosoglio è una piccola importazione della lontana periferia moscovita: caseggiati enormi, bianchi o marroni, file di grattacieli gemelli scrostati e poveri, e parchi, parchetti, aree gioco sfasciate, baretti e panchine dove siedono branchi di sfatti, extracomunitari dall’aria annoiata e colpevole. Si sente nell’aria l’eco delle voci del concerto dei Linea 77, che suonano qui stasera nel contesto della manifestazione GratoSoul. Scendiamo in via Saponaro 1. C’è gente in giro, adolescenti italiani in piccoli gruppi, vecchi coi cani, nordafricani soli. Fermiamo un gruppetto di ragazzi, mostriamo loro la nostra mappa del quartiere, chiediamo. Una ragazzina bellissima, con gli occhi trasparenti e le guance piene, ci indica quello che secondo lei è il posto. Ma nessuno ci sa realmente indicare il punto giusto, perché questo è un quartiere tutto uguale, sviluppato in modo quasi casuale e cospirativo lungo il corpo serpentesco di Saponaro. Arriviamo in un parco dove c’è una tensostruttura. C’è poca gente, un gruppaccio strimpella classici dei Beatles. C’è un’atmosfera dimessa in mezzo ai grattacieli popolari. Ogni tanto mi devo fermare, e separare la fibbia del sandalo sinistro dall’area del tallone dove c’è la pelle viva, coperta dal cerotto che per il caldo si appiccica alla pelle della scarpa. Ma alla vista, il posto è bellissimo: enormi corpi di cemento armato sormontati da parafulmini, verde, campetti per il basket, sedi dell’anagrafe chiuse da serrande e il buio intorno. Parlo un po’ a Ste del quartiere di Mosca dove ho vissuto qualche anno fa per un paio di mesi. Richiediamo informazioni. Ci viene detto di costeggiare una cancellata, di infilarci in mezzo ai grattacieli e noi lo facciamo. Dopo una ventina di minuti di girovagare siamo finalmente nel posto dove a Ste piacerebbe programmare Independence Day. Quasi non si riesce a vedere l’ultimo piano dei palazzi, mentre i suoni del concerto dei Linea 77 rimbombano sulle vetrate. «Chissà dove diavolo è il concerto?» ci chiediamo. Facciamo i nostri rilievi, ci segniamo quello che dobbiamo segnare. Giriamo di nuovo intorno ai grattacieli, ma nella direzione opposta, perché ho idea che per di lì si faccia prima a raggiungere la macchina. Sulla strada, in mezzo alle case, incontriamo all’improvviso due tralicci dell’alta tensione. Così, nel giardinetto d’ingresso di un palazzo. All’altezza della nostra faccia c’è il cartello di metallo con scritto ATTENZIONE! PERICOLO DI MORTE, e c’è intagliato il teschio con le ossa incrociate. Ci fermiamo un attimo, interdetti. Ste scatta una foto e mi guarda con gli occhi in fuori: «Ma è pericoloso!» dice «Sono matti, hanno messo i tralicci vicino alle finestre! Non è a norma, queste cose qui ti uccidono!». Immagino che una persona con un braccio molto lungo possa uscire sul balcone e – tirandosi un po’ – possa arrivare a toccare con la punta delle dita il traliccio più vicino. Una persona la mattina si sveglia, apre le finestre, si affaccia e osserva la probabile causa della sua malattia e della sua morte immobile nel giardino.
I tempi di percorrenza da un posto all’altro, da una periferia all’altra, sono, per la signorina che ci guida, sempre intorno al quarto d’ora. Milano è una città minuscola, rappresa, tutta chiusa su se stessa. Senza traffico non è una metropoli, ecco perché i milanesi vanno in giro solo in macchina e amano stare in coda: per crearsi l’illusione di vivere in una grande metropoli dell’Europa meridionale. Arriviamo velocemente a Ponte Lambro facendo un pezzo di tangenziale est. Ci buttiamo in vie e in zone che non ho mai visto, mentre parliamo del più e del meno, dall’Italia di Lippi alle nostre situazioni sentimentali. Gli racconto come vanno le cose in università, della casa che sto cercando. Ste insegna spagnolo via mail a una sua ex collega di Milano. Le fa lezione via mail una volta al giorno. Ci inquieta un po’ l’umanità che incrociamo nell’avvicinarci all’anfiteatro sulla Martesana. Ci sono due macchine della polizia ferme nel parco, stanno controllando i documenti a un gruppo di ragazzi in scooter. Passiamo loro di fianco convinti che ci fermeranno, invece ci lasciano passare, ci lasciano fotografare i luoghi, l’AEM e l’acquedotto. C’è un’aria ferma, di desolazione e di violenza, ed è ormai quasi l’una. Puntiamo su Affori, la penultima tappa del nostro giro. Ste è nervoso, si è innervosito alla Martesana. Ci sono passate di fianco un paio di facce un po’ così, c’era la polizia, c’era qualcosa di ostile e contrario. Ad Affori tutti guidano – chissà perché? – molto nervosamente, continuano a farci le luci e a mandarci affanculo. Noi abbiamo una Panda con una ruota – o sono i freni? – che cigola un po’, non sappiamo gli indirizzi e non conosciamo i luoghi. Ogni tre quattro minuti il satellitare ci avvisa che sta per spegnersi, perché si allenta la presa dello spinotto nell’accendisigari. «Ma non potevi portarti una cartina?» dico – io sono partigiano della carta, sempre. «Tanto non sapevo gli indirizzi» risponde Ste «e comunque guarda che ‘sto coso funziona più che bene. Ci sta portando sempre dove dobbiamo andare». Facciamo qualche giro a vuoto per Affori, finché non inquadriamo, nel dedalo di sensi unici, l’entrata probabile di Villa Litta. «Io qui ci farei un classicone» dice Ste «Mi sembra la cornice ideale. La villa vecchiotta e tenuta male, la terra battuta, il vialetto con il giardino dietro». Facciamo due passi nel vialetto sterrato, è fresco e si sta bene. Con un po’ di voglia, si possono scoprire a Milano dei luoghi che possono finire per appartenerti. Siamo stanchi, anche se è molto divertente stare in giro, e vedere questa Milano liminare e spesso mai vista.
Ci sediamo in macchina: per una questione logistica, abbiamo lasciato come ultima tappa Quarto Oggiaro. Mi accendo una sigaretta, ci guardiamo. È l’una e mezza passata. Ste è ancora molto nervoso, nessuno dei due è realmente tranquillo. «A Quarto Oggiaro… a quest’ora di notte» dice uno di noi due. Ste si ricorda che nel posto dove dobbiamo andare – perché lo conosce, ci è già stato una volta. Anzi, a un certo punto comincia a fare tutto un discorso che non ho capito sul fatto che lui, a Quarto Oggiaro, ci veniva a prendere il pane. A Quarto Oggiaro? A quindici chilometri da casa! –, si ricorda, insomma, che nel posto dove dobbiamo andare l’altro ieri hanno fatto una retata. «Hanno portato via un po’ di gente, giravano pure gli elicotteri e… c’era Raul Bova» «Raul Bova?» «Ma sì… deve fare qualche telefilm sulla polizia o giù di lì, se lo portano in alcune missioni per farlo impratichire sulle azioni. Almeno così ho letto». Insomma, ci diciamo, vediamo com’è la situazione, forse il quartiere in questo momento non è molto tranquillo, e non è esattamente il massimo che due tipi si presentino in piena notte a fare foto e a segnarsi cose in un dossier a due giorni di distanza da una maxiretata.
Partiamo. «Al massimo non scendiamo dalla macchina» dice Ste «tiriamo dritto». Queste zone un po’ le conosco, ci passo in treno tutti i giorni e mi ci sono perso un paio di volte in macchina, quando decido di seguire l’istinto e di svoltare a caso per vedere «cosa c’è di là». Ma nel centro di Quarto non sono mai stato. Entriamo in un vialone lungo e dritto, in tutto e per tutto uguale a quelli che abbiamo attraversato per tutta la sera. La signorina meccanica vuole che svoltiamo a sinistra (si è finalmente ricordata questa parola, e sono quasi le due) e poi a destra. Arriviamo a destinazione. È lo spazio dove hanno girato Fame chimica. Adesso sono definitivamente inquieto anch’io. Mentre cerchiamo parcheggio e ci passiamo davanti, i fari di una vecchia Citröen si accendono; percorriamo la via Capuana in mezzo a due file di macchine parcheggiate strette. Non c’è spazio per la nostra Panda, dobbiamo rifare il giro. Spengo il satellitare e lo metto sotto il sedile. Uno scooter con a bordo due ragazzi vestiti di verde, senza casco, ci sta davanti per un tratto. Il passeggero si tiene al sedile e continua a girarsi verso di noi. Tagliamo per una via sulla destra. In fondo, si vede lo spazio di Fame chimica con le sue case popolari a ferro di cavallo e la fila di portici con i negozi e gli ingressi delle scalinate. Qui ci stanno i casalucesi. Parcheggiamo dietro la Citröen, che adesso ha il motore e i fari spenti. Al posto di guida c’è una ragazza (o una donna, non ho visto bene) che sta fumando. Parcheggiamo, e lei accende motore e fari. Io e Ste ci guardiamo, ci stiamo accorgendo di tutto, anche se in realtà non riusciamo a capire se ci sia veramente qualcosa di cui dobbiamo accorgerci. I due in scooter ci passano di fianco, lentamente. Hanno rifatto il giro e hanno buttato l’occhio su dove eravamo. Ste tra i denti dice che secondo lui questi qui sui motorini è gente che fa le ronde. Ci sentiamo al centro di un’attenzione quasi burocratica dal tanto che è efficace, ma non sappiamo se ce la stiamo immaginando o è reale. Siamo in mezzo alle case. La piantina dice che per trovare acqua e AEM bisogna attraversare tutto lo spazio, infilarci in un portico e superare il più lungo dei palazzi. «Lo dobbiamo fare davvero?» chiedo «Vediamo. Ormai siamo in mezzo. Magari niente foto» dice Ste. Non c’è nessuno, e ormai siamo qui, tanto vale fare quello che dobbiamo fare. Trovo sulla pianta la zona dove andrà messo lo schermo. Ste tira fuori la macchina digitale e scatta una foto, nonostante quello che ha appena detto. La luce del flash mi illumina la faccia. «Hai fotografato me?» chiedo «Sì, ci sei anche tu» dice.
Dal fondo del cortile compare la figura di un ragazzo che butta la cicca e si avvicina a grandi falcate. È magro e piccolo, con i capelli biondi tagliati cortissimi. Per un attimo non sappiamo se fare o no finta di niente e ci guardiamo. Poi è lui a parlare: «State facendo delle foto?» chiede. Guardo Ste di traverso. Il tizio assomiglia a Pisellì, o forse sono suggestionato. In fondo, nel punto di intersezione tra due palazzi, compare un altro ragazzo, più grosso di Pisellì e vestito da rapper. Spieghiamo per sommi capi la faccenda dei sopralluoghi. «A me non interessa cosa fate» dice Pisellì «L’importante è che nelle foto non ci sia io». Qui Ste ha la buona idea di avvicinarlo ancora di più e di fargli vedere un po’ di scatti. Nel frattempo gli raccontiamo dei posti dove siamo stati stasera. Da quando abbiamo cominciato a parlare c’è meno tensione nell’aria. Intanto si avvicina anche l’altro ragazzo: «Ma voi proprio a quest’ora del sabato venite qui a fare le foto?» chiede. Rispondiamo dicendo che era l’unica sera possibile, che sono quattro ore che vaghiamo per le periferie di Milano e che essendo di Saronno ci siamo lasciati Quarto come ultima tappa. Sembriamo convincenti, nel nostro candore. Improvvisamente Pisellì riconosce Villa Litta di Affori «Ci sono stato!» dice. Questo è il momento in cui capiamo che forse tutto filerà liscio. Ste – secondo me sbagliando, come gli dico poi in macchina – dice che se è un problema mette via la macchina fotografica. Spieghiamo ai due che dobbiamo andare dall’altra parte del palazzo, e nel frattempo, per dare un tono professionale, dico a Ste che abbiamo raggiunto il punto dove verrà posizionato lo schermo. «E fatecelo fare pure a noi, il film!» dice Pisellì. «No, non hai capito:» dico «non dobbiamo fare un film; qui metteremo giù delle sedie, si farà un cinema all’aperto!» «Ah, vabbé» risponde Pisellì, che forse per un momento ci aveva davvero sperato – lui che quando qui hanno girato Fame chimica era troppo piccolo per partecipare. Ci salutano e ci dicono di non metterci troppo tempo, e a questo punto siamo definitivamente tranquilli. Ci buttiamo dall’altra parte del palazzo, troviamo subito la colonnina AEM. Pisellì e il suo amico compaiono all’improvviso, ci stanno a distanza, fingono di bere da una fontanella. Io e Ste parliamo a voce alta, chiara, di robe tecniche che ci inventiamo sul momento per rassicurarli sulle nostre buone intenzioni.
«Siamo due cretini» ci diciamo poi, una volta tornati in macchina. Abbiamo appena dato la buona notte a Pisellì e al suo socio, che immediatamente dopo sono spariti dietro i portici. La tizia della Citröen non c’è più, insieme alla sua macchina. Forse ha passato il testimone, o forse sono paranoie nostre. «Siamo due cretini, cazzo, ci è andata bene!» «E comunque» dico «forse è stato meglio arrivare qui come ultima tappa, a notte piena…» «Perché?» «Immagina di venire qui alle 10, e trovare, invece che due persone, cinquanta! Immagina di dover spiegare a cinquanta persone che – a due giorni da una retata – due imbecilli arrivano a fotografare le colonnine dell’AEM per proiettare un film a luglio! Immagina che ce ne sia anche uno che per una qualsiasi ragione del cazzo non ci crede!» Ste accende la macchina, ci avviamo per tornare a casa. Ricompare quasi subito uno scooter che ci sta di fianco per qualche decina di metri. Entrambi ci confessiamo che per tutto il tempo che siamo stati nello spazio con Pisellì e il suo amico ci siamo sentiti come in torto. Abbiamo avuto la sensazione di invadere un territorio e un mondo, di essere per un quarto d’ora il centro dell’attenzione di un sistema diverso, e di turbarne gli equilibri. Ci siamo sentiti stupidi e invadenti, chissà perché? È una brutta sensazione che ci prende tutto il viaggio di ritorno, accompagnata dall’idea di essere stati seguiti, monitorati e scannerizzati per tutto il tempo in cui siamo stati lì. Siamo stati al centro delle loro comunicazioni e delle loro preoccupazioni, e magari all’inizio ci hanno pure scambiati per sbirri in borghese. «In ogni caso» chiedo alla fine a Ste «Cosa cazzo ve ne fate della connessione con l’acquedotto per proiettare un film?» Ride: «Perché lo schermo su cui proiettiamo è uno schermo portatile, gonfiabile» risponde «Ci sono quattro specie di cubotti – si chiamano plinti – che vengono riempiti d’acqua e attaccati con delle funi ai quattro angoli dello schermo, e funzionano come delle specie di zavorre. Stabilizzano lo schermo e di conseguenza l’immagine, e non si può mica pensare di riempirli con l’acqua di una fontanella!»
Siamo sulla statale, sono le due e mezza e siamo sfiniti. Ste va molto piano, ci sono moltissime puttane, slave anche qui, e moltissime macchine che si fermano per guardare la merce e contrattare. Ci sono tante Milano, con ritmi diversi, facce diverse e strade uguali, e miserie uguali. Facciamo qualche commento sul fatto che cose come quella di stasera si fanno a diciott’anni. «Ci è andata bene… però è stata una bella serata!» «Io mi sono divertito un casino» «Sì, ci siamo divertiti».
Ho ricominciato I demonî di Dostoevskij. Ieri notte, quasi d’istinto. Parlandone con L. mi sono accorto che è moltissimo tempo che non leggo cose dello zio Fëdor – come lo chiamavamo ai tempi dell’università. I Demonî è l’unico tra i grandi romanzi dostoevskijani che ho letto una volta sola (e nel novero dei grandi romanzi metto ovviamente anche quel prodigio assoluto che sono le Memorie dal sottosuolo). In un certo senso, mi sento in debito nei confronti di questo libro. So che è una cosa stupida, ma Dostoevskij è uno dei miei padri, e c’è sempre una forma di debito e di gratitudine nei confronti dei padri. Dostoevskij è un uomo a cui penso. Così, facendo altro, a volte mi viene in mente quella sua faccia scavata e rossiccia, quello sguardo fisso che rimandano i ritratti e le fotografie degli anni in cui componeva i grandi romanzi.
Alle volte mi capitano situazioni in cui mi vengono in mente le sue frasi, i suoi personaggi, e tutt’oggi non riesco a pensare alla Russia senza immaginarmela piena dell’atmosfera che lui ha creato.
Dostoevskij è un dono che abbiamo avuto, e io non lo voglio sprecare.
Ho letto solo il primo capitolo, perché ero molto stanco. Me lo ricordavo molto noioso – cosa che Dostoevskij non è mai – una lunga ed estenuante parabola biografica su Stepan Trofimovič e Varvara Petrovna, del tutto propedeutica alle detonazioni che dal capitolo due fanno letteralmente esplodere il romanzo. Io ho letto I demonî per la prima e l’unica volta che avrò avuto ventuno, massimo ventidue anni. Allora non leggevo quasi nulla che non fosse stato scritto nell’Ottocento (è sbagliato e stupido, lo so, ma non finirò mai di ringraziare il mio snobismo postadolescenziale di quegli anni). Con lo sguardo dei trent’anni, quel primo capitolo – che è rimane introduttivo e propedeutico – è già micidiale: quella lingua operosa (ché è operoso lo stile di Dostoesvkij: è lo stile di un uomo che si siede e si mette all’opera, che «lavora»), l’ironia bonaria ma anche inflessibile nei confronti dei due personaggi principali, e quella cosa sotterranea, quella sensazione di tumulto e di nascita che riesce a emergere dai pochi passi dedicati alla presentazione di Šatov e di Stavrogin, più evocati che rappresentati, ma già in piena festa, in piena rivolta. I demonî è un capolavoro che si «sente» già tutto nelle prime trenta pagine propedeutiche.
Ma non voglio parlare di Dostoevskij – non si può parlare di Dostoevskij perché Dostoevskij ha detto tutto e io non sono in grado di parlare di tutto. Volevo soltanto dire che l’ho ricominciato, che sono felice. Dostoevskij. Ho fatto fatica a dormire. Nella stanza faceva più caldo, ho spalancato la finestra e la porta, mi sono messo in mezzo all’aria corrente. Nel primo capitolo non succede niente, ma c’è già quella lingua, quella voce, quel modo di raccontare che non mi ero dimenticato, che avevo tenuto in recesso della memoria, in qualche fibra o tessuto che consciamente non so di avere. Ho fatto fatica a prendere sonno perché, nell’immaginazione, ho masticato Dostoevskij a lungo, ieri sera, mi sono ripetuto le sue frasi e ho inventato altre frasi che la sua voce avrebbe potuto dire.
[In fretta]
Scoppio a ridere. Siccome quello che mi racconta la scena è Gianluca Morozzi, non ci credo, perché sembra una scena tratta da un suo libro. Poi ci penso. No: quale cazzo di editore pubblicherebbe una cosa che contiene una scena così cretina e inverosimile? Non regge, è troppo cretina, troppo goffa, mal fatta. Come cazzo si fa a sparare da un lato all’altro dell’autostrada? Come cazzo si fa? Come cazzo bisogna essere messi per sparare a ottanta metri di distanza con in mezzo la possibilità che passi un autobus, un camion, un’auto qualsiasi, con la possibilità concreta di ferire qualcuno, di ammazzarlo, di far anche solo sbandare una macchina e provocare una serie terrificante di incidenti a catena?
Come cazzo si fa a sparare?
La cosa è vera: noi siamo fuori dal mondo da due giorni, persi dietro le presentazioni delle riviste, il cazzeggio, il freddo e la voglia di mangiare le frittate al tartufo. Morozzi dice: «E’ successo davvero: hanno rinviato un sacco di partite, a Roma e a Bergamo hanno fatto casino. Hanno spaccato la sede del CONI».
Insomma ci svegliamo stamattina con la voglia di leggere il giornale e di capire cosa sia successo e perché. Leggiamo il giornale in un autogrill vicino ad Arezzo, come ho detto, completamente pieni di sonno. Leggiamo i titoli e gli occhielli, guardiamo i disegnini, le didascalie. Conosciamo Gabbo – che non avrei mai voluto conoscere -. Poi guardo
Usciamo. Sulla destra, in fondo, una parte del parcheggio è chiusa con dei nastri bianchi e rossi; poco oltre, un cartello verde che indica la direzione Firenze è completamente ricoperto di sciarpe di alcune squadre di calcio di serie A e B. Alcuni uomini sono fermi in piedi, davanti a quella che, avvicinandoci, scopriamo essere una macchia asciutta sull’asfalto, una macchia scura grande come una valigia. Noi non c’entriamo niente con questa cosa, noi fino a poche ore fa non sapevamo nemmeno che fosso successo qualcosa e adesso, del tutto casualmente, ci ritroviamo qui. Dall’altra parte c’è davvero un autogrill, anche se l’assassino non c’è più. Gli automobilisti che sono fermi davanti alla macchia hanno la faccia contrita, quel dolore finto che è il dolore che tutti sentono di dover provare.
Io e Giò ci guardiamo: «Minchia», diciamo.
Ma che Paese è?, ci diciamo, in macchina. Ti rendi conto? Questo è il Paese dove noi stiamo cercando di diventare grandi, dove ci arrabattiamo per un lavoro, dove vorremmo scrivere le nostre cose, fare le nostre cose, magari crescere dei figli. Ma che Paese è? Quanto gli rimane da vivere? Che cazzo di posto è quello in cui ci si spara da un lato all’altro dell’autostrada? Che cazzo di posto è quello che ogni volta che ti fermi a pensare a ciò che vi succede, a come funzionano le sue istituzioni, la sua burocrazia, i suoi sindacati, la regolamentazione del lavoro e quella delle università, l’edilizia – cazzo, la sua edilizia – ne vengono derive populiste, incazzature da cartone animato, invettive rancorose da tredicenne a cui è sparito il porno da sotto il materasso. Che cazzo di Paese è quello che si comporta in maniera talmente assurda da non essere comprensibile, e che non ti permette di riflettere, di trovare un tuo modo?
Che clima c’è. I lavavetri, gli omiciducoli, la deriva paranazistoide contro i rom, il blocco degli investimenti, la crisi del sistema scolastico e universitario, il calcio che muove le masse e non la politica, o l’emergenza che tutti dovremmo affrontare davanti all’impoverimento delle risorse, al surriscaldamento, il clima di terrore finto cui siamo sottoposti. Il mio popolo studioapertoide mi disgusta e mi fa incazzare, mi disarma. Faccio davvero fatica ad articolare dei pensieri complessi intorno a quello che sta succedendo in queste settimane e in questi anni, avrei talmente tante cose da dire e da scrivere che alla fine non riesco a dire e a scrivere niente. Tirare una riga sopra. Io vivo in un Paese dove succede che un pirla con la pistola vede altri pirla che litigano dall’altra parte dell’autostrada e pensa di poterne ammazzare uno. Vivo in un Paese dove le istituzioni che il primo pirla in qualche modo rappresenta tentano di proteggere il loro rappresentante dicendo che «Il colpo era d’avvertimento ed è stato sparato in aria». Era seduto in macchina, il morto. Seduto. Quanto è alta l’aria per un poliziotto? Vivo in un Paese dove nel giro di qualche giorno sarà facile trovare gente disposta a crederci, come con Giuliani, e dove, nel giro di qualche anno, ci crederà la maggioranza.
Dico solo che tutto mi sembra finto: non ci sono problemi a livello di opinione pubblica che valga davvero la pena di prendere in considerazione. Lo stato della Rai, gli omicidi di questa e di quella, il processo a quell’altra. Porca puttana, il pianeta sta morendo, si vive male, si fa fatica a fare tutto, si è tornati a odiare la gente per il suo colore, per quello che mangia, per quello che prega. Le ronde di cittadini la notte e l’estinzione della specie. I gioiellieri con le pistole nei cassetti e l’olocausto dei rom. Gli omicidi sessuali e l’impossibilità di trovare un lavoro. I lavavetri e la censura.
Basta. Giò sono stanco, il testo è pieno di refusi e mi fanno male gli occhi. Continua tu.
Adesso correggo.
Il capitano Cunningham, marinaio di lungo corso, ha lavorato nel porto di Livorno e ha voglia di parlare. Io sto male, mi sono svegliato alle sei e ho vomitato tre volte -chissà perché?-, adesso ho ancora uno strascico di febbre –e sarà la terza o quarta volta nella mia vita che mi sale la temperatura. È il volo di ritorno, l’aereo è decollato da Newark con un’ora di ritardo, io dormo, è tutto il giorno che dormo e anche
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I parchi di New York sono pieni di scoiattoli giganteschi, credo tutti impiantati artificialmente.
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La cosa più sorprendente è che sembra una città completamente a misura d’uomo, studiata –ed è un assurdo- per essere vivibile. Parchi, piste ciclabili, cessi pubblici puliti e gratuiti a ogni angolo di strada, acqua gratis negli interni. Ci sono sedie e tavolini a disposizione di chiunque. La sensazione è di avere la possibilità di fare tutto, e subito, a qualsiasi livello, senza spendere. Vivrei in molte delle grandi città che ho visto, ma New York è la prima in cui mi sono sentito completamente a mio agio da subito.
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La Main Reading Room della NY Public Library (4.500.000 volumi) è grande come un campo di calcio. Vi si entra senza filtri, ci si può fermare a leggere, si può prendere in prestito tutto quello che si vuole.
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I newyorkesi si riconoscono perché, se incrociano lo sguardo con il tuo, non lo distolgono. Antropologia dello sguardo: gli africani lo abbassano, gli europei lo mantengono per poco e in definitiva vergognandosi.
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In nove giorni abbiamo visto Manhattan in lungo e in largo, con una puntata a Brooklyn e al MoMa. Di più non si poteva fare.
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New York va girata a piedi, è una città che chiama il camminatore e lo invita ad attraversarla. È una città semplice da capire: completamente squadrata, tagliata da lunghe assi verticali (le Avenue), segate in orizzontale a ogni isolato dalle street. Tutte le strade sono numerate, la 5a Avenue divide la città in parte est e ovest. Quando si incontrano vie che portano un nome, è il segno che ci si trova in un quartiere storico (il Village, Harlem, SoHo). L’unica via trasversale è, appunto, la Broadway, che la taglia da parte a parte. A New York si fa presto a meno della cartina, e alla sera si crolla per la stanchezza e il male alle gambe.
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La ricerca del nome. Tutto si chiama in America, tranne le strade. Quando ci si trova in una strada che ha avuto un battesimo, ci si chiede chi e perché abbia scelto quel nome.
Alcune strade hanno nome doppio: ad Harlem l’enorme Lenox Avenue è anche Malcolm X Blvd.
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Il lavoro. Non si vedono bianchi che lavorano. Sono forse tutti chiusi negli uffici, negli enormi palazzi di vetro e stanno lì a guardare Manhattan dall’alto. Il livello della strada appartiene alle altre razze: i neri che fanno i portieri, gli autisti, i poliziotti, gli addetti al customer care e i commessi; gli ispanici che hanno in mano la ristorazione (quella dei fast food); gli orientali che sono tassisti, come i pakistani e gli indiani; a tutte queste razze sono consegnati i mezzi pubblici.
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I newyorkesi si riconoscono perché camminano soli.
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Il rumore. È la città che vuole essere la più grande, la più bella, la più alta, la più importante del mondo; è sicuramente la più rumorosa: New York pulsa e urla a ogni ora del giorno e della notte: sirene, clacson, macchine, suoni, musiche; il rumore di 10.000.000 di passi sui suoi marciapiedi, le voci. Le condutture dell’aria condizionata che rullano 24 ore su 24 e stordiscono, e fanno fischiare le orecchie.
È per questo che gli americani girano con le cuffie nelle orecchie: per avere la possibilità, nel caos, di scegliere il proprio suono.
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La testa sempre all'insù. Che effetto fa? Non lo so: forse l'idea di essere partecipi dell'onnipotenza dell'architettura.
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L’ossessione per il fuoco. Non ho mai visto tanti camion dei pompieri, tante standpipe, tante scale d’emergenza, tanti cartelli antincendio come a Manhattan. Non ho mai pensato seriamente al fuoco, e solo certi cartoni animati degli anni Ottanta mi ricordavano che esistono i Vigili del Fuoco. Sembra invece che in America non se ne possa fare a meno.
L’ossessione di bruciare, di morire bruciati. Se c’era un popolo che la doveva avere, a pensarci bene, erano proprio gli americani.
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Il baseball è lo sport più cretino del mondo.
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Ground Zero è un buco impressionante. È la bocca di un vulcano aperta in mezzo al vetro.
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A Brooklyn, fondamentalmente per guardare Manhattan.
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Anche la religione è una questione privata, un possibile business, una cosa da fare. Il corpo, l’anima. Mangiare, correre, andare in palestra e, poi, allenare lo spirito. Tutto a posto. Join us! è scritto sulle fiancate di chiese che non sembrano chiese, ma sono infilate dentro palazzi di vetro con l’insegna col nome della congregazione. Non è paganesimo, è economia.
Il predicatore alla tv, in differita da uno stadio da qualche parte in uno Stato centrale. Giacca, cravatta, sorriso da Compagnia delle Opere. Più che di faith, ha parlato di self-esteem: «Se (ci) credete, ognuno di voi ce la può fare» ha chiuso.
«Abbiamo tutti bisogno di cose spirituali, perciò grazie a Mr. … per le sue parole di fede, aiuto e conforto», hanno detto poi dallo studio.
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I newyorkesi si riconoscono perché camminano con dei beveroni ghiacciati in mano.
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Tutto sembra perfetto, tutto sembra funzionare e funziona. Ogni bisogno trova davvero la sua immediata soddisfazione (e la sua dose di aria condizionata). Si ha sempre l’impressione di essere immersi in un regime di concorrenza: ad esempio, per le strade, i furgoni delle compagnie di spedizione di Ups, FedEx e postale sono spesso parcheggiati uno dietro l’altro. Tutti deliver for you, ognuno è il faster, safer, biggest.
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L’amore per i colori. Ogni cibo è colorato, anzi multicolore. Non ci sono bevande trasparenti, non esiste il bianco e nero, nemmeno sui manifesti.
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L’ossessione di essere i più grandi. Tutto è più grande che altrove, tutto è più veloce, tutto funziona meglio. È l’unica città del mondo dove la gente continua a ripetersi e a ripeterti «Ehi, this is …!». «Ehi, questa è New York!», lo devono continuamente ricordare, come se loro stessi non riuscissero a farsene una ragione. Come se si automotivassero.
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Bette Milder: «Quando a NYC sono le tre, a Londra è ancora il 1938»
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Non c’è possibilità di vivere in un’idea non aziendale del mondo: tutto è fatto da privati, tutto. Puoi join it oppure no, ma ogni servizio, ogni metro quadro è sottoposto alla tutela (spesso impeccabile) di un qualche tipo di organizzazione. Ci sono cartelli per ogni dove, e numero di telefono, e customer services. Niente è veramente pubblico, niente è di nessuno: è offerto, presentato, prodotto da qualcuno per qualcuno. Anche la Public Library è public solo a metà.
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Non si sono accorti che esiste il Myanmar.
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Ci si allontana da New York con l’idea di abbandonare il centro nevralgico del mondo. È una cosa che si dice e che si sente dire, ma pochi giorni spesi per le sue strade sono sufficienti a dare una certa consapevolezza del fatto che -per qualche motivo che non so spiegare- ciò è vero.
IX. Congedo
Finisce con i nostri corpi esausti, le mani stanche, la testa che pesa e che fatica a combinare pensieri complessi. Siamo stanchi, la vita qui corre a una velocità diversa, si nutre di una frenesia diversa, pasticciona e arruffata a cui non siamo abituati. Ad esempio ogni volta che torniamo in camera c’è qualcosa che non funziona all’impianto di condizionamento. Non si può stare a letto con quarantotto/cinquanta gradi, non c’è pace, non si può fare la doccia né respirare. Ogni volta dobbiamo fare la scena di scendere i due piani di scale, chiamare qualcuno alla reception e avvisarlo del guasto: ma non è mai un guasto: oggi ci hanno tolto il telecomando, ieri ci hanno semplicemente spento il condizionatore. Capiamo in fretta che si tratta di un giochino dell’arabo grasso che ci ha accolto all’arrivo, e che ogni giorno escogita un trucco per farsi chiamare e chiederci la mancia. La scena è lui che arriva in camera, schiaccia un pulsante su un telecomando che gli spunta all’improvviso dalla tasca e rimane fermo accanto al letto fingendo di sentire refrigerio. Se ne va soltanto nel momento in cui qualcuno di noi gli dà una moneta. Instaurare una guerra di nervi è inutile, lui è più allentato di noi e considera la scena parte integrante del suo lavoro. Ma dal terzo giorno non lo chiamiamo più, abbiamo trovato un altro tizio che ci ha fatto vedere come attivare l’aria condizionata direttamente dal condizionatore, senza passare per il telecomando. Il tizio è stato gentile, e non ha nemmeno fatto il gesto di chiedere un compenso. Stare in camera al fresco nelle ore più calde diventa un’abitudine oltre che una necessità: fuori, nel primo pomeriggio, la città sbraita sotto i cinquanta gradi del deserto.
Dobbiamo essere all’aeroporto alle cinque del mattino, perché l’aereo per Milano è alle sette. Chiamiamo un taxi nella notte vuota di Marrakech. L’autista ci aspetta appena fuori dall’albergo, e dorme appoggiato al volante. Siamo costretti a svegliarlo, buttiamo la roba sui sedili e per la prima volta da quando siamo qui ci avvolge una specie di vento fresco. L’auto ripercorre nella notte le stesse strade dell’andata, attraversa le vie e le piazze che abbiamo battuto a piedi, in mezzo al sole, al caos e ai serpenti. Tutto è fermo e dorme, e per la prima volta ho la sensazione che questa potrebbe essere una qualsiasi città dell’Europa mediterranea che si riposa.
Bisognerebbe abbandonare Marrakech di notte, perché è l’unico modo per vederla vuota, placida e quasi grassa, e per impararne un aspetto che, per paradosso, è sorprendente. Di notte Marrakech non fa paura; di notte non afferra, non vende, non sfianca, non cuoce, non mendica. Di notte non uccide e non è feroce.
Finisce con l’uomo del taxi che, sorprendentemente, quasi non vorrebbe farsi pagare. Quando gli chiediamo il costo della corsa dice «Come piace a voi», e rimane fermo a guardare le nostre facce allibite. Gli diamo tutto quello che abbiamo, visto che i dirham non possono essere esportati. Ci saluta contento, in francese. Finisce con
VIII. Connessione
Poi ci spingiamo in fondo, superiamo le mura per vedere cosa c’è oltre. Sappiamo di non trovarci molto, perché da quella parte la città finisce, e forse vogliamo soltanto arrivare di là e voltarci indietro a guardare il sistema di mura rosa che chiude la città vecchia e la ripara. Passiamo per vie strette, battute da uomini, moto e bestie, vie odorose di tutto, di spezie, di cavalli, di sudore, di menta, di fieno, di benzina, di terra, di ciuchi, di merda, di caldo. Camminiamo contro i muri, per recuperare un poco di ombra, e ci rovesciamo spesso dell’acqua sulla testa. Annusiamo. Penso che la vita di una città si misura anche e soprattutto dagli odori che emana, il grado di vita è direttamente proporzionale ai profumi delle sue strade e della sua gente. Se non c’è odore, la vita è finta, come da noi. Di vero c’è solo il gesto finto di occultare le proprie cose e il loro sapore. Marrakech odora invece in modo palese e smargiasso di uomini, di cibo e di tutte le attività che i suoi abitanti fanno durante le loro giornate. Odora spesso in modo sgradevole, come vicino alle concerie, ma odora in modo vivo. Sa di quello che bisogna fare per viverci, e nessuno osa protestare perché da una casa o da una bottega fuoriescono fumi o fragranze penetranti e antipatiche. Storia dell’Europa attraverso i suoi odori nel corso dei secoli. Storia dell’Africa.
Le mura hanno delle piccole ferite, dei fori improvvisi alti meno di un uomo che aprono dei passaggi neri e sospetti da cui le donne entrano ed escono continuamente. Ci fermiamo a guardarne uno: una via nera e stretta si lancia diritta in verticale, le case addossate, i panni stesi, la gente fuori dalle porte, immersa in un’ombra profonda, data dal fatto che la vicinanza fra le case non fa passare il sole. Sentiamo sgasare un motorino e ci voltiamo: un uomo ci chiede strada perché deve entrare nella via. Indossa un lungo caffettano blu, è pelato e porta la barba lunga fino al petto, senza baffi. Deve passare dal piccolo pertugio che stiamo occupando con i nostri corpi. Mi guarda, ride. Indica la via verticale e «Mellah» dice, indicando col dito un punto imprecisato all’interno. Non capisco. «Mellah» ripete «Ville juif». La Mellah. La città degli ebrei di cui parla a lungo Canetti, piena di volti scuri, bianchi, rossi, patriarcali, circospetti, «eterni» e irrequieti. L’uomo sparisce in fretta, risucchiato con il suo motorino nella rete buia delle vie. Ci buttiamo dentro il pertugio, un po’ intimoriti dall’atmosfera cupa di questo piccolo labirinto urbano. La Mellah oggi è, almeno nell’aspetto, il quartiere più povero e desolato di Marrakech. Il suo piccolo suk è quello più nero della città, contiene le merci più povere e il maggior numero di mosche, i volti più scarni, gli sguardi più curiosi e indagatori. I vecchi vendono semi di