Non ho mai letto una riga di Luca Di Fulvio, e non credo che lo farò mai. Credo sia uno scrittore mediocre, la cui produzione sia riassumibile nell’espressione “solita roba”. Come faccio a saperlo? Bisogna per forza pasteggiare con la merda per sapere che non è buona? Tra l’altro è una specie di giallista, e a me in genere non frega niente di scoprire chi è l’assassino. Ieri sera, però, visto che è appena uscito per Mondadori un suo libro che si chiama La gang dei sogni, era ospite in televisione, al tg de La7. Gli ho sentito dire una cosa, una sola. Questa – grossomodo: «Le case editrici dovrebbero cominciare a ragionare in termini aziendali, manageriali [ma non lo fanno già?, N.d.R.]. Il libro è una cosa che deve essere venduta, bisogna avere delle strategie precise come si hanno in tutte le grandi aziende.» Il concetto era che solo con una pianificazione di tipo esclusivamente economico il libro può fare mercato e la gente può finalmente ricominciare a leggere.
L’unica cosa che mi è venuta da dire, tra me e me, è stata un istintivo «Pianifica il tuo culo», non la letteratura. La gente queste puttanate le ascolta, e magari ci crede. Fremo, perché so che il mondo della letteratura e della cultura – o come diavolo li si vogliono chiamare – muore e si svilisce tra le mani di queste nullità che non si rendono nemmeno conto di quello che dicono. Se la letteratura, nel corso dei secoli e dei millenni, fosse stata sempre soggetta a queste regolucce di mercato – che spariranno nel giro di un paio di generazioni, per essere sostituite da qualcosa di diverso, di più evoluto e sicuramente peggiore, ma in ogni caso MAI più potente e imperituro della parola – noi non avremmo avuto Leopardi, e Gadda, e Joyce, e Shakespeare, e la Commedia. Chi cazzo ti pubblica oggi come oggi una pippa di cento canti in endecasillabi? Come cazzo faccio a venderla alla sciùra? Come ti fa, il pendolare o la fighetta, a spararsi in vena una Morte a credito, con tutti quei puntini che non si capisce dove si va a finire? Chi se ne fotte delle siepi e della luna? E Kafka? Che schifo la gente che si tramuta in insetto! Qui c’è gente che ha bisogno di leggere si sex e di city, che magari è single, oppure fa le joint venture, che vuole cantare in tv o perdersi su un’isoletta non con un selvaggio di nome Venerdì, ma con una fighetta ultratangata e abilissima nella suzione extrauterina del prepuzio. Qui il sabato si va nei centri commerciali, e i week end li si passa al mare o a lampadarsi. Qui si va sul Mar Rosso, mica sulle montagne incantate. La vita è questa qui, non è gente chiusa nel sughero a rompere i coglioni per un biscottino intinto nel tè. E se si fanno viaggi, devono essere viaggi spirituali, a gambe incrociate e mani giunte e barba lunga, mica bisogna seguire un cazzo di zoppo mezzo matto da una parte all’altra del pianeta a guardare le stelle e tranciare capodogli!
La letteratura muore per mano di questi scribacchini incolti, tutti pieni di logica commerciale e di sintassi elementare, muore nelle minchiate che si pubblicano in questi anni sotto etichette inventate e ruffiane, muore ogni volta che uno scrittore la scrive pensando ai suoi effetti, al pubblico, al mercato, all’economia e non alla sua potenza, all’immaginazione, alla parola, al mondo. La letteratura è forse l’ambiente con il più alto tasso di suicidi inconsapevoli, con più cadaveri fuori dagli armadi, mano sotto il mento, occhialino cool e prosopea da disadattato.
“Infelicissimi io vi sento e so tutti, e ho sempre contristata la vita dai vostri gemiti, che odo; (…) impallidiscano quelli che sanno, e pallidi restino fino alla morte.” (G. Pascoli)
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È il 2008, non so perché ma da ieri continuo a ripetermelo e a ripeterlo. Cazzo, è il 2008: l’ho detto anche alla segretaria del mio seggio, un avvocato leghista che «farebbe la secessione da Porta Genova in giù: Romolo è già troppo piena di negri». Le ho detto: «Ma siamo nel 2008!» e non so che cosa volessi dire di preciso. È il mio mantra.
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Io non conosco le ragioni vere, recondite, di quello che sta succedendo a Napoli in questi mesi. A dire la verità, non conosco le ragioni di quello che sta succedendo in Italia in questi mesi, non mi ci raccapezzo più. Guardo le immagini di questi paesucoli intorno al Vesuvio, la gente che vive in mezzo a chilometri quadrati di merda, che gira con le mascherine; leggo che alcune zone sono aggredite da effluvi di diossina, che non si respira più, che non si vive più. Al comune di Somma vesuviana hanno sospeso il rifornimento idrico: nelle case, nei negozi, nelle scuole, non c’è più acqua. «E’ una cosa che succede anche in estate», ho sentito dire da una ragazza intervistata alla tv. La gente di Somma vesuviana prende le macchine e va nei paesi vicini a riempire delle taniche con cui – immagino – si lava e beve. Qualcuno dice che l’emergenza c’è da vent’anni, qualcun altro dice che è “solo da pochi mesi”. Ma, cazzo, anche se l’emergenza fosse di due settimane, perché nessuno è ancora riuscito non dico a risolvere, ma a fare qualcosa? Si sa – anche se non si può dire – che gli appalti dello smaltimento rifiuti in Italia è largamente in mano ai vari tipi di mafia che rendono questo paese orrendo così unico e così folkloristico. Ma che lavoro fa la gente? Pecoraro dov’è? Sta rassegnando per caso le dimissioni? E che cazzo fa Bassolino dalla mattina alle nove quando entra in ufficio alla sera alle dieci quando va in televisione? Che cazzo di lavoro fa la Jervolino? Rosa, cos’hai fatto oggi? Alle nove, alle dieci, alle undici? Alle cinque? Che cosa hai fatto? Che carte hai firmato? Di cosa hai parlato? Con chi? A chi l’hai – mi auguro metaforicamente – succhiato? Che cazzo di lavoro fai? Adesso i cattivi sono i sindaci e la giunta regionale del Veneto, che rifiutano di smaltire i rifiuti campani, ed è vero: l’Italia è piena di gente orrenda. Però perché Bassolino non è indagato? Perché sua moglie è senatrice e al senato se manca un voto il governo cade o perché è una persona meravigliosa, colta, raffinata, che in realtà la Campania l’ha pulita, e sono i giornali a prendere la gente per il culo? Perché?
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Oggi l’udeur – questo partito che è una vergogna e un’onta nazionale – ha chiesto ufficialmente ai cazzi flosci del governo di votare all’unanimità la fiducia incondizionata a mastella. Pena: la sfiducia al governo, il venir meno dell’appoggio. Dunque, in una parola, la caduta, le elezioni, la vittoria di berlusconi, l’accelerazione dei processi di deperimento intellettuale di una nazione che è già allo stremo delle forze. Perché non stiamo scendendo in piazza contro questo modo di intendere il potere e la vita? Perché ci sembra normale che mastella sia una vittima, perché non ci fa nessun effetto il fatto che gli organi di stampa siano stabilmente a Ceppaloni e intervistino la maestra elementare di mastella, il suocero di mastella, l’autista di squolaBus di mastella, la cugina di mastella, il macellaio di mastella, il parroco dell’oratorio di mastella, e tutto questo solo per far dire loro: «Ma è un uomo onesto! Uno che quelle cose lì non le ha mai fatte, non le ha fatte di sicuro! Io lo conosco fin da quando era grande così!»?
Come è possibile che nessuno dica niente davanti a una deriva del genere? Sono l’unico che se ne accorge? Perché mastella l’altro ieri il discorso di dimissioni l’ha letto? Quando cazzo l’ha scritto? Lui è andato in parlamento la mattina, alle dieci e mezza doveva tenere una relazione, alle dieci e venti ha saputo dal tg del fermo della moglie, alle dieci e quaranta era lì che leggeva il suo discorso. Allora mi chiedo: è un grafomane innamorato di Kerouac o ci stanno prendendo tutti quanti per il culo?
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In ogni caso, chissenefrega. Se il problema del paese fosse questo, l’Italia sarebbe un posto meraviglioso dove vivere. Invece l’Italia è un posto orrendo proprio perché di una cazzata immane come questa si riesce a fare un caso epocale, in cui tutti devono e possono dire la loro – e lo fanno, oh se lo fanno! Intanto la gente soffoca nella diossina e le percentuali di tumori nel napoletano si impennano.
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Invece qui, in questo paese di camerieri e di bagnini, il potere è la cosa più assordante, chiassosa e sciocca che si possa trovare. Tutte le beghe sono in piazza (pensate anche alle intercettazioni), tutto è sul piatto con una sfrontatezza che tuttavia non deriva da una sicumera o da un senso di inviolabilità, ma da una goffaggine che è prima intellettuale e poi politica, da un non sapere cosa fare e da un non riuscirlo comunque a fare.
Comunque il problema non è questo, ci mancherebbe. La gente scriva i libri che vuole e vinca i premi che vuole e diriga le collane che vuole. Chi se ne frega! Il problema è un altro, o sono altri. Ad esempio: come tutti gli intellettuali di potere, quando diventano potenti, Scurati pubblica un romanzo storico. Qualcuno dirà che in realtà tutti i romanzi sono romanzi storici; qualcun altro ancora (meno noioso) si limiterà a dire che per Scurati questo non è il primo romanzo storico: c’era già stato Il rumore sordo della battaglia. Ciò rende Scurati, in linea di principio, una persona onesta: che cazzo vuoi?, mi può dire, non lo vedi che a me piacciono i romanzi storici? Dunque: prima si fa carriera con il culturalismo, poi ci si butta nell’Ottocento, ci si pasce e ci si fotte bellamente di come funzionano le cose attorno.
Ma, puttana schifosa, andate a leggere qui. Per facilitarvi, vi riporto io il virgolettato di pagina 2: “L’ottocento formidabile materia letteraria. Eppure continuiamo a raccontare di camorra.” E poi, leggete al risposta alla prima domanda: “Vedo nell’amore passionale un processo di contraddizione interna” Ma che cazzo vuol dire?
Io questa cosa non l’accetto. Io non accetto che uno qualsiasi venga a spiegarmi che cos’è la passione e come funziona. Che sia Scurati o l’attricetta di turno che ci racconta che tipo di uomo le piace, mi hanno tutti quanti abbondantemente rotto il cazzo. Secondo: “Eppure continuiamo a parlare di camorra.” Eppure. Credo che con un po’ di sforzo (ma nemmeno troppo) in un paio d’ore potrei tirare fuori il frasario e il format comportamentale di quelli che in Italia diventano improvvisamente qualcuno. Si comincia dicendo che no, insomma, la letteratura italiana è davvero morta; che c’era qualche speranza, ma in questi ultimi mesi è definitivamente andata; si continua sostenendo che non è vero che i premi letterari sono pilotati; poi si passa a elogiare editori e critici (in ordine sparso); si dice che c’è la crisi ma che non ci sono colpevoli; poi si scrive un libretto sull’italianità malata; infine si dice che insomma che palle, queste stragi e questa mafia, non se ne può più. E nel frattempo si pubblicano dei romanzi storici, stando ben attenti a sostenere nelle interviste il fatto che “E’ un romanzo storico ma parla anche dell’oggi, in quanto si appoggia su valori e conoscenze universali”.
L’Italia ha una buona letteratura. E’ dignitosa. Ha molta medietas, molta normalità, ma ha anche punte deliziose e radicali, che fanno ben sperare per il presente. Ha però un enorme problema, enorme: è piena di allenatori della Nazionale e di papi. Romanzi, quasiromanzi, controromanzi, iznamor, rOmAnZi, romanzì, rrrrrrrrromanzi; scrittori, scriventi, scribacchini, scrìttici. E tutti, TUTTI che se la tirano e pontificano. L’Italia ha una buona letteratura: qualche grande scrittore, qualche ottimo scrittore, qualcun altro buon. Tanta, tantissima merda, ma quella ci sta. Se la metà degli scrittori italiani passasse il tempo che butta nell’autoincensarsi a imparare a scrivere, la nostra letteratura farebbe il culo agli americani. Invece lei non sa scrivere i dialoghi ma si crede Sylvia Plath, lui è un elefante in una cristalleria e pensa di essere la versione postmoderna di Dostoevskij. Tutte persone che non conosco ma che mi fanno schifo. Tutte persone in grado di parlare di sé come gli altri parlano di Shakespeare, senza però essere nemmeno Scespir.
Lamento per la fine di Gomorra
Lettera aperta a Roberto Saviano
Caro Roberto,
noi non ci conosciamo. In realtà io ti ho visto in alcune occasioni, ti ho sentito parlare la prima volta ben prima dell’uscita del tuo libro e di tutto quello che ne è venuto: eri al convegno su
Poi non ho più saputo niente di te fino a Gomorra. Che cos’hai fatto, dove hai vissuto, come l’hai scritto. Ti ho sentito parlare un paio di volte, e la mia fidanzata, tutta emozionata, recentemente si è fatta autografare da te la copia di Gomorra che le avevo regalato. Ora
Non sono in grado di definire quello che scrivi: io non so se Gomorra, o i tuoi articoli, siano qualcosa che ha apertamente a che fare con la sociologia oppure con la letteratura oppure se siano soltanto dei brillanti reportage scritti da un incazzato che ha letto Pasolini. Non lo so e in tutta franchezza non me ne frega niente di saperlo. L’unica cosa che ti posso dire è che quando ho sentito che rivendicavi per il tuo libro lo statuto di romanzo ho storto un po’ il naso. L’ho storto per il semplice fatto che quello che hai scritto non è un romanzo, non lo è: non ne ha la struttura, i personaggi, lo sviluppo dell’intreccio. Non ne ha le scene e nemmeno il piglio, fatta eccezione per alcuni passaggi. Gomorra dimostra che hai il talento e la voce per scrivere un romanzo, ma finora non l’hai fatto, o perlomeno non l’hai pubblicato. Dunque, ho storto il naso; ma l’ho fatto soprattutto perché la tua mi è sembrata una rivendicazione pericolosa, sulla distanza addirittura rovinosa. Per te e per noi:
alcune settimane fa, in occasione dell’Officina Italia alla Palazzina Liberty di Milano, Alessandro Piperno -che era tra i partecipanti- ha dichiarato che l’attacco di Gomorra vale i migliori inizi di Balzac. Pochi giorni prima il “Corriere della Sera” aveva pubblicato nella prima della Cultura una tabellina che raggruppava gli scrittori “potenti”, quelli che contano nella letteratura italiana di oggi: c’erano Scurati, Genna e qualcun altro in un gruppo, i “Cannibali” (Ammaniti, Nove, Scarpa e Montanari) nell’altro e Colombati, tu e Piperno nell’ultimo. Ho sicuramente dimenticato qualcuno, ma non è importante: un Paese che parla ancora di Scarpa, Ammaniti e Nove senza riuscire a svincolarli dalla sigla con cui uscirono a metà anni Novanta non si accorgerà certo delle mie mancanze.
Tu e Gomorra, per farla breve, siete stati anestetizzati dall’intelligencija nazionale: parlare di te e del tuo libro equivale oggi come oggi a parlare di qualsiasi altro autore di bestseller e di qualsiasi altro libro scritto bene e andato meglio. L’incipit di Gomorra vale davvero Balzac, e molte delle tue accensioni (“Io lo so e ho le prove”…) sono degne di Pasolini, ma il fatto che l’unica cosa che Piperno o chi per esso abbiano da dire sulle tue cose graviti intorno allo stile, o che tu venga con tutta naturalezza rubricato tra gli autori “impegnati” e “che contano”, è la spia di un processo di depotenziamento della tua scrittura, delle cose che dici e che scrivi, ed è un gioco pericoloso e cieco: il Saviano engagé, incasellato in una tabellina, non serve né alla letteratura, né alla sociologia, né alla società italiana. Saviano serve se e solo se il suo potere destabilizzante viene fuori, viene recepito e diffuso.
Il tuo libro, di qualunque cosa si tratti, è e rimane una delle testimonianze più autorevoli e sconvolgenti intorno non soltanto al fenomeno della camorra, ma alla condizione del Paese. Gli italiani, attraverso una serie incredibile di salti mortali, sono riusciti –stanno riuscendo- a farlo passare come qualcosa di normale, come un equivalente di tanti buoni libri e tante buone incazzature. Nell’Italia che mi ostino a immaginare, Gomorra sarebbe stato un caso nazionale ben più fastidioso di quello che è stato, avrebbe aperto la strada a una serie pressoché infinita di interrogazioni parlamentari, di dibattiti televisivi e sui quotidiani, di marce e manifestazioni. Avrebbe scosso il Paese fino al midollo, l’avrebbe costretto a interrogarsi sulla natura della propria economia e del proprio genius loci, sul proprio di pensare e di essere. Invece, come al solito, tutti ci siamo indignati, tutti abbiamo firmato quelle patetiche petizioni a tuo favore, come al solito tutti abbiamo cominciato a riempirci la bocca con la consapevolezza che tu ci regalavi, e abbiamo anche, come al solito, detto che le cose che tu raccontavi, con un po’ di sforzo, sono cose di cui anche noi ci accorgiamo e che vediamo e che sappiamo. Abbiamo finto di sentirci tutti quanti un po’ napoletani, tutti ti abbiamo ammirato e ti ammiriamo (di quella ammirazione che è data dal fatto che tu fai qualcosa che nessuno di noi ha o ha avuto il coraggio di fare), e tutti ci siamo riempiti la bocca con le storie del porto di Napoli, con la nostra nuova comprensione di una situazione che, fino al giorno prima, sembrava morta e sepolta.
Lo ripeto: l’unica parola che da un po’ di tempo a questa parte mi viene in mente quando penso a te e al tuo libro è narcosi. Da molti mesi a questa parte (e in questa cosa, perdonami, anche tu hai avuto un piccolo ruolo) ci stiamo masturbando il cervello tentando di capire che genere di libro sia, o se tu abbia le potenzialità per trasformarti da grande narratore a grande romanziere. Alcune puntate de La squadra sono pedestremente modellate su alcuni capitoli di Gomorra, le tue invettive sono prese come lezioni di stile. Il centrosinistra campano prende le distanze da te sostenendo che “La Campania non è tutta come la descrive Saviano” e noi votiamo comunque centrosinistra. Ti stanno facendo diventare un profeta della forma, mentre Gomorra è un libro imperfetto, esagerato, il cui senso è nella sostanza delle cose che dice, nella realtà che disvela, in quell’occhio straordinario che ci mostra, dalla sella di un motorino, l’agonia di un Paese che muore e che se funziona funziona soltanto nell’ambito dell’illegalità, dell’omicidio, della lotta di potere.
Questo per me è Gomorra: un dito in culo al Paese dove è stato concepito. Il tuo libro avrebbe dovuto risbattere violentemente in prima pagina la questione meridionale, avrebbe dovuto mettere sotto i riflettori i perché della faccenda dello smaltimento dei rifiuti, o svelare i meccanismi delle gare d’appalto. Doveva essere un pugno, e lo è stato solo in parte, perché subito dopo averlo ricevuto abbiamo cominciato a curarci la tumefazione premiandoti, raccontandoci delle micidiali cazzate, disquisendo sul tuo valore letterario –che è e rimane elevatissimo- e non sulla realtà tragica che ci avevi raccontato.
Perché Gomorra non ha fatto cadere il governo, qualsiasi governo? Perché non ha spostato valanghe di voti? Perché ancora questa settimana la gente della Campania è dovuta scendere in piazza contro le discariche? Perché le vere piaghe nazionali continuano a sembrare le stragi del sabato sera, le canne e le franzoni e non quel sistema che ci regge, ci governa, ci fotte e ci uccide? Perché il tuo libro non viene fatto leggere nelle scuole? Perché non è oggetto di seminari nelle università? Perché i sindacati e le associazioni nazionali non hanno detto niente, non hanno organizzato niente? Perché invece di fare i Family Day non si fanno manifestazioni con i “tuoi” temi? Perché?
Attraverso il tuo libro il Paese si è guardato dentro, non si è piaciuto, e ha cominciato a chiedersi quanto eri bravo. Ha cominciato a parlare di forme, di contorni. Chi se ne frega se nessuno ha aumentato i controlli al porto di Napoli! L’importante è che questo attacco valga l’Eugénie Grandet! Il Paese si è dimostrato un Paese di insabbiatori, di omertosi, di gente pavida e persa dietro alle stupidaggini.
In sostanza: di Gomorra, che è il libro più venduto e più discusso dell’ultimo anno solare, di Gomorra non si parla. Ci siamo voltati dall’altra parte, Roberto. Tu ci hai fatto vedere, abbiamo guardato, ci siamo voltati dall’altra parte. Ti abbiamo reso una questione di grammatica. Se l’avessi scritto in terzine avremmo avuto migliaia di pagine della Cultura sulla storia dell’endecasillabo. E solo un paio su don Peppino.
Questo è un Paese devastato, dove non si riesce a fare più niente, Roberto. È diventato difficile e sfiancante fare qualsiasi cosa: tutto mi sembra sotto il controllo di un’economia che non c’è, che non si vede, e io faccio davvero fatica a trovarmi un posto. Voglio essere onesto, e mi incazzo quando vedo l’intellettuale o il barone di turno che gettano al vento una pagina o un’ora del mio tempo girando attorno alle questioni invece che centrarle. A me, ripeto, non me ne frega niente che tu abbia scritto un romanzo o un saggio. Mi frega di quello che hai scritto e non come l’hai fatto. Che poi tu l’abbia fatto benissimo impreziosisce il tutto, ma per quanto mi riguarda non sposta la questione.
A me mi piacerebbe di lavorare a Studio Aperto.
A me mi piacerebbe di lavorare a Studio Aperto. Perché, quando lavori a Studio Aperto passi le ggiornate a guardare gli rvm colle fighe che ci lavorano a mediaset. E perché poi, magari le intervisti che c’hanno sempre i vestiti che si vedono le tette e io dopo sono contento. A me mi piacerebbe di lavorare a Studio Aperto perché, così so sempre che tempo che fa anche a Torino che me lo dice la Silvia Vada che l’ha messa lì Moggi e anche io sono della Juve. E poi magari se lavoro lì conosco Andrea Giuliacci e la Canalis che la Canalis è figa ma Giuliacci deve essere bello di parlarci assieme. A me mi piacerebbe di lavorare a Studio Aperto perché, mi piaciono i ticcì e questo poi, sembra un rotocalco che, ti dice anche i pittigulessi sugli VIP e poi fa vedere i culi anche allora di pranzo. A me mi piacerebbe di lavorare a Studio Aperto perché ce l’hai coi negri, coi marrocchini, coi tunisini, con i zingari e pure con i cinesi che quelli ci rubbano il lavoro a noi e poi si sparano sui marcipiedi. Eppoi ci piace al papa, comme a me e sai sempre quello che sta facendo perche sei uno giornalista. A me mi piacerebbe di lavorare a Studio Aperto perché fai i collegamenti con quella figa di Monica Vanali dalla redazione sportiva e secondo me quella lì fai pompini. A me mi piacerebbe di lavorare a Studio Aperto perché così quando sono in corso vitorio
Voglio che mi dici che sono un bravo newyorkese
Ricevo da un amico che vive a Dublino la mail seguente:
“Buondì, vecchio. Ho appena finito di leggere "Neppure quando è notte" di Mario Desiati, giovinastro del '77 che se n'è uscito per peQuod con 'sto romanzo tre anni fa, ovviamente osannato e palle varie. Io personalmente sono stufo marcio. Non tanto della qualità di questi libretti, che può essere più o meno buona (in questo caso, diciamo media): sono stufo del fatto che i loro autori e i loro osannatori gridano ogni volta al capolavoro, al talento, alla scoperta. Puttana eva, di questo passo non avremo mai una buona letteratura contemporanea. Se non la si pianta di riempire di merda i lettori, e gli scrittori stessi, come cazzo si può pensare di progredire?
Anche Vassalli e' stata una delusione. Le solite manfrine sul '68 e scritte pure con uno stile insignificante. Che due coglioni. Pare che il meglio che possa offrire l'Italia ora sia Genna. Magari "Dies Irae" è un capolavoro, boh. Me lo farò spedire, forse. (In verità sono giorni che spio "Underworld" in biblioteca, ma mi fa paura; mi fa paura soprattutto perché leggerlo in inglese mi sembra folle. Notare che Genna dice che ha esplicitamente preso ispirazione - quasi scopiazzato - la struttura del capolavoro di DeLillo. Il che è tutto dire.)
Insomma, a giudicare soprattutto dai vari siti di letteratura (dal nuovo di Genna a Carmilla a quello dei Wu Ming e persino a quello del mio adorato Mancassola), mi sembra che i nostri colleghi famosi e pubblicati siano affetti dal peggio virus italiano: parlano. Parlano sempre e troppo. Straparlano di stronzate con termini pseudofilosofici e iperelogiativi, infarcendosi di postmodernismi. Si sentono importanti, potenti, intrisi di una sorta di perfida presunzione.
Che due coglioni. Ma un buon romanzo come Cristo comanda, qualcuno lo sa tirar fuori o no?”
Che un buon romanzo come Cristo comanda –e qualche volta una pietra miliare- qualcuno nell’Italia di oggi lo sappia metter giù è indubbio, non voglio tirare fuori adesso la solita storia e mettermi a fare di nuovo i nomi. Non ho letto “La morte di Marx” –che poi sono racconti-, ma Vassalli continua a piacermi nonostante le ultime sparate “postume”.
Eppure credo che il mio amico dublinese faccia centro con alcune considerazioni. Non so se sono io (e lui) ad aver aperto gli occhi solo nelle ultime settimane, oppure se c’è stato un giro di vite. Ma mi pare evidente che oggi come oggi la gran parte degli scrittori italiani parli. In sé non ci sarebbe niente di male, è meglio parlare che stare zitti, soprattutto di questi tempi. Le pagine migliori di Pasolini sono per me quelle corsare e quelle luterane, cioè le occasioni in cui Pasolini, invece di scrivere, “parlava”. Sono di quelli che rivendica un ruolo anche sociale per gli scrittori, sto dalla parte di quelli che prendono una posizione nei confronti del mondo anche al di là di quanto confluisce negli scritti di narrativa. Leggo e ammiro (alcune) delle persone che parlano attraverso i siti che trovate linkati a questo blog, spesso al di là di quello che dicono ma perché lo dicono, perché rivendicano per sé e per la letteratura un posto non comprimario nella società civile. Perciò non posso essere d’accordo quando, da Dublino, mi pare mi venga suggerito che non se ne può più di questi “letterati d’intervento”. E non posso essere d’accordo quando mi pare di capire che si preferirebbe uno scrittore faber che passa le giornate a lavorare al suo libro e non prende una posizione sulle cose che succedono. Si può –e si deve- fare l’uno e l’altro. È semplicemente naturale e necessario. Ho ad esempio molto stimato Eco e Tabucchi per quello che hanno scritto e detto nelle ultime settimane in rapporto al prossimo quinquennio governativo.
Ma. Quello che sta succedendo in queste settimane da alcune parti è, mi sembra, una corsa totale all’autoreferenzialità e all’autocelebrazione. Alcuni esponenti della cultura italiana hanno deciso di santificare se stessi in modo esplicito. Giuseppe Genna è il maggiore e migliore recensore di se stesso. Ha gridato al capolavoro ben prima di finire di scrivere “Dies Irae” –quest’inverno sui Miserabili, quando tentava allo stesso tempo di etichettare “L’anno luce” come il primo romanzo neoborghese italiano. Si sta costruendo una casella culturale in cui autoinserirsi. Appiccicarsi addosso un’etichetta è il modo migliore per rendersi riconoscibili e vendibili e santi. Si è costruito un sito ad hoc. Si proclama come l’incarnazione nostrana di DeLillo e come l’avanguardia di un atteggiamento da intellettuale totale. Wu Ming 5 esce con un nuovo romanzo, e manda mail a tutti, scrive nel proprio profilo biografico nel risvolto di copertina che “vive a Bologna –una cittadina [aggettivo fighetto che non mi ricordo] tra Modena e Forlì” come se venisse da Marte e si pone come l’incarnazione della sinistra globale colta e impegnata non più solo italiana ma piena di fiero internazionalismo e coscienza etica. Busi (vabbé, questa è facile) dice di sé che licenzia solo capolavori. Altri scrivono la verità assoluta sulle loro riviste. Piperno, Colombati, e lo stesso Scurati pontificano su tutti i tipi di media. Qualcun altro scrive la propria osannante autobiografia e la sbatte in faccia a tutti attraverso la rete. Io sono questo e quest’altro. Io faccio questo e quest’altro. Nove detta le coordinate del nuovo realismo italico, dicendo che fuori da questo non vale la pena scrivere. Eccetera.
Ci sono più parole attorno ai propri libri che nei libri. C’è una corsa alla pubblicità, all’esposizione in senso commerciale. Se ci fate caso, non ce n’è uno che si allinea a un altro. Ognuno ricava uno spazio per sé nell’establishment letterario con la stessa misurata astuzia di Madonna. Questo è quello che dice di sé che è impegnato, quest’altro è quello minimal, questo è quello che scrive libroni alla newyorkese, quest’altro è quello terzomondista, quest’altra ancora è quella trasgressiva e sessualmente libera. Per la prima volta mi sembra che non siano le case editrici e il mercato a tentare un’operazione del genere, ma gli scrittori stessi (ieri sera in tv avete visto l’insopportabile Santacroce con tanto di maschera sadomaso e fare sofferente?)
Poi, ovviamente, c’è il supporto di chi sta sopra. Qualche giorno fa nonmiricordochi faceva il culo a Fazi per le quarte di copertina dei suoi libri: “un capolavoro assoluto”, “un libro come non ce ne sono molti”, “finalmente in Italia il libro più bello dall’era precambriana”, “la Santacroce con Zoo ha toccato il suo vertice più luminoso” o cose del genere…mamma mia! L’Italia è piena di Dostoevskij e solo Fazi se n’è accorto!
Il più onesto allora è sorprendentemente Baricco, che in questo spargimento di merda invoca quasi anacronisticamente una stroncatura.
Questa era una generazione che lottava, che ci provava. Che si metteva contro i baroni della letteratura. Sta diventando una generazione di autospompinatori, che vuole fare il vuoto e mettersi un metro sopra gli altri. Una generazione che ama gli elogi, e che sa manipolare i media per incanalarli. Voglio che mi dici che sono un bravo scrittore “newyorkese”. Voglio che mi apprezzi perché sono un fine francesista. Voglio che mi segui perché ho pensato il mio romanzo in quel modo, perché in questo capitolo ci ho messo del talento smisurato e ho creato un personaggio memorabile in cui riesco a far confluire la signora Bovary e Topolino e i Kraftwerk e Lotta Continua e la legge Biagi e Roland Barthes e il concerto dei Guns ‘n’ Roses a Stoccolma nel 1992 e i fumetti e la Franzoni e il video di un’artista serba e la pasta e Jenna Jameson e la mamma.
Credo nella Storia, più che nella religione. Mi proclamo fondamentalmente agnostico perché sono un paraculo. Odio i preti, il loro timbro vocale, il loro essere sereni e felici di cosa. So che le suore vengono prese per il culo dai loro colleghi maschi. Non capisco l’islam. Le orde di pellegrini di qualunque religione mi sembrano una massa di deficienti, tutti in fila, tutti a fare meccanicamente la stessa cosa perché è così che si fa, è lì che si va. Non capisco. Non c’è nemmeno più il fascino. Mi disgustano fisicamente i giovani cattolici. I testimoni di Geova sono tutti una massa di sfigati. Le canzoni dell’oratorio fanno schifo. Arrossisco davanti alle manifestazioni di giovanilismo filocattolico, del tipo “Ascolto Ligabue sono un sfottuto rocker, sono un maledetto, hai visto, don Gino? Sono un contestatore anch’io!”Gli ortodossi sono dei pagani passatisti. Gli indu e tutta quella cerchia sono tutti roba da new age alla mago Otelma (che, mi hanno fatto notare, è l’Amleto rovesciato). Voglio vedere Ruini soffrire, e Ratzinger, e Sodano, e don Mazzi, e quello stupratore di Cosenza, che poteva benissimo accontentarsi di Luana Borgia.
C’è la guerra, ci sarà la guerra. A trecento metri dalla base italiana a Nassirya c’è un pozzo di petrolio gestito dall’ENI. Toccherà all’Iran, perché sono così rincoglioniti da chiamarsela, e perché, assieme a Iraq e Corea, sono gli unici che, mi pare fin dal 2002, commerciano in euro, cioè senza dollaro. Oppure decideranno che il Libano, la Turchia, la Siria e la Palestina stanno esagerando. Brandiranno grandi bandiere della pace (prima o poi gli eserciti adotteranno le bandiere della pace per incularci tutti), ci appiccicheranno sopra l’effige di Maometto che sgozza un bambino biondo e li massacreranno tutti, sospinti dalle preghiere delle vecchine, e delle veline.
È davvero difficile prendere una posizione di fronte a quello che sta succedendo con la storia delle vignette danesi. Siamo tutti persi dietro a parlare della libertà di espressione, a invocare i valori della democrazia. Se non avessero pensato di poterci guadagnare sopra almeno in immagine non avrebbero certo pubblicato i disegnini, altro che libertà d’espressione dei miei coglioni. Non so davvero che dire, è terrificante. Poco fa è venuto fuori che il ragazzino turco che ha fatto fuori il prete italiano lo ha fatto perché, parole sue, si sentiva coinvolto nell’insurrezione del mondo islamico contro l’occidente.
Occidente, Islam, libertà, religione. Tutte e quattro parole del cazzo. Un povero danese è più simile a un povero siriano che a un danese ricco, probabilmente ne condividerebbe pure la casa, a saperlo, così come è più facile che gli immigrati vengano (ben)accolti dagli appartenenti agli stadi più bassi della popolazione. Mi fanno ridere quelli che in questi giorni stanno impestando l’Italia dicendo che “Nella religione islamica esiste una lunga tradizione di pratiche di raffigurazione del profeta, quindi non si capisce il perché profondo di questa rabbia.” Ma, secondo voi, quanti di quelli che stanno dando fuoco al Medio Oriente ne hanno vista davvero una, di vignetta? Quanti iraniani, nell’89, avevano letto Rushdie? Tre? Quattro? E vivevano tutti a Londra! Quanti islamici sanno qualcosa della propria religione oltre ad “Allah è grande” e a quel cagamento di cazzo quotidiano delle cinque preghiere e a quello annuale del digiuno? Quanti cattolici beceri sanno qualcosa che vada oltre le tre formulette della messa e sette o otto dei dieci comandamenti? E in ogni caso, è davvero così diversa questa incazzatura islamica dalla reazione dei cattolici per la faccenda dei crocifissi nelle scuole? Ci sono coglioni come Borghezio nei parlamenti mediorientali?
Non lo so, forse c’è davvero da cambiare prospettiva. La religione è davvero l’oppio dei popoli, e io ho sempre detestato anche i fumetti. Quasi quasi mi viene da pensare che in questi anni si stia riproponendo la vecchia lotta di classe, allargata ai continenti, alle macro aree geografiche dove, indipendentemente dal reddito e dalle condizioni, l’occidente fa il borghese e l’islam il poveraccio. Mi impressionano il bianco/nero e l’infantilismo dei popoli, che secondo me si è aggravato nel corso degli anni, con una accelerazione devastante dopo l’89. “Tu fai un disegno che mi offende e io ti tiro giù l’ambasciata, perseguito quelli come te che vivono da queste parti.” “Ah sì? Cosa vuoi fare? Questa è casa mia e la difendo e ci pubblico quello che voglio perché sono indiscutibilmente più progredito, più profumato e più morale di te!”. Non sarà una guerra di religione, né forse soltanto una battaglia economica: sarà uno scontro di chiusure, e di ignoranze.
Una sconfitta
Prima di ieri non mi era mai capitato di prendere, alzarmi e andarmene da uno spettacolo. Altre volte, al cinema, a teatro, mi era capitato di pensare di farlo, tuttavia, prima di ieri, ero sempre rimasto bene bene arroccato al mio seggiolino, a sopportare, o a travasare bile, o a cercare di trovare qualche cosa di buono in quello che stavo vedendo. Ieri sera, no. Dopo un’ora, insieme alla metà delle persone con cui mi ci ero recato, ho abbandonato il Mazda Palace, i suoi settemila presenti e i suoi palloncini, sono tornato a casa, incazzato come non pensavo di poter mai essere, con tutto un riflusso di succhi gastrici che mi ha abbandonato soltanto dopo qualche ora e una voglia di prendere a calci le vetrate.
Dario Fo. Dario Fo si candida alle primarie per la corsa al posto di sindaco di Milano. Domenica prossima ci saranno le consultazioni, poi il via vero e proprio alla campagna elettorale. Ieri, stando ai giornali, proponeva uno spettacolo con Enzo Jannacci a Milano a prezzo popolare, 5 euro. Perché no, ho detto io a chi per telefono mi ha proposto di andarci, alla fine io Fo non l’ho mai visto, mi hanno detto che da qualche anno in qua è un po’ rincoglionito ma che comunque quando sale su u palco è ancora uno dei più grandi, perché no, ho detto io, andiamo lì, ci mangiamo un panino con la cotoletta che non digerirò fino a notte inoltrata, facciamo il biglietto, ci sediamo e vediamo che succede.
Entriamo, al momento il palazzetto è mezzo vuoto, ma si andrà via via riempiendo fino a costringere gli organizzatori a tirar su dei teloni che coprono le poltroncine più alte sulle gradinate per permettere alla gente di prendere posto, e la gente continua a entrare, letteralmente, dalle otto e un quarto fino ad almeno le dieci meno un quarto (il momento in cui ce ne siamo andati) è un flusso continuo, ininterrotto di persone che cercano sedie libere, che si affollano all’entrata.
Il primo segnale di sconforto ce l’ho nel momento esatto in cui metto il primo piede nel catino del palazzotto: sul palco suonano pizziche e tarantelle, ci sono dei clown che girano tra il pubblico e altri che, impugnato il microfono, urlano cose che fanno ridere solo perché bisogna ridere. Sul palco di aggira un individuo con una pappagorgia d’altri tempi, un lungo cappottone nero e il microfono a baffo. Questo individuo parla continuamente, a volte a mezza voce, ma è comunque sempre amplificato. Dice “Bravi!”, “Aaaaaahhhhh!”, “Grazie!”, e poi, scendendo di un’ottava, “Ma dove sono i…(nome di un gruppo)?”, “Ma dove si è cacciato…(nome di persona)?”, “Vieni qui, sali su con noi!”. È un monologo ininterrotto con se stesso, è Dario Fo che vaga per il palco. Qualcuno gli si avvicina da sotto il palco per dargli una informazione di servizio “Dimmi!”, dice Fo, inclinandosi per ricevere la voce. Nel frattempo, pizziche, tarante, urla meridionali che celebrano la bellezza di Napoli e la fratellanza che chi urla sente con Milano e la Milano di un premio Nobel. E via, male amplificati, fisarmoniche, chitarre, voci, mi pizzica lu core mi pizzica lu core, noi siamo gli ultimi, siamo gli ultimi, i MiniMI, nel senso che siamo mimi e che non ci vuole più nessuno, adesso vi facciamo un minuto di spettacolino. Il gruppo di clown balla, si sbraccia sul palco, fa cose del tipo adesso-ti-do-uno-schiaffo-e-tu-cadi-tenedoti-la-guancia-e-facendo-una-capriola, tutto il pubblico è seduto sulle seggioline, anche se volesse ballare non può ma grazie a dio che non può, ci manca solo di trovarmi in un posto dove tutti ballano. E via, canti sardi, rime idiote del tipo “quelli del palazzo ci han cacato ‘u cazzo”, e in tutto questo Fo che vaga sul palco, parla da solo, fa i complimenti a chi si alterna davanti al microfono e si sbeffeggia quando ne vengono fatti a lui. Tutto quello che io odio della sinistra finto popolare d’inizio millennio è lì, sul palco, del tutto disorganizzato, improvvisato (ma per carità, ci può anche stare), finché a Fo viene in mente di chiamare sul palco un nuovo gruppo, i Canto Antico: i Canto Antico vengono cercati dovunque, evidentemente non era il loro momento di andare in scena, non hanno pronto niente. Il primo di loro sale con la fisarmonica in spalla e alcuni cavi in mano, ci sono cinque minuti in cui Fo vaga dicendo “Dove sono? Che si fa?”, e il gruppo di clown interviene a fare da tappabuchi: altri cinque minuti in cui, improvvisando male, il capocomico fa battere le mani al pubblico, gli fa fare zzzt all’unisono. “Ci hai salvati!” dice Fo quando il gruppo è finalmente pronto.
Il mio stomaco bestemmia feroce, adesso comincia lo spettacolo, o quella cosa per cui siamo venuti. E infatti, dal fondo del palco, compaiono Jannacci e figlio, compare un piano, alcuni strumentisti. Vabbé, ormai è una condanna che qualunque cosa si faccia bisogna beccarsi i saltimbanchi con i loro vestiti colorati e la musica popolare di Puglia, Campania e Sardegna (che io non disprezzo, per carità, semmai ne disprezzo l’uso che ne viene fatto – e poi mi chiedo sempre: e la Basilicata? E il Veneto? E la Toscana? Com’è che da qualche anno per far musica popolare in giro devi fare ruba pugliocampanosarda, o irlandese o balcanica?), vabbé, dico, ma adesso si comincia, adesso magari arriva qualcosa di buono.
Fo e Jannacci attaccano “una canzone in dialetto che abbiamo scritto assieme quarant’anni fa”, poi Fo prende il proscenio, si è tolto il cappotto. Dice che c’è un ospite: un amministrativo di palazzo Marino. Questo sale, srotola due A4, e attacca a leggere uno scritto in cui elenca i mali di Milano e le proposte che la lista Fo ha approntato per amministrare la città. Torna Fo. Legge l’elenco dei docenti ed esperti che collaboreranno con lui nel caso in cui verrà eletto. Per carità, dice anche cose intelligenti. Attacca un monologo (?) sulla situazione dei trasporti milanesi, ma non è un monologo, è la storia delle malefatte dell’ATM e dell’amministrazione uscente, parla, racconta come se fosse a una cena e non su un palco. Ogni tanto saluta il pubblico, ringrazia per l’affluenza, urla dei “Graaaazie!” che strappano gli applausi. Come siamo bravi, come siamo impegnati, siamo venuti in settemila! Come siamo di sinistra! Fo inciampa sulle parole, le cerca, le trova quasi subito, ha una strana “s”, sibilante e salivosa, dovuta probabilmente al rammollimento dei muscoli delle labbra. Si gira e si sbraccia, dice che cosa vorrà fare quando sarà sindaco, come sistemerà la rete tranviaria. “Abbiamo fatto tante battaglie, faremo anche questa.” Luigi si volta, mi tocca il braccio, dice che il tipo di prima, quello degli A4, parlava come Fassino, e che la serata è in tutto e per tutto una serata pubblicitaria, un comizio elettorale. Sì, ma di solito sui volantini dei comizi elettorali non c’è scritto “spettacolo” e non si paga l’ingresso, dico io. Sale sul palco un rappresentante dei verdi, altri A4, altre strette di mano.
Ci alziamo. Io credevo di poter essere preso per il culo solo dal centro e dalla destra. Credevo di poter ingoiare alcune delle “cose di sinistra” con la formula del “ma sì”, del “tutto sommato”, e poi di riuscire a stare tranquillo, a trovarmi bene. Invece sono disgustato, arrabbiato. Non voglio affinità con questa tipologia di manifestazioni, con la gente che va a queste messinscene tristi per sentirsi impegnata, che si fa raccontare, già conoscendole, cose ovvie e logiche -e anche doverose-, con la gente che va nei posti sapendo già cosa gli si dovrà dire e come, e non voglio più saltimbanchi (soprattutto in performance arraffazzonate e squallide), non voglio appoggiare né essere appoggiato. La sinistra che fa la sinistra tra persone di sinistra è una istituzione masturbatoria e autocelebrativa, completamente vuota, autoreferenziale e sconfitta. Fuggiamo dal retro, giriamo attorno al palazzetto. Come noi altre persone stanno puntando verso il parcheggio a pagamento. Fuori dai cancelli c’è ancora gente, e sono quasi le dieci. Non hanno il biglietto e non li fanno entrare. Regaliamo i nostri tagliandi a un gruppo di persone infreddolite, così la sicurezza li farà passare.
Io mi affaccio al mondo.
Per la prima volta mi pare di vedere le cose da un certo punto di vista. Le vedo nel concreto. Capisco il legame, il cosa sta dietro a cosa, lo vedo, lo tocco, lo sento. Ci vorrebbe una bestemmia, ma ne ho già pensate talmente tante che scriverle ha perso la sua urgenza. Il posto dove vivo, il paese, il Paese. Ora capisco. Non ci sono possibilità. Siamo il Paese più fermo, più bloccato d’Europa. Tutto è inerte, morto. Non rantola più nemmeno. L’ho sempre sentito dire, l’ho sempre letto, l’ho sempre anche pensato, ma ora finalmente lo vedo. Non che lo stia provando sulla mia pelle più di quanto non abbia già sperimentato prima d’ora. Ma ora me ne accorgo davvero, lo sento sottopelle. Il fastidio è concreto.
A me fa schifo il mio popolo, il popolo a cui appartengo. Mi fanno schifo il sole, la cucina, i cattolici, i preti, le aziende di trasporti, il capitalismo –e quello vero-, il capitalismo –quello finto e oligarchico, tutto italiano-, gli intelligenti, i professori, i presentatori, gli operai, le fabbriche, i cantanti, le cassiere, le parrucchiere, i ciclisti, i cacciatori, i vecchi, i giovani, quelli di mezza età, la mia lingua, che non ha un termine di prima mano per denominare “quelli di mezza età”, i controllori, la sinistra, la destra, il cento, la sinistra, la sinistra, il cinema, la musica. Mi fanno schifo anche gli altri popoli, ma il mio di più, perché lo conosco, lo vedo, lo frequento, ci devo vivere in mezzo. Mi fa schifo l’italianità, mi fa schifo l’orgoglio nazionale fuffa, mi fa schifo il concetto di italiani brava gente, o quello, di gran lunga più pericoloso e più bloccante, del “tanto poi noi in un modo o nell’altro ce la caviamo sempre”. Mi fa schifo. Mi fanno schifo le cooperative, le associazioni, le società, i circoli. Mi fanno schifo gli individualisti. Mi fa schifo il fatto che, cazzo, non abbia mai colpa nessuno, mi fa schifo questo finto fatalismo, mi fa schifo la sporcizia del mio Paese, la pubblicità, la libertà che solo su una BMW tu puoi trovare, l’acqua che elimina l’acqua, mi fa schifo la disinformazione, mica quella dei telegiornali, quella che ti lascia per ore sulla banchina di un cazzo di treno senza informarti di che cosa cazzo sta succedendo e perché le porte non si aprono, mi fa schifo perché mentre io mi rovino il fegato qualcuno lassopra si sta inculando la segretaria mentre non dice un cazzo dentro quattro apparecchi telefonici contemporaneamente, salvo poi pubblicizzarti tutti i comfort, la figata di fare un viaggio, di muoversi, ma muoversi per che? Per andare dove? Come? Mi fa schifo dover prendere per forza la macchina, la sera, per andare a Milano, perché altrimenti non c’è modo di tornare indietro. Mi fa schifo e mi vergogno. Mi fanno schifo gli angolini impolverati nei corridoi dei palazzi dell’amministrazione pubblica, e la barba sfatta e il ragionare da Esportazione Senza Filtro che ha l’Italiano Medio nel corridoio di un treno sulla tratta Milano-Catania. Mi fanno schifo le classifiche, e gli elenchi. Mi fa schifo dover ancora parlare dei PACS e non averli già come dati di fatto. Mi fa schifo dover sapere quante scoregge fa ogni giorno papa Ratzinger. Mi fa schifo che non funzioni niente, dover trovare spazio a furia di simpatie conquistate, di leccaculaggio. Io non mi sento rappresentato da nessuno, né dai politici, né dai macellai. Io non credo che voterò più. Andrò nelle cabine elettorali, spiegherò il foglietto colorato e scriverò VAFFANCULO, e poi il mio nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e mail, e un appunto: per favore contattatemi, adesso non ho tempo, ma ho delle cose da dirvi. Credo che farò così. L’altro ieri era Sant’Antonio, una specie di patrono del mio quartiere. Vicino a dove abito c’è una chiesa (ce n’è molte di più, in realtà, ma io parlo di questa soltanto), e una lunga fila di macchine che aspettavano di avvicinarsi a un gazebo bianco e azzurro (azzurro, mica di un altro colore) all’interno del parcheggio dell’oratorio: la benedizione annuale del macchine, porca puttana, sono serio: la BENEDIZIONE ANNUALE DELLE MACCHINE. Dai un euro o quanto cazzo vuoi e un cazzo di prete grasso come una betoniera di butta tre dita d’acqua sul parabrezza, mentre un ciellino con la riga nei capelli ti porge una scatoletta dove far cadere le monetine. Io ho improvvisamente tutto chiaro, ho improvvisamente tutto chiaro. Tutto è immobile, fermo, e il mio popolo è felice che sia così, va bene così. Il tempo che butti, la bile che travasi. Al mio popolo va bene così, perché “tanto poi ce la caviamo lo stesso”, perché comunque, i tedeschi mangiano male e gli inglesi hanno quello schifo di moquette nei bagni. L’importante è avere un prete ciccione con in mano un’ampolla di acqua del rubinetto su cui ha fatto in tutta fretta due segni di croce un’ora prima. Mi fa schifo l’Italia, mi fa schifo questo essere piccolo borghese che avrebbe ogni cazzo di giorno almeno cinque motivi per piazzare una bomba e non lo fa, e mi fa schifo che su questa morte apparente facciano leva i quattro che tengono le fila per non combinare un cazzo, per non farci progredire, per tenerci saldamente per i coglioni, sapientemente rabboniti da un fumante piatto di lasagne con la besciamella. Basta.