ottobre

"Non si incolpi nessuno, sono io" Nikolaj Stavrogin
sabato, luglio 26, 2008

La Commedia albanese

 Dante a Tirana

La prima si chiama Beatrice Hysa, la seconda Beatrice Kodheli; ce n’è una terza, Beatrice Marku, e anche una quarta: Beatrice Brahimi. Ce ne sono anche una quinta, una sesta, una decima, ce ne sono venti, trenta, cento: e tutte queste non sono che Beatrici X, perché non è stato possibile, dopo gli opportuni rilievi e la cerca dei documenti, stabilirne i cognomi. Sono persone i cui dati sono andati perduti nei registri battesimali delle chiese cristiane e musulmane distrutte dal regime albanese, ma sono anche cognomi dimenticati in patria, cambiati e obliati per essere sostituiti da cognomi più invitanti per i clienti lungo i viali di Milano, Torino, Roma, Bologna, o modificati, occidentalizzati per tutelarsi e proteggersi da qualche minaccia; sono i cognomi – questi nascosti da una X – di molte donne albanesi che non è stato possibile identificare nel corso degli anni, dopo averne recuperato i corpi in qualche punto dell’Adriatico.

Si chiude così, con queste osservazioni, il piccolo libro del grande scrittore albanese Ismail Kadaré Dante, l’inevitabile, un saggio sulla penetrazione del sommo poeta in terra d’Albania nel corso dei secoli. Si chiude con il piccolo elenco di tutte le Beatrici di Tirana e Durazzo che portano il loro nome – un nome bello e pesante – a cavallo dell’Adriatico: «Dal tuo accento si direbbe che non sei di qui: da dove vieni?» chiede a un certo punto un cliente a una puttana, «Dall’Albania» «Davvero? Non ho mai incontrato un’albanese. Come ti chiami?» «Beatrice» «Beatrice? Anche da voi esiste questo nome o è un soprannome che ti sei scelta per lavoro?» «No, Beatrice è il mio vero nome. In Albania è comune.» «Ma lo sai che cosa evoca per noi italiani?» «Certo che lo so: la Beatrice di Dante».

Mentre Dante scrive la Commedia, nei Balcani cominciano a penetrare le prime avanguardie di quell’Impero Ottomano che, alcuni decenni più tardi, inghiottirà l’Albania bandendo da quelle terre i versi delle tre cantiche. Bisogna aspettare qualche secolo perché Dante possa ritornare a calcare il suolo albanese, e precisamente il 1939, anno in cui l’Italia fascista invade il suo piccolo vicino di casa imponendo la Commedia come poema simbolo dell’unione: Dante diventa in un colpo il poeta nazionale degli albanesi: «Per sedurre l’Albania, la propaganda italiana non avrebbe potuto sognare strumento più miracoloso di questo affascinante personaggio. Ben presto si contarono decine di traduzioni, edizioni e riedizioni, ma anche circoli, gruppi di studio, società, imprese, istituti di beneficenza, concorsi e tavole rotonde, serate di gala, piazze e strade intitolate a Dante Alighieri. (…) Era la prima volta nella storia che una potenza occupante brandiva, alla testa dei suoi carri armati e dei suoi cannoni, il più bel poema dell’umanità».

Gli albanesi si innamorano di Dante, ma lo traducono a pezzi: nessuno realizza una traduzione completa del poema, i cui canti cominciano a essere tramandati perlopiù di bocca in bocca. In un certo senso, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, Dante in Albania fa parte della tradizione orale. Viene studiato, letto, «sentito» e amato dagli esponenti delle classi colte che, in patria o in esilio, lo considerano un padre. La Commedia non viene abbandonata nemmeno sotto il sovietismo, ma diventa una sorta di leitmotiv culturale e unificante per il popolo albanese, che percepisce i versi danteschi come qualcosa che gli è affine, vicino e amico. Sotto il comunismo, la Commedia viene tradotta, studiata, ed esce dai bar e dalle piazze per entrare nelle sale di lettura. Dante diventa per gli albanesi quel poeta nazionale che non hanno mai avuto, anche grazie a uno strambo motivo linguistico: gli albanesi infatti, da sempre – cioè ben prima dell’arrivo della Rai dalle loro parti – conoscono e capiscono perfettamente l’italiano. Kadaré sostiene che la comprensione della nostra lingua – così lontana e diversa dalla loro – è per gli abitanti dell’Albania qualcosa di istintivo, di innato. Ciò si verifica indipendentemente dal grado di preparazione e di istruzione della persona e dalle epoche. Per qualche motivo misterioso gli albanesi hanno sempre capito quello che noi italiani diciamo e scriviamo, e per tanto l’adozione del poema dantesco è stata da subito qualcosa di naturale.

Kadaré scrive: «I cimiteri delle sue prigioni [dell’Albania], in particolare, sembravano ispirati al modello dantesco. In quelle sinistre necropoli giacevano i detenuti che la morte aveva colto durante la loro pena. In base alla legge albanese, quei morti dovevano scontare gli anni restanti lì, sotto terra, prima di poter essere sepolti come tutti. Solo al termine della pena le famiglie potevano recuperare le loro salme».

C’è tutta un’affinità, dice Kadaré, tra il modo di vivere albanese e le parole del sommo poeta. Le sofferenze degli albanesi, la loro storica lotta per la terra, il loro essere sempre servi di qualcuno, la loro condizione che è spesso quella di esiliati, il senso della perdita e quello della bellezza, accomunano gli abitanti dell’Albania alla persona e alla parola di Dante. La geografia dantesca, i gironi, il tema dell’esilio, la violenza, i nomi dei personaggi danteschi appartengono al popolo albanese quasi quanto a quello italiano. Le Beatrici vive e morte non sono che il segno tangibile di questa comunanza e di questo amore.

 

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categorie: letteratura, luoghi
mercoledì, luglio 16, 2008

Dopo la pika

Il Diario di Hiroshima, cronaca di cinquantasei giorni

Il dottor Michihiko Hachiya, direttore dell’Ospedale delle Comunicazioni di Hiroshima, comincia a scrivere il suo diario l’8 agosto 1945, cioè circa 48 ore dopo lo scoppio della bomba. Egli comincia così: «Erano le prime ore di una bella giornata tranquilla e calda». L’ossessione del tempo, del tempo atmosferico, è uno dei tanti leitmotiv che accompagnano la scrittura di quest’uomo mite e razionale, umile e intelligente, nonché assolutamente inconsapevole di aver scritto una delle testimonianze più vive, umane e commuoventi su quella che rimane una delle più sorprendenti catastrofi della storia dell’uomo. Ogni giorno di diario si apre per Hachiya con la registrazione puntuale del tempo: «Cielo generalmente sereno» «Un’altra splendida giornata» «Pioggia. Cielo coperto»; ogni diarista deve avere il suo mantra, e quello di Hachiya è la situazione del cielo.
Poche righe più sotto il suo piccolo e puntuale esordio, il dottor Hachiya, con una certa approssimazione, è in grado di descrivere quello che è successo la mattina del 6 agosto, mentre lui si trovava nella sua casa, steso per terra per riposarsi dopo un turno particolarmente duro all’ospedale: «All’improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro. A volte, di un evento, si ricordano i più minuti particolari: rammento perfettamente che una lanterna di pietra nel giardino si illuminò di una luce vivida, e io mi chiesi se fosse prodotta da una vampa di magnesio, o non piuttosto dalle scintille di un tram di passaggio. (…) Istintivamente mi alzai per fuggire, ma mi trovai il passo sbarrato da detriti e travi crollate. (…) Mi sentivo straordinariamente debole, e dovetti fermarmi per riprendere fiato. Con mio grande stupore, mi accorsi che ero completamente nudo. (…) Lungo tutto il fianco destro ero escoriato e sanguinante. Da una ferita aperta nella coscia spuntava una grossa scheggia, e in bocca mi sentivo qualcosa di caldo. Avevo un taglio sulla guancia, me ne accorsi passandoci con cautela la mano, e il labbro inferiore era spaccato. Un frammento di vetro piuttosto grosso mi si era infilato nel collo (…)».

 

La casa del dottor Hachiya si trova a circa 1,500 metri dall’ipocentro dell’esplosione – posto che sia possibile identificarne un ipocentro, giacché più volte, nel suo diario, Hachiya riporta le discussioni relative all’esatto punto dove è esplosa la bomba. Si scoprirà poi che, in realtà, la bomba si è disintegrata alcune centinaia di metri prima di toccare il suolo di Hiroshima. Il dottore e la moglie, Yaeko, riescono a raggiungere l’ospedale, dove cominciano a curarsi. Questo è il momento in cui ha inizio il periodo di 56 giorni coperto dal diario, tenacemente scritto nelle ore libere tra una crisi, una notte insonne, una moglie che ha persino attacchi di polmonite, gli incontri con i pazienti, con gli altri dottori e gli infermieri e, soprattutto, una incrollabile volontà di capire che cosa sia successo, quali siano gli effetti di quella che sembra una vera e propria piaga; le descrizioni mediche di Hachiya sono minuziose, quasi candide nella loro violenza: Hiroshima è una città di ustionati, di gente senza denti, piena di ferite e di aperture ricucite con aghi di fortuna; è una città di corpi che vagano tra le macerie anche solo per recuperare le ossa dei loro cari; è una città di orfani, di genitori che hanno perso i figli (qual è la parola per designare un genitore che ha perduto un figlio?); nei corridoi dell’Ospedale della Comunicazione vagano esseri umani che perdono i capelli, che si riempiono a poco a poco di inspiegabili petecchie – segno di una serie di emorragie interne che porta quasi sempre a una morte atroce - che soffrono di anoressia, dissenteria, vomito, allucinazioni; non ci sono bagni, non ci sono vetri alle finestre, non c’è la corrente elettrica, e l’odore è talmente forte che i degenti smettono di sentirlo;  c’è una bellissima ragazza a cui il fuoco ha risparmiato il solo volto, e che giace immersa in un letto di pus; c’è una vecchia rimasta sola, che implora la morte; ci sono persone che hanno scritto nei volti il numero dei giorni che resta loro da vivere; ci sono persone che per alcuni giorni sono state perfettamente bene, e che hanno dovuto correre a ricoverarsi all’improvviso per delle improvvise deformazioni, per dei malesseri inspiegabili. È un’umanità che deambula senza meta tirandosi i capelli per vedere se rimangono attaccati al cranio, quella che descrive Hachiya. E soprattutto, per molti giorni, nessuno sa che cosa è veramente successo. Nessuno sa dell’atomica. 

 

Hachiya, quando è in forze, lavora, cura, comincia a fare ipotesi e a eseguire delle autopsie sui cadaveri; conta i leucociti e le piastrine nel sangue dei morti; attacca delle coperte agli stipiti delle finestre sfondate per evitare che la pioggia gli bagni il letto; beve matcha e studia gli effetti delle radiazioni sui casi che ha a disposizione, per poi scrivere delle relazioni semplici e piane che sono una lezione di deontologia medica.
In città si dice che Hiroshima sarà inabitabile, per via delle radiazioni, per almeno 75 anni, ma nessuno ci vuole credere. C’è una fede, nelle azioni e nelle parole di Haciya, una fede laica che mi lascia sbalordito: è la fede nel fatto che se qualcosa di così tremendo e impensabile è successo l’unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e, per quanto le forze lo permettano, guarire, lavorare, studiare, fare del bene. Questo piccolo uomo vissuto nel mezzo della catastrofe mi commuove, nonostante la sua fedeltà incrollabile all’imperatore e alla parte sbagliata. Tutto crolla: la nazione, l’imperatore, i muri, le strade, i fili della luce, i corpi delle persone a cui vuoi bene, il tuo corpo, ma tu vai avanti a indagare, ad amare le tue cose e a lavorare per riconquistarle. C’è una mole di verità e di vita che mi sconvolge in questo pugno di giornate raccontate: l’idea non è quella di riuscire a sopravvivere – per quello c’è il destino -: è di sopravvivere ricostruendo, da subito, con pignoleria e costanza, il ritmo naturale della vita, senza fermarsi di fronte all’estrema difficoltà del compito, e all’inspiegabilità e ineluttabilità di quello che è accaduto.
Ma che cos'è la pika? E' il nome con cui, per molti giorni, i sopravvissuti di Hiroshima hanno fatto riferimento all'esplosione, alla bomba. La bomba è la pika, perché questa parola significa lampo, luce, bagliore. E' solo quando riescono a entrare in Hiroshima persone venute da fuori, da posti a qualche decina di chilometri di distanza, che la pika acquista un proprio suono e diventa pikadon (don: scoppio rumoroso). Per Hachiya e i suoi concittadini, per molti giorni l'esplosione è stata semplicemente un bagliore accecante lungo un secondo, avvenuto in assoluta assenza di suono. Solo chi non era a Hiroshima ha potuto sentirne il fragore. Ecco, per chiudere, uno dei passi più straordinari del Diario:

«C’era solo un’altra possibile spiegazione per gli strani sintomi osservati: un’improvvisa variazione della pressione atmosferica. Avevo letto che si manifestano emorragie in individui saliti ad alta quota e in palombari che risalgono troppo rapidamente in superficie. Ma non avevo mai esaminato casi simili, e non potevo dunque dimostrare la mia tesi.

Tuttavia, continuavo a ritenere che  la pressione atmosferica avesse a che fare in qualche modo con i sintomi in questione. Quando ancora frequentavo l’università di Okayama, avevo assistito a esperimenti condotti in una camera a pressione. Uno stato di sordità improvvisa e temporanea era uno dei sintomi che si manifestavano ogniqualvolta la pressione nella camera veniva bruscamente alterata.

Di una cosa ero certo: tre giorni prima, quando era avvenuto il bombardamento, non avevo udito niente che si potesse definire un’esplosione, e nel tragitto verso l’ospedale avevo visto case crollare, ma non avevo avvertito alcun rumore. Era stato come se avessi camminato in uno spaventoso film muto. Altri, da me interrogati, mi confermarono di avere avuto la stessa esperienza.

Coloro che avevano assistito al bombardamento dalla periferia della città, lo descrivevano con l’espressione pikadon.

Per dare una spiegazione accettabile del fatto ce né io né gli altri avevamo udito alcune esplosione, bisognava dunque dedurre che vi era stata un’improvvisa variazione di pressione atmosferica, che ci aveva resi temporaneamente sordi. Si potevano ricondurre alla stessa causa anche le emorragie che cominciavano a manifestarsi?»

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categorie: letteratura, mondo
giovedì, giugno 26, 2008

Io mastico

Ho ricominciato I demonî di Dostoevskij. Ieri notte, quasi d’istinto. Parlandone con L. mi sono accorto che è moltissimo tempo che non leggo cose dello zio Fëdor – come lo chiamavamo ai tempi dell’università. I Demonî è l’unico tra i grandi romanzi dostoevskijani che ho letto una volta sola (e nel novero dei grandi romanzi metto ovviamente anche quel prodigio assoluto che sono le Memorie dal sottosuolo). In un certo senso, mi sento in debito nei confronti di questo libro. So che è una cosa stupida, ma Dostoevskij è uno dei miei padri, e c’è sempre una forma di debito e di gratitudine nei confronti dei padri. Dostoevskij è un uomo a cui penso. Così, facendo altro, a volte mi viene in mente quella sua faccia scavata e rossiccia, quello sguardo fisso che rimandano i ritratti e le fotografie degli anni in cui componeva i grandi romanzi. dostoevskijAlle volte mi capitano situazioni in cui mi vengono in mente le sue frasi, i suoi personaggi, e tutt’oggi non riesco a pensare alla Russia senza immaginarmela piena dell’atmosfera che lui ha creato.

Dostoevskij è un dono che abbiamo avuto, e io non lo voglio sprecare.

Ho letto solo il primo capitolo, perché ero molto stanco. Me lo ricordavo molto noioso – cosa che Dostoevskij non è mai – una lunga ed estenuante parabola biografica su Stepan Trofimovič e Varvara Petrovna, del tutto propedeutica alle detonazioni che dal capitolo due fanno letteralmente esplodere il romanzo. Io ho letto I demonî per la prima e l’unica volta che avrò avuto ventuno, massimo ventidue anni. Allora non leggevo quasi nulla che non fosse stato scritto nell’Ottocento (è sbagliato e stupido, lo so, ma non finirò mai di ringraziare il mio snobismo postadolescenziale di quegli anni). Con lo sguardo dei trent’anni, quel primo capitolo – che è rimane introduttivo e propedeutico – è già micidiale: quella lingua operosa (ché è operoso lo stile di Dostoesvkij: è lo stile di un uomo che si siede e si mette all’opera, che «lavora»), l’ironia bonaria ma anche inflessibile nei confronti dei due personaggi principali, e quella cosa sotterranea, quella sensazione di tumulto e di nascita che riesce a emergere dai pochi passi dedicati alla presentazione di Šatov e di Stavrogin, più evocati che rappresentati, ma già in piena festa, in piena rivolta. I demonî è un capolavoro che si «sente» già tutto nelle prime trenta pagine propedeutiche.

Ma non voglio parlare di Dostoevskij – non si può parlare di Dostoevskij perché Dostoevskij ha detto tutto e io non sono in grado di parlare di tutto. Volevo soltanto dire che l’ho ricominciato, che sono felice. Dostoevskij. Ho fatto fatica a dormire. Nella stanza faceva più caldo, ho spalancato la finestra e la porta, mi sono messo in mezzo all’aria corrente. Nel primo capitolo non succede niente, ma c’è già quella lingua, quella voce, quel modo di raccontare che non mi ero dimenticato, che avevo tenuto in recesso della memoria, in qualche fibra o tessuto che consciamente non so di avere. Ho fatto fatica a prendere sonno perché, nell’immaginazione, ho masticato Dostoevskij a lungo, ieri sera, mi sono ripetuto le sue frasi e ho inventato altre frasi che la sua voce avrebbe potuto dire.

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categorie: letteratura, inesperienza
mercoledì, giugno 25, 2008

Brevissimo elogio di Sergio Nelli

ricresciteestinzioneHo un'ammirazione istintiva per Sergio Nelli, una cosa che va al di là del tipo di persona che è e di quello che scrive. Gli voglio bene. Sergio possiede la facoltà di mostrare le cose da un altro lato, immergendole in una specie di magma fatto di immaginazione, filosofia e incanto. Sergio ha un panciotto, un cappellaccio, un bastone e una valigia piena di cose. E' una figura poetica, stralunata, fumantina, che sembra appena uscita da un libro di Collodi. Questa è una qualità e un talento. E' uno dei pochi scrittori che conosco a incarnare, per me, una delle caratteristiche più affascinanti della letteratura: l'artigianato. Sergio è un grande artigiano della parola, dell'emotività, dell'immaginazione.
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categorie: letteratura
lunedì, giugno 16, 2008

Il diavolo nel caffè

Ho trovato, nei commenti al mio pezzo di settimana scorsa Pausa caffè, un pezzo di Luca Di Fulvio, che signorilmente sorvola sulla violenza con cui l’ho trattato pur non conoscendolo e dice la sua sull’argomento che lo riguarda così da vicino. Siccome la risposta mi  è venuta un po’ lunga, e il tema mi sembra interessante, lo metto a forma di post, riproponendo anche lo scritto di Di Fulvio.

Caro Andrea, sono Luca Di Fulvio. Mi permetto di scriverle perché evidentemente mi sono espresso male al tg de La7 oppure lei ha male interpretato (naturalmente non entro nel merito della mia mediocrità di scrittore). Mi veniva chiesto se la letteratura era ancora letta, se non ricordo male. Quello che ho volevo rispondere era molto diverso da quello che riporta lei (o che ha compreso per mia poca chiarezza). Io penso di aver detto che gli editori dovevano smetterla di piagnucolare sui libri che vendono poco e occuparsi in maniera più efficace (e manageriale, perché no) dei libri nei quali credono e tralasciare i libri gadget. Questo esclude i big (commerciali o no) che sono gli unici sui quali fanno investimenti finanziari (a rischio zero). La cultura in Francia, per esempio, ha coniugato qualità con guadagno e questo non fa che aumentare le possibilità di tanti autori di essere conosciuti. E soprattutto aumenta il numero di lettori (in Italia siamo pochissimi). Nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere. Escluso Joyce, l'elenco che lei fa (Gadda, Leopardi, Shakespeare, Dante) è di autori "commerciali" e "popolari". Autori che non hanno solo avuto grandissimi consensi dai loro contemporanei ma che soprattutto hanno dimostrato che scrivere in "volgare", se si ha talento, è la forma meno razzista possibile, letterariamente parlando. A me preoccupano gli intellettuali, che parlano con la testa e non con la pancia. Gli autori che lei cita erano l'esempio perfetto di chi vuole comunicare con il maggior numero possibile di lettori/spettatori. E, in più, avevano il dono della genialità.
Io capisco la sua invettiva purista. E francamente (anche se sono il diavolo, nelle sue parole) la condivido pienamente. La sottoscrivo. Ma insisto a pensare che gli editori, soprattutto quelli potenti, dovrebbero lottare per portare in superficie - proprio perché ne hanno i mezzi - tutta quella letteratura che pubblicano solo per ragioni di bilancio, abbandonandola a se stessa, e facendola morire. Mondadori pubblica circa un libro al giorno. Lei (e tutti noi) viene a conoscenza di quanti titoli? Venti? Forse sono addirittura troppi. E gli altri 340? Morti. Stampate 2000 copie, 1500 al macero. Ma a loro (gli editori) basta, a fine anno, dire in consiglio d'amministrazione che hanno stampato 360 libri. Come sono andati non frega un cavolo a nessuno. Ecco, tra quei morti e dimenticati, io credo che debbano per forza esserci dei buoni libri, degli scrittori di talento. Se gli editori si prendessero cura "managerialmente" di quei dimenticati, di quei reietti, qualcuno di loro potrebbe riuscire a mostrare il proprio valore e, soprattutto, a continuare a scrivere. Io purtroppo (checché lei ne pensi) non appartengo ai big raccomandati. Tutto quello che riesco a fare è frutto del mio impegno. E lo faccio con abnegazione. E se ero al tg è stato solo perché la redazione ha trovato buono il mio libro, non perché Mondadori ha fatto pressioni (magari, mi verrebbe da dire egoisticamente). Purtroppo i tempi degli autori a cui lei si riferisce sono cambiati. Oltre agli editori che non credono più nei libri ma costruiscono solo "casi", c'è un pubblico che è cresciuto a tv e messaggi pubblicitari. Tutto il resto muore. Quello che volevo dire, in definitiva, era che gli editori dovrebbero prendersi cura molto di più della letteratura nell'unica maniera di cui sono capaci (purtroppo): il commercio. Se fossero bravi commercianti con i buoni libri forse ci sarebbero meno "casi" e più scrittori (il che non prevede che io sia necessariamente in questa categoria, stia tranquillo, non ho intenzione di obiettare al suo giudizio a priori).
Mi scusi il lungo pippone, io di solito non intervengo mai nei blog, ma sentivo nella sua passionalità un che di sincero, che non andava sprecato.

 

Caro Luca,

 

anzitutto la ringrazio per il tono civile con cui risponde alla mia sbrodolata di insulti e invettive. Spero di riuscire a chiarire nel corso di questa risposta al suo commento le motivazioni del mio attacco di bile, e a dimostrarle – cosa del resto perfettamente vera – che, non avendo mai letto qualcosa di suo, non è direttamente alla sua persona e al suo lavoro che mi riferivo, ma a una sorta di attitudine che da tempo ritrovo e, nel mio piccolo, cerco di combattere. Il fatto che io sia incappato nelle sue parole su La7 e che me la sia presa con lei è del tutto contingente, e i toni accesi e violenti del mio intervento – che, mi rendo conto è insultante, e pertanto me ne scuso – sono in realtà rivolti a un’idea che in quel momento lei ha per me rappresentato. Tutto qui. Leggendo la sua risposta, credo di avere più chiaro il suo punto di vista, e spero di riuscire a commentarlo in modo intelligente e sobrio. Insomma, non è lei a essere il diavolo. Del resto mi pare che tutto ciò le sia perfettamente arrivato, quindi non è necessario che mi dilunghi oltre. Per inciso, dopo che ho scritto il pezzo, mi ha chiamato un amico dandomi più o meno del coglione: «Perché te la prendi con Di Fulvio?» ha detto «Guarda che il suo libro è bello, e che non pare il tipo di persona che tu dipingi». Ma tant’è.

Comincio così: in uno scambio di mail con un amico scrittore, più o meno negli stessi giorni in cui me la sono presa con lei, si è un po’ parlato della situazione dell’editoria italiana, e lo si è fatto in questi termini: lui ha pubblicato finora due libri, e sta per pubblicare il terzo; il primo di questi due libri è uscito per una casa editrice milanese di medie dimensioni, molto conosciuta e stimata, circa un anno fa. Il secondo è uscito a gennaio di quest’anno per una casa editrice torinese neonata e pressoché sconosciuta, con enormi problemi di budget e molte difficoltà nella distribuzione. Il discorso verteva sul fatto che quasi tutti (stampa compresa) considerano il secondo libro migliore del primo, ma che il pubblico leggerà e ricorderà, di questo mio amico scrittore, solo il primo. Il tono della sua mail era: «Sai, io sono contento di aver fatto un libro con ***, perché ci hanno creduto e perché io credo in loro. Ma so perfettamente che in Italia si fa (per certi versi lo faccio anch’io) l’equazione casa editrice piccola = libro scadente». La mia risposta è stata una ripresa di un vecchio adagio di Antonio Moresco, al quale più di una volta ho sentito dire che le logiche editoriali, il marketing, per certi versi (ma solo per certi versi, eh) la distribuzione, la reale presenza nelle librerie sono tutti fattori di secondaria importanza nei confronti dell’opera e del suo autore: «Qualcuno si ricorda per caso il nome degli editori di Kafka? In quante copie e come è stato stampato e diffuso Delitto e castigo? Queste cose non contano! È l’opera che rimane! È l’autore che rimane!» Ora, va da sé che, vivendo nel mondo, sono perfettamente in grado di capire che un discorso del genere – per quanto sia cosa buona e giusta – rientra in una visione per così dire militante e romantica della letteratura, e che a tutti frega di essere curati, stampati, distribuiti e riconosciuti, e che tutto questo è una cosa legittima e doverosa. Però ritengo che un discorso come quello di Moresco – che è in sostanza il mio di Pausa caffè – sia un punto di vista assolutamente imprescindibile da parte di uno scrittore. Mi è capitato spesso, nel corso di questi ultimi anni, di trovarmi a presentazioni o tavole con alcuni suoi colleghi scrittori, e di sentire, in forme più o meno accese, un discorso come quello che io ho capito che lei ha fatto al tg di La7. Ne sono sempre uscito con un senso di disgusto – non c’è altra parola. Molto spesso, parlare con uno scrittore significa parlare di fascette, di copie, di edizioni, di copertine e tutto l’indotto commercial-pubblicitario costruito attorno a un’opera. Ho sviluppato una profonda avversione nei confronti di questa tipologia di persone, la cui attitudine da copywriter è quanto per me di più lontano e distante da qualunque forma di letteratura. Qualcuno mi potrebbe obiettare: «Lo faceva anche Balzac!». Rispondo: «Sì, ma poi tornava a casa e buttava giù le Illusioni perdute».

Durante il telegiornale, lei ha fatto due cose, di cui una legittima e una su cui, credo, occorre – da parte degli scrittori – che venga posta un’attenzione quasi pari a quella con cui si revisiona un testo: la cosa legittima è presentare il proprio libro; la cosa su cui invece mi aspetto un’attenzione e una cura particolari è il discorso sul sistema editoriale, sull’andamento delle cose, sull’effettiva possibilità di una riconquista di territori da parte della letteratura. Quando lei dice – riprendo dal suo commento – che gli editori dovrebbero occuparsi in maniera più efficace dei libri nei quali credono, io ho un fremito, e questo fremito ce l’ho perché lei non mi spiega che cosa significa quell’«efficace». Quello che è efficace per uno scrittore (lo studio, la solitudine, l’esercizio, l’invenzione, la capacità prefigurativa di saltare al di là delle solite logiche sistemiche, il guizzo, lo stile, la voce) non è necessariamente efficace anche per l’azienda che lo vende e lo distribuisce, anzi. Non ho mai onestamente capito qual è il confine reale tra un libro in cui l’editore crede e un libro in cui l’editore è portato a credere dal riscontro di pubblico o dal rientro pubblicitario (si potrebbe citare, anche solo nell’ultimo anno solare, almeno una dozzina di esempi lampanti, ma non lo farò). Non sono del tutto convinto che «nel momento in cui i lettori sono di più, tutti gli autori trovano quel tanto di spazio che gli permette non solo di campare ma di continuare a scrivere»: conosco qualcuno che, in epoche recenti, si è visto rifiutare un buon libro da un editore con la seguente motivazione: «Niente male, ma non è Faletti!». Gli autori che io cito e che lei riprende sono commerciali e popolari oggi, non lo erano nella maniera più assoluta all’epoca in cui vivevano e scrivevano (resta tra l’altro da capire se per assurdo il Ministero togliesse Dante e Leopardi dai programmi scolastici quanti editori si rimetterebbero ancora a stampare non dico la Commedia o i Canti, ma il De vulgari o i Paralipomeni). Anzi: per certi versi questi scrittori erano controcorrente e invisi alle logiche di sistema in cui operavano ed erano inseriti, e almeno parte della loro grandezza risiede nel fatto che se ne fregavano. Pensi poi a tutti quegli autori soggetti a beatificazione postuma (mi viene in mente Morselli) – cosa assolutamente insopportabile, oggi come oggi, dal mercato, la cui regola d’oro è: o vendi entro tre mesi oppure col cazzo che ti diamo una seconda chance. Pensi a Joyce, che ha girato mezza Europa in cerca di un impiego mentre scriveva l’Ulisse, e che l’ha pubblicato a Parigi grazie a una ragazza combattiva e lungimirante e che, in seguito, ha anche dovuto sopportare un processo per pornografia!

È inutile girarci intorno: oggi come oggi i lettori sono molti di più che nell’Ottocento, non fosse che per il grado di alfabetizzazione. Il fatto che lei abbia trovato in rete il mio pezzo, che l’abbia letto e che io le stia rispondendo, è la spia di una possibilità di diffusione e ricezione delle proprie cose che fino a pochi anni fa era impensabile. Tutti però siamo d’accordo nell’attestare che lo stato di salute delle nostre lettere sia – uso un eufemismo – quantomeno instabile. Come possiamo spiegare tutto questo? C’è più mercato, la gente legge poco ma legge molto di più rispetto agli anni Sessanta dell’Ottocento. Però negli anni Sessanta dell’Ottocento c’erano Dostoevskij, Tolstoj, Hugo, Maupassant. Com’è possibile? Ovviamente le risposte a questo problema possono essere migliaia: mi viene però il sospetto che, se se ne discutesse assieme, alla fine tutti converremmo almeno sul fatto che una parte di responsabilità sia da imputare alla macchina del mercato e alla sua capacità di comprimere e livellare verso la cosa più facile, più vendibile e priva di veri scossoni.

Non riesco a capire come una cura «manageriale» potrebbe risolvere il problema: dal mio punto di vista, è proprio nel termine «manageriale» che sta il problema. Quando l’editoria intesa come la intendiamo noi non esisteva, o esisteva in una forma più vicina all’artigianato, il mercato del libro era fatto da quegli autori il cui valore assoluto oggi è sinonimo di noia e vendite basse. Sto naturalmente generalizzando, ma da quando è arrivata l’industria, la gente diventa matta per le Kinsella e i fabivolo e se ne frega – salvo rari casi, vedi McCarthy – di quello che tra duecento anni nel migliore dei mondi possibili dovrebbe essere studiati a scuola.

C’è poi il discorso della tv, della pubblicità, e qui le do ragione. Sono candidamente convinto che se invece di fare pubblicità alla merda la si facesse all’oro tutti comprerebbero l’oro, perché è l’offerta che determina la domanda. Conviene di più farla alla merda, però, perché si fa meno fatica e non si rischia niente.

Resta che per me la letteratura non è e non deve essere una questione commerciale, mai. Nell’idea che lei esprime – che, ora ho capito, vien fuori da un intento nobile – non è preso in considerazione il rischio che le cose, una volta affidate a un’idea commerciale del mondo, si imbastardiscano ulteriormente. A me sembra che lei faccia questo discorso perché si sente come al cospetto di una fine: si pubblica troppo, si legge poco, si fa avanzare solo la fuffa, tutto se ne va a quel paese, e pur di non perdere gli scrittori, pur di non perdere la letteratura, trattiamola con un sistema commerciale che abbia una forte base etica – se così posso dire -. Le rispondo dicendole che secondo me non siamo alla fine, che il peggio deve ancora venire, e che ho molta paura di un discorso che permette al mercato di entrare tout court nelle lettere, soprattutto se fatto da uno scrittore. Già il libro è ormai un prodotto come un altro. Almeno teniamoci un piccolo spazio di opposizione.

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categorie: letteratura
domenica, giugno 15, 2008

Una piccola, stralunata epica dell'oralità

poema"Le lenticchie con il loro lardo, quando si sciolgono in bocca, sono qualcosa che non ci resiste nessuno, neanche i profeti; perché sono meglio della terra promessa".
E' un libro da gustare piano, centellinando la lettura dei capitoli come fossero le portate di un lungo pasto narrativo che viene preparato e portato al lettore un po' alla volta, in maniera quasi casuale e distratta. Chissà perché mi viene in mente Fielding? Non cercate - nel Poema - una logica, una consequenzialità narrativa, un impianto solido e rigoroso, ché sarebbe tradire l'intento di Cavazzoni e la sua vocazione di cantastorie: è un libro stralunato, celatiano negli intenti, costruito su un patto narrativo affabulatorio e popolaresco, carnevalesco negli intenti e nella lingua. Sono storie inverosimili, rivisitazioni comiche (i pezzi su Garibaldi e sui Borboni sono dei piccoli capolavori di comicità e letteratura "orale"), giochi, che piano piano costruiscono una piccola epica della vocalità - se si può dire -, una cantata della pianura padana e delle sue persone, portate su un piano onirico e immaginifico. E' sospeso tra il sogno e il mito, racconta storie incoriniciandole in una storia che non c'è - perchè la storia di Savini è un pretesto e una scusa, e in definitiva non ha senso e non lo cerca. E' come quando ci si sedeva sul letto e il nonno cominciava a raccontare di quando faceva il pane, o prendeva la bicicletta per andare al fiume, e c'era la guerra, o non si sapeva se era finita. Solo che il nonno di Cavazzoni ha una capacità di visione e una fantasia fuori dal comune, e le sue affabulazioni si nutrono di canti popolari, di sogni, di lune nei pozzi, di uomini che vivono nelle tubature dei lavandini, di condottieri ammattiti, di bellissime cameriere/gallo, di carcerati con proboscidi giganti, di prefetti che vagano per la provincia in cerca di storie e di vite da raccontare. Ecco, il piacere di raccontare, di (farsi) ascoltare, di porre e di porsi davanti all'incredibile, all'inverosimile, a delle possibili declinazioni strambe della vita, di riconoscersi soggetti a incantamento e di lasciarvisi trasportare fuori dalle logiche e dalle cornici: questo è il Poema dei lunatici.
Fellini ci trasse il suo - altrettanto poetico e stralunato - La voce della luna.
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categorie: letteratura
lunedì, giugno 09, 2008

Pausa caffè

Non ho mai letto una riga di Luca Di Fulvio, e non credo che lo farò mai. Credo sia uno scrittore mediocre, la cui produzione sia riassumibile nell’espressione “solita roba”. Come faccio a saperlo? Bisogna per forza pasteggiare con la merda per sapere che non è buona? Tra l’altro è una specie di giallista, e a me in genere non frega niente di scoprire chi è l’assassino. Ieri sera, però, visto che è appena uscito per Mondadori un suo libro che si chiama La gang dei sogni, era ospite in televisione, al tg de La7. Gli ho sentito dire una cosa, una sola. Questa – grossomodo: «Le case editrici dovrebbero cominciare a ragionare in termini aziendali, manageriali [ma non lo fanno già?, N.d.R.]. Il libro è una cosa che deve essere venduta, bisogna avere delle strategie precise come si hanno in tutte le grandi aziende.» Il concetto era che solo con una pianificazione di tipo esclusivamente economico il libro può fare mercato e la gente può finalmente ricominciare a leggere.

L’unica cosa che mi è venuta da dire, tra me e me, è stata un istintivo «Pianifica il tuo culo», non la letteratura. La gente queste puttanate le ascolta, e magari ci crede. Fremo, perché so che il mondo della letteratura e della cultura – o come diavolo li si vogliono chiamare – muore e si svilisce tra le mani di queste nullità che non si rendono nemmeno conto di quello che dicono. Se la letteratura, nel corso dei secoli e dei millenni, fosse stata sempre soggetta a queste regolucce di mercato – che spariranno nel giro di un paio di generazioni, per essere sostituite da qualcosa di diverso, di più evoluto e sicuramente peggiore, ma in ogni caso MAI più potente e imperituro della parola – noi non avremmo avuto Leopardi, e Gadda, e Joyce, e Shakespeare, e la Commedia. Chi cazzo ti pubblica oggi come oggi una pippa di cento canti in endecasillabi? Come cazzo faccio a venderla alla sciùra? Come ti fa, il pendolare o la fighetta, a spararsi in vena una Morte a credito, con tutti quei puntini che non si capisce dove si va a finire? Chi se ne fotte delle siepi e della luna? E Kafka? Che schifo la gente che si tramuta in insetto! Qui c’è gente che ha bisogno di leggere si sex e di city, che magari è single, oppure fa le joint venture, che vuole cantare in tv o perdersi su un’isoletta non con un selvaggio di nome Venerdì, ma con una fighetta ultratangata e abilissima nella suzione extrauterina del prepuzio. Qui il sabato si va nei centri commerciali, e i week end li si passa al mare o a lampadarsi. Qui si va sul Mar Rosso, mica sulle montagne incantate. La vita è questa qui, non è gente chiusa nel sughero a rompere i coglioni per un biscottino intinto nel tè. E se si fanno viaggi, devono essere viaggi spirituali, a gambe incrociate e mani giunte e barba lunga, mica bisogna seguire un cazzo di zoppo mezzo matto da una parte all’altra del pianeta a guardare le stelle e tranciare capodogli!

La letteratura muore per mano di questi scribacchini incolti, tutti pieni di logica commerciale e di sintassi elementare, muore nelle minchiate che si pubblicano in questi anni sotto etichette inventate e ruffiane, muore ogni volta che uno scrittore la scrive pensando ai suoi effetti, al pubblico, al mercato, all’economia e non alla sua potenza, all’immaginazione, alla parola, al mondo. La letteratura è forse l’ambiente con il più alto tasso di suicidi inconsapevoli, con più cadaveri fuori dagli armadi, mano sotto il mento, occhialino cool e prosopea da disadattato.

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categorie: invettive, letteratura
sabato, maggio 31, 2008

"Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni né rallentamenti. Nemmeno se una collina frana o se una foresta entra nell'acqua che sale in fondo, qualche cosa muta dentro la pioggia. Solo i giorni e le stagioni girano toccando la luce; e questo è l'unico segno che il tempo ancora esiste.
Un segno che sparisce spesso, ogni volta che la pioggia cambia e si mette a piovere petrolio, catrame, acqua salata, acqua mista a sabbia o a madreperla. Allora si socchiudono gli occhi dei viventi che stanno sotto la pioggia: quattro paia d'occhi diversi di grandezza e di colore, mischiati dalla stessa fissità. La mancanza di qualunque rumore che non sia quello della pioggia è totale; questo silenzio debbono sentire sopra, come loro spazio, le teste di quegli occhi.
Adesso sta piovendo acqua, una languida acqua piovana mista a rena. Il fenomeno non desta alcuna curiosità: gli occhi continuo a rimanere fissi e semichiusi, un paio addirittura confusi dentro un alone rossastro. Quando la rena cessa e l'acqua diventa ancora più scivolosa, cambia la luce per tutto un grande cerchio, accendendo un arcobaleno di un colore solo.
Si alza un grido, che si ripete subito, e che pare l'inizio di una canzone. L'accento è duro, di chi canta una canzone amata, troppe volte ripetuta. Nelle note ormai deve trovare soo una cadenza mentale: "Catarì, Catarì" oppure "la libertà, la libertà".

Paolo Volponi, Il pianeta irritabile
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categorie: letteratura, mondo
mercoledì, aprile 23, 2008

Le macerie

Metto qui il pezzo che ho scritto per il terzo numero del Primo amore, dedicato al Vitello d'oro. Si tratta di una rielaborazione di una serie di monologhi dedicati all'11 settembre che avevo scritto per una compagnia teatrale di Milano. Lo spettacolo - con testi miei e di altri - avrebbe dovuto chiamarsi Vertigine 9/11, ma per problemi di produzione non è mai andato in scena.

La prima volta ci hanno detto: «Separate la carne dal metallo, e dal vetro, e dal cemento».

Ma è difficile, nella polvere che ancora non si è del tutto schiacciata a terra, distinguere quello che resta di un corpo umano da una trave o da un oggetto qualunque. La carne bruciata si annerisce come una lastra di metallo, il corpo perde il proprio spessore per lo schianto, e tutto diventa di colpo tutto.

Adesso trasportiamo le macerie sopra queste enormi chiatte attraverso la baia di New York, le trasportiamo fino a Fresh Kills, la zona di Staten Island dove c’era la discarica e dove era già partita la gara d’appalto per l’allestimento di un parco. Ora non ci sarà nessun parco, e la zona rimarrà quello che era: una discarica, niente più che una discarica a cielo aperto in cui oggi andiamo a rovesciare, con la lentezza di un corteo funebre, le tredicimilanovecento tonnellate di vetro, acciaio e cemento che ci sono crollate addosso all’improvviso a Manhattan. Le parti di acciaio – le parti che molti di noi hanno pazientemente separato dalla materia organica – verranno riciclate e riutilizzate: se ne ricaveranno elettrodomestici, pezzi di automobili, bulloni e tondini.

(In America non si butta via niente, niente).

Noi preleviamo tutto da questo immane buco che si è spalancato a Ground Zero e lo trasportiamo in quell’altro immane buco che gli sta di fronte e che è Fresh Kills. Da un buco all’altro, la nostra è diventata una storia di vuoti, di superfici cave.

Lavoriamo di notte, come se ci dovessimo vergognare. Lavoriamo di notte perché New York non si deve fermare. Non possiamo occupare il fiume per intere giornate, i nostri camion non possono creare ingorghi in una zona di Manhattan che è già di per sé intasata e che oggi come oggi è piena di lavori, di pianti, di macerie e di persone che vengono qui per fermarsi dietro la cancellata che abbiamo eretto e si fermano a guardare, e piangere, e pregare, e avere paura.

La gente porta continuamente delle candele, migliaia di candele, e le accende. Il Memorial è già quasi pronto, mentre il fumo non ha ancora smesso di salire e l’enorme buco nero non è ancora stato liberato del tutto dalle macerie.

Molte persone riceveranno la carne che abbiamo separato dal metallo, dal vetro e dal cemento – ma non saremo noi a consegnarla, non sarò io.   La riceveranno e la custodiranno nelle urnette governative, come una reliquia da mostrare. Chi non ha carne da ricevere è già in fila lungo le mura di immagini, con le fotografie dei volti e le date di nascita e l’unica, enorme data di morte.

Lavoriamo di notte perché la gente non deve vedere dove trasportiamo i pezzi delle Torri, e perché soltanto la notte è in grado di occultare la parte più macabra dei lavori. Vogliamo che la gente tenga a mente quello che è successo, ma che non lo veda più.

Alle luci di Manhattan oggi dovete aggiungere le luci delle nostre chiatte, e lo scintillio dell’acciaio e del vetro che riflettono l’inondazione elettrica che gonfia DownTown e rende questo buco nero il posto più luminoso nella città più luminosa del mondo. Se mi affaccio sulla baia e guardo indietro verso il Financial District, distinguo in mezzo ai grattacieli i bagliori dei fuochi delle candele che circondano il buco. Noi invece lavoriamo di notte, cerchiamo il buio nei luoghi della luce. Cerchiamo il buio. Lavoriamo di notte perché nessuno deve vedere: le macerie devono sparire velocemente, fuggire da Manhattan ed essere dimenticate.

Ma voi.

Tra pochi mesi, ovunque voi siate - in Italia, in Cina, in Argentina o in Inghilterra – voi comprerete una lavatrice che contiene un pezzo delle nostre Torri, voi stapperete la vostra bottiglia di vino migliore con un cavatappi d’acciaio lucido che una volta, sotto un’altra forma, era parte di una soletta della Torre Nord, e il vostro vetraio vi sostituirà un vetro del solaio con un pezzo di finestra della Torre Sud. La vostra automobile conterrà il corrimano dove qualcuno, mentre il grattacielo bruciava, si è appoggiato per provare a respirare, per sentirsi per un solo istante ancora al sicuro. Il corpo delle Torri sarà nel corpo di tutte le cose, in ogni angolo del mondo. Sarà nelle biciclette dei vostri figli, nella mensola che sorregge i libri a casa di vostro suocero, nel bullone con cui terranno salda la fibbia della vostra cintura. Sarà nella fibra dei vostri nuovi palazzi. Ovunque, le Torri saranno ovunque. Crederete di potervene dimenticare, ma mentre lo crederete vi sembrerà di notare nel muro a cui vi state appoggiando una traccia di calce che avevate già visto. Guarderete la cupola del nuovo centro commerciale vicino a casa vostra e vi noterete il riflesso di qualcosa, la forma di qualcosa che crolla, e che brucia.

Viaggiamo lenti, solchiamo questo fiume e questo mare nero lievemente increspato. All’attracco di Staten Island ci aspettano con dei camion su cui caricheremo questi pezzi informi per andare a seppellirli provvisoriamente. La città è calma, è piena di luci e di esorcismi. Le candele bruciano a Ground Zero, se guardo verso l’enorme buco nero vedo una luna di fuoco che da terra si solleva verso il cielo.

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categorie: letteratura
lunedì, marzo 24, 2008

Didascalia sullo spessore

Succede questo*: una persona scrive - di un libro di cui si parla molto - una delle recensioni più belle e profonde che mi siano mai capitate tra le mani (leggere per credere). Questa recensione è una stroncatura, ma non del solito tipo all'italiana ("sei grasso, ti scopi quella lì, hai fatto quella marchetta là"): è una stroncatura che - per nella sua brevità - va a toccare e a scardinare le radici per così dire ontologiche del testo, lo prende, lo rovescia e in una parola lo annulla. Il testo ne esce male alla radice: diventa un libro che - stanti le premesse - non è degno di essere letto. Il tutto viene fatto dal recensore con un'onestà intellettuale e un rigore e un distacco tali che per un attimo mi è sembrato di non essere qui, ma di leggere magari il New Yorker.
Quello che è successo in seguito alla pubblicazione di questa recensione è scritto nel pezzo linkato all'inizio di questa mia didascalia. Ogni virgolettato è un rigoroso copia e incolla, il recensore non inventa niente e non interpreta.
L'Italia funziona così, il potere funziona esattamente così. Per questo ne parlo: per far vedere come stanno le cose.
L'unica cosa che mi viene dirti, Gio, è che per "sopportare" un'analisi come la tua ci voleva uno scrittore, o almeno un intellettuale. Con il senno di poi (ma quel "di poi" è un errore di valutazione), una roba del genere avrebbe meritato ben altro soggetto.



*Vi invito a leggere non solo l'intervento di Giorgio, ma ad andare a guardare il paio di link indicati nel suo articolo.
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categorie: letteratura, inesperienza
sabato, marzo 08, 2008

"Io ora ho questo compito di inserire l'antibellezza nella bellezza, devo dipingere quei corpi morti annegati. Anche la bruttezza si deve dipingere nelle sue varie forme: imperfezione, deformità, sproporzione... Tu e tu e tu. Come si fa a mettere i vostri corpi sconci dentro la bellezza e lasciare intesa quest'ultima? Tu, con quella faccia sformata, dimmelo; e voi mani, mani moncherini. Già... già... e la vecchiezza che è anticipazione di morte... come si fa a mettere la vecchiezza e la morte e l'esaurimento dentro la bellezza senza che sorta qualcosa d'imprevisto? Noi col pennello in mano, di fronte alla putredine... Siamo già tutti qui dentro, io e Andrea e Leonardo e Rosso e quell'altro là, il potente, con le sue statue immense e il mal di pietra... Tutti morti. Fino a che punto può andare oltre ciò che è realisticamente riprodotto, fin dove l'esigenza dell'anima si può spingere?"

Sergio Nelli, Segnavento Pontormo, Titivillus, 2008
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categorie: segnalazioni, letteratura
mercoledì, marzo 05, 2008

L'incanto delle Voci antiche

Mi sono avvicinato a Voci – Antropologia sonora del mondo antico di Maurizio Bettini senza saperne granché. In un certo senso, si tratta di un libro che mi sono ritrovato tra le mani, e ho cominciato a leggerlo con la curiosità e la leggerezza tipiche di chi si avvicina a qualcosa che non conosce e non lo vincola. Ero in realtà molto attratto dal titolo – perché mi attrae ogni cosa che ha a che fare con le voci, con la pluralità e con l’aggettivo «sonoro» - ma non sapevo cosa aspettarmi da quel «mondo antico», che prometteva e promette un’incursione nell’età classica – di cui non sono certo un intenditore. Devo anche dire che la quarta di copertina scelta dall’editore ha un pessimo attacco: «La nostra vita è immersa nei suoni. Clacson di automobili, squilli di cellulari, urli o mormorii televisivi (…)», che in realtà riprende il preludio autoriale sulla fonosfera, ma che sposta tragicomicamente il baricentro dell’attenzione del lettore su una chiave di lettura che non verrà sostanzialmente mai ripresa all’interno del testo.

Faccio incominciare le Voci a pagina quattro, quando ci viene raccontato che: «Verso l’ora terza di notte, - raccontava, - si sente risuonare la frusta (flagellorum sonus). Chiedo che cosa faccia Papinio, mi rispondono che sta facendo i conti». Si tratta di un brano tratto da Seneca attraverso cui Bettini ci spiega la matrice dell’espressione popolare “facciamo i conti”: a Roma, la “calcolatrice” era uno schiavo con funzioni di segretario, pertanto la contabilità dei signori era garantita a colpi di frusta.

Ecco lo spirito di questa indagine filologicamente precisissima, acuta, profonda e per molte pagine entusiasmante, che riesce a dare un quadro della vita quotidiana, delle credenze, dei comportamenti umani e delle mitologie dell’età classica attraverso la ricostruzione dei suoni, dei versi e dei rumori che – stando a scritti e documenti – la popolavano.

A me pare un’impresa, quella di Bettini, filologo senese, meravigliosa. (Qualcuno con cui ne ho parlato mi ha recentemente detto che in realtà il suo modo di procedere è questo da tempo, e dunque il mio prossimo acquisto sarà il suo Mito delle sirene).

Ad esempio, Varrone considera gli animali (su cui è incentrato un buon 80% delle pagine) degli instrumenta semivocalia alla stregua di zappe, erpici e aratri, e scopro che il verro, a Roma, quiritat, cioè «chiede aiuto»: retaggio di una cultura contadina che viveva a stretto contatto con i suoi animali e li sentiva grugnire nel momento del loro sacrificio. Oppure scopro che – sempre a Roma – la donnola era un animale domestico, e che il suo armamentario vocale è pertanto presentissimo e tramandatissimo: gli scrittori romani probabilmente ne possedevano una, e avevano una parola per ogni sua modulazione vocale.

La ricchezza lessicale dei greci e dei latini in materia di versi animali è dovuta alla loro prossimità con loro. Così il mintrire del topo è diverso dal desticare del ratto: la classificazione delle voci è minuziosa, e tiene conto di ogni minima variazione di registro. L’uomo antico (e con lui Bettini) sente, riarticola, nomina e significa ogni atomo dell’universo sonoro che incontra e conosce.

La Babele delle lingue (o meglio: dei linguaggi) è ordinata e incredibilmente viva. Io non avevo mai pensato al mondo classico come a un mondo di rumori, di suoni, e di vicinanza con le altre specie viventi. Invece Bettini mette in scena una quotidiana spumeggiante, vivaldiana, e la intreccia con la storia della cultura e della letteratura classiche. Ad esempio ci sono voci di animali che raccontano storie: i romani sentivano gli orsi saevire, «incrudelire». Che verso è, «incrudelire»? E’ il verso di un animale concepito come folle e crudele: siccome esso è una minaccia costante, la sua voce non potrà che essere «incrudelita», e di qui il nome attribuito al suo verso. La voce dell’orso è uno spazio narrativo, un brandello di racconto: il suo significante dice la sua crudeltà e il pericolo per l’uomo.

L’ululato, invece, è insieme bestiale e umano, e per questo perturbante: chi lo sentiva (lo sente) di notte non sa dire se sia voce di animale, di uomo o di qualcosa di soprannaturale. E se è voce di uomo, è di uomo sconvolto, sofferente. La voce di bimbo sgozzato della lepre è il vagire, che è anche – secondo Ovidio – il verso che fanno i bambini quando vengono catturati e dissanguati dalle streghe – le cui voci, a loro volta, sono sottili, acute e penetranti. Il bimbo e le streghe hanno la stesa icona sonora.

Ci sono poi voci che chiamano se stesse, voci che cantano miti, voci che raccontano storie o che fungono da oracoli; ci sono uccelli che fanno il caffè e altri che lodano Dio, un cane che chiama Caino (uccisore del suo padrone, Abele), e un presepe di bestie che racconta in siciliano la nascita del Cristo:

«Gallo: Cristo nascì!

Bue: Unni? Unni?

Pecora: Bettaleeeeeeeemmi!

Asino: Jàammucci! J&agrav