Post criptico, in realtà un ossimoro
Finirà che i calciatori apriranno la partita IVA e che non ci saranno più squadre, ma assembramenti più o meno grandi di campi, docce, spogliatoi e uffici dove, a seconda della partita della domenica, verranno ospitati questi nuovi liberi professionisti del pallone, chiamati di volta in volta – il lunedì sera o il martedì – per preparare una partita che non è loro, in una gara che non è la loro, in una nazione che non è la loro. Vivranno tutti in alberghi, prenderanno aerei, indosseranno maglie di cui presto ci dimenticheremo il colore, saranno tifati da gente che la settimana prima ha tifato loro contro perché indossavano la maglia dell’avversario. Non rilasceranno conferenze stampa perché finalmente il fatto che non ci sia niente da dire sarà accettato da tutti, e non ci saranno proclami. Qualcuno – quelli meno pagati – si lamenterà del fatto che non lavora tutte le settimane, o che non ha voglia, in inverno, di andare a fare una sgambata tra i campi dell’Ucraina perché li ha contattati lo Šachtër Doneck. Finirà che le passioni di noi gente comune sarà dirottata non tanto sugli schemi, sulla formazione, sullo stato di forma del calciatore che quella volta lì ci ha fatto l’autografo, che non ci arrovelleremo più su chi sia o possa diventare la nostra bandiera, ma la nostra passione, dicevo, sarà dirottata sullo scommettere chi verrà ad allenarsi martedì prossimo in vista della partita x, da che allenatore y sarà allenato, da quale massaggiatore z sarà massaggiato, o quante ore di fuso avrà sulle spalle, o se se la sentirà di tirare – nel caso – un rigore contro quelli che l’hanno pagato la settimana precedente e potrebbero richiamarlo dopodomani. Finirà che non fa niente, che tutto gira e turbina, che il mondo non lo puoi fermare, che si va tutti verso il libero professionismo, la libera circolazione, il libero amore, il liberismo, e la domenica diremo in coro Credo in un’unica partita IVA, e il lavoro te lo devi saper procurare, alla brutta te lo devi saper inventare. Mi serve uno veloce dietro domenica perché secondo me la squadra x si piglia quell’attaccante lì, e poi voglio un terzino di spinta, perché di solito quell’allenatore lì – se viene lui – gioca con il fluidificante e una seconda punta no, per il momento no, che tanto faremo una specie di 4-3-2-1 e y non si infortunerà mica proprio nella settimana che sta da noi, no?
La prima si chiama Beatrice Hysa, la seconda Beatrice Kodheli; ce n’è una terza, Beatrice Marku, e anche una quarta: Beatrice Brahimi. Ce ne sono anche una quinta, una sesta, una decima, ce ne sono venti, trenta, cento: e tutte queste non sono che Beatrici X, perché non è stato possibile, dopo gli opportuni rilievi e la cerca dei documenti, stabilirne i cognomi. Sono persone i cui dati sono andati perduti nei registri battesimali delle chiese cristiane e musulmane distrutte dal regime albanese, ma sono anche cognomi dimenticati in patria, cambiati e obliati per essere sostituiti da cognomi più invitanti per i clienti lungo i viali di Milano, Torino, Roma, Bologna, o modificati, occidentalizzati per tutelarsi e proteggersi da qualche minaccia; sono i cognomi – questi nascosti da una X – di molte donne albanesi che non è stato possibile identificare nel corso degli anni, dopo averne recuperato i corpi in qualche punto dell’Adriatico.
Si chiude così, con queste osservazioni, il piccolo libro del grande scrittore albanese Ismail Kadaré Dante, l’inevitabile, un saggio sulla penetrazione del sommo poeta in terra d’Albania nel corso dei secoli. Si chiude con il piccolo elenco di tutte le Beatrici di Tirana e Durazzo che portano il loro nome – un nome bello e pesante – a cavallo dell’Adriatico: «Dal tuo accento si direbbe che non sei di qui: da dove vieni?» chiede a un certo punto un cliente a una puttana, «Dall’Albania» «Davvero? Non ho mai incontrato un’albanese. Come ti chiami?» «Beatrice» «Beatrice? Anche da voi esiste questo nome o è un soprannome che ti sei scelta per lavoro?» «No, Beatrice è il mio vero nome. In Albania è comune.» «Ma lo sai che cosa evoca per noi italiani?» «Certo che lo so: la Beatrice di Dante».
Mentre Dante scrive la Commedia, nei Balcani cominciano a penetrare le prime avanguardie di quell’Impero Ottomano che, alcuni decenni più tardi, inghiottirà l’Albania bandendo da quelle terre i versi delle tre cantiche. Bisogna aspettare qualche secolo perché Dante possa ritornare a calcare il suolo albanese, e precisamente il 1939, anno in cui l’Italia fascista invade il suo piccolo vicino di casa imponendo la Commedia come poema simbolo dell’unione: Dante diventa in un colpo il poeta nazionale degli albanesi: «Per sedurre l’Albania, la propaganda italiana non avrebbe potuto sognare strumento più miracoloso di questo affascinante personaggio. Ben presto si contarono decine di traduzioni, edizioni e riedizioni, ma anche circoli, gruppi di studio, società, imprese, istituti di beneficenza, concorsi e tavole rotonde, serate di gala, piazze e strade intitolate a Dante Alighieri. (…) Era la prima volta nella storia che una potenza occupante brandiva, alla testa dei suoi carri armati e dei suoi cannoni, il più bel poema dell’umanità».
Gli albanesi si innamorano di Dante, ma lo traducono a pezzi: nessuno realizza una traduzione completa del poema, i cui canti cominciano a essere tramandati perlopiù di bocca in bocca. In un certo senso, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, Dante in Albania fa parte della tradizione orale. Viene studiato, letto, «sentito» e amato dagli esponenti delle classi colte che, in patria o in esilio, lo considerano un padre. La Commedia non viene abbandonata nemmeno sotto il sovietismo, ma diventa una sorta di leitmotiv culturale e unificante per il popolo albanese, che percepisce i versi danteschi come qualcosa che gli è affine, vicino e amico. Sotto il comunismo, la Commedia viene tradotta, studiata, ed esce dai bar e dalle piazze per entrare nelle sale di lettura. Dante diventa per gli albanesi quel poeta nazionale che non hanno mai avuto, anche grazie a uno strambo motivo linguistico: gli albanesi infatti, da sempre – cioè ben prima dell’arrivo della Rai dalle loro parti – conoscono e capiscono perfettamente l’italiano. Kadaré sostiene che la comprensione della nostra lingua – così lontana e diversa dalla loro – è per gli abitanti dell’Albania qualcosa di istintivo, di innato. Ciò si verifica indipendentemente dal grado di preparazione e di istruzione della persona e dalle epoche. Per qualche motivo misterioso gli albanesi hanno sempre capito quello che noi italiani diciamo e scriviamo, e per tanto l’adozione del poema dantesco è stata da subito qualcosa di naturale.
Kadaré scrive: «I cimiteri delle sue prigioni [dell’Albania], in particolare, sembravano ispirati al modello dantesco. In quelle sinistre necropoli giacevano i detenuti che la morte aveva colto durante la loro pena. In base alla legge albanese, quei morti dovevano scontare gli anni restanti lì, sotto terra, prima di poter essere sepolti come tutti. Solo al termine della pena le famiglie potevano recuperare le loro salme».
C’è tutta un’affinità, dice Kadaré, tra il modo di vivere albanese e le parole del sommo poeta. Le sofferenze degli albanesi, la loro storica lotta per la terra, il loro essere sempre servi di qualcuno, la loro condizione che è spesso quella di esiliati, il senso della perdita e quello della bellezza, accomunano gli abitanti dell’Albania alla persona e alla parola di Dante. La geografia dantesca, i gironi, il tema dell’esilio, la violenza, i nomi dei personaggi danteschi appartengono al popolo albanese quasi quanto a quello italiano. Le Beatrici vive e morte non sono che il segno tangibile di questa comunanza e di questo amore.
È andata così. Comincia con me che chiamo Ste per sapere se ha dei programmi per la serata, verso le otto. «Veramente sì» dice «Avrei da fare una roba di lavoro. Devo fare dei sopralluoghi in giro per Milano. Se vuoi puoi venire con me». Ste lavora per una delle associazioni più conosciute da queste parti: organizzano moltissimi eventi, tra cui il Milano Film Festival e altra roba che francamente non mi ricordo. «Sopralluoghi di che?» chiedo. «Niente di speciale: dobbiamo andare in sei/sette piazze di Milano dove da luglio allestiremo dei cinema all’aperto, e controllare che le ubicazioni dei tombini dell’AEM e dell’acquedotto corrispondano alle piantine che ci hanno dato». Mi sembra un’idea divertente, un sabato sera alternativo. «Che piazze sono?» chiedo «Baggio, l’Astronave della Barona, Gratosoglio, Ponte Lambro, Martesana, Villa Litta ad Affori, Quarto Oggiaro». C’è tutta un’idea di rivitalizzazione delle periferie, palazzi dell’Aler e generico degrado, che passa anche attraverso il fatto che il Comune finanzia queste associazioni che propongono iniziative culturali e gratuite, da fare in posti dove abitualmente si pensa non ci sia un’offerta culturale valida. Si punta sulle periferie considerandole (scopriremo poi che non è così vero, perché in molti dei posti che abbiamo attraversato c’erano concerti, happening e iniziative proposte dai comitati di quartiere) territori culturalmente vergini e relativamente liberi, spazi da colonizzare portandovi un po’ delle mode del centro. Sono cose che mi lasciano perplesso, perché partono dal postulato che posti come la Barona siano tabule rase, e che in ogni caso sia efficace allestirvi qualche cosa che non tenga conto delle specificità territoriali, ma che sia solo una riproposta leggermente meno fighetta di quello che succede normalmente alle Colonne di San Lorenzo.
In ogni caso, nella calura, accetto la proposta di Ste. Ci infiliamo in macchina in zona Rho verso le dieci di sera, dopo aver recuperato le piantine, la macchina fotografica digitale e il satellitare a casa sua. È difficilissimo uscire da casa di Ste: si è appena trasferito a Lucernate, un posto di cui non conoscevo l’esistenza prima di un mese fa; vive in una via che non ha nome e che non è ancora asfaltata. Il satellitare impazzisce subito, non sa dove siamo. Cerca continuamente di buttarci sull’autostrada, che noi vogliamo evitare. Facciamo tre volte il giro della stessa rotonda, finché non decidiamo di non ascoltare la voce della signorina che ci guida e di tirare dritto, aspettando che il computerino riprogrammi il percorso. Alle dieci di sera, negli svincoli appena fuori dalla casa di Ste, nelle vicinanze della tangenziale, è già tutta un’imperlata di puttane slave, semivestite e a volte bellissime.
Arriviamo a Baggio che c’è il problema della fontana. È la piazza dello Zoe, un locale di cui molti mi hanno parlato, ma che non avevo mai visto. Il problema della fontana è questo: è nel centro della piazza, l’acqua piove all’insù direttamente dalla terra. E’ spenta, ma c’è una grande macchia d’acqua ancora viva del diametro di tre metri in un punto dove comunque andranno messe le sedie per gli spettatori. Ste dice che è un problema, bisognerà avvisare il Comune che, per la sera del cinema, tengano spenta l’acqua. Chiediamo alle persone se sono del quartiere, e se sanno a che ora viene spenta la fontana. Troviamo una ragazzina piena di piercing che ci dice che le pare la spengano verso le otto, «ma potrebbe anche essere che no». Ste fotografa con la digitale la colonnina dell’AEM e il tombino dell’acquedotto. La piazza è piena di ventenni truccati, maschi e femmine, come i poster di queste rockstar nuove, che non si capisce se siano metal o punk o grunge o qualchecosa di nuovo che non ho più l’età per identificare. Non mi rivedo per niente in queste persone, non mi riconosco. Eppure anche io ascoltavo rock e in un mio modo dimesso seguivo le mode. Di sicuro non avrei mai speso dei minuti per pettinarmi o truccarmi, però. E non faccio tuttora attenzione all’abbinamento dei colori.
Lasciamo Baggio che l’aria comincia a rinfrescare, ed è bello stare in macchina con i finestrini abbassati. Non abbiamo la radio, i nostri discorsi sono interrotti dalla voce della navigatrice, che alle rotonde svolta sempre a destra. La fibbia del sandalo nuovo continua a scavarmi la carne della caviglia, che è protetta da un cerotto.
Alla seconda tappa, comunque, ci so arrivare. Ci sono stato poco tempo fa per vedere uno spettacolo teatrale di un’amica: era anche quello un sabato, e mi ricordo che per fare quella decina di chilometri di tangenziale che ci separano dalla Barona ci abbiamo messo quasi un’ora, per via di una grandinata biblica che ci ha costretti a camminare a trenta all’ora per tutto il tragitto. Mi ricordo che non si vedeva niente, ci fermava la vista un muro d’acqua impressionante che è scomparso di colpo poco prima dell’uscita, come se qualcuno avesse tirato una linea immaginaria oltre la quale non è consentito piovere.
L’Astronave della Barona è piena di gente, anche lì c’è ormai un locale abbastanza noto che funge da attrattore di persone e di iniziative. «Ste» dico «Ma in questi posti c’è un sacco di gente. Qui ci sono un teatro, un locale dove ogni tanto si suona, c’è movimento, un viavai continuo di persone. A quest’ora c’è più vita qui che in duomo. Siete sicuri che siano proprio le periferie quelle da rivitalizzare?»
L’Astronave ha la sua forma circolare, messa di sghembo rispetto ai palazzi. Non ci riusciamo a orientare bene e facciamo fatica a trovare i nostri tombini e le nostre colonnine. Le troviamo in un punto molto vicino a dove abbiamo parcheggiato, e siamo un po’ disorientati. Ste scatta le foto, io mi segno il numero di lampioni che dovranno essere spenti tra Astronave e parco. Ci viene da ridere: pensiamo a quelle scene di Amici miei in cui i quattro arrivano in un paesino con in mano delle carte, gli elmetti e degli strumenti, si mettono nella piazza centrale e cominciano a fingere che lì passerà l’autostrada, che di là ci sarà lo svincolo, e un po’ più sotto il Grand Hotel. Qualcuno effettivamente ci guarda strano: cosa cazzo stanno facendo questi due tipi a quest’ora con delle cartelle su cui segnano qualcosa e una digitale con cui fotografano i tombini?
Programmiamo il satellitare per arrivare in via Saponaro, a Gratosoglio. Come molte delle arterie periferiche milanesi, via Saponaro è lunga e ritorta. Fa una serie di curve e di ritorni in mezzo ai caseggiati tutti uguali, e il risultato è disorientante. Ste non ha gli indirizzi precisi dei posti che dobbiamo vedere, ha delle stampe dall’alto delle singole aree urbane, dove non sono segnate tutte le vie. Le zone che ci interessano sono cerchiate, ma non c’è mai un’indicazione precisa. Sappiamo che la via più grossa vicino al posto di Gratosoglio è appunto Saponaro, e come al solito digitiamo il numero civico 1. «Almeno ci arriviamo, poi il posto lo cerchiamo a piedi». Gratosoglio è una piccola importazione della lontana periferia moscovita: caseggiati enormi, bianchi o marroni, file di grattacieli gemelli scrostati e poveri, e parchi, parchetti, aree gioco sfasciate, baretti e panchine dove siedono branchi di sfatti, extracomunitari dall’aria annoiata e colpevole. Si sente nell’aria l’eco delle voci del concerto dei Linea 77, che suonano qui stasera nel contesto della manifestazione GratoSoul. Scendiamo in via Saponaro 1. C’è gente in giro, adolescenti italiani in piccoli gruppi, vecchi coi cani, nordafricani soli. Fermiamo un gruppetto di ragazzi, mostriamo loro la nostra mappa del quartiere, chiediamo. Una ragazzina bellissima, con gli occhi trasparenti e le guance piene, ci indica quello che secondo lei è il posto. Ma nessuno ci sa realmente indicare il punto giusto, perché questo è un quartiere tutto uguale, sviluppato in modo quasi casuale e cospirativo lungo il corpo serpentesco di Saponaro. Arriviamo in un parco dove c’è una tensostruttura. C’è poca gente, un gruppaccio strimpella classici dei Beatles. C’è un’atmosfera dimessa in mezzo ai grattacieli popolari. Ogni tanto mi devo fermare, e separare la fibbia del sandalo sinistro dall’area del tallone dove c’è la pelle viva, coperta dal cerotto che per il caldo si appiccica alla pelle della scarpa. Ma alla vista, il posto è bellissimo: enormi corpi di cemento armato sormontati da parafulmini, verde, campetti per il basket, sedi dell’anagrafe chiuse da serrande e il buio intorno. Parlo un po’ a Ste del quartiere di Mosca dove ho vissuto qualche anno fa per un paio di mesi. Richiediamo informazioni. Ci viene detto di costeggiare una cancellata, di infilarci in mezzo ai grattacieli e noi lo facciamo. Dopo una ventina di minuti di girovagare siamo finalmente nel posto dove a Ste piacerebbe programmare Independence Day. Quasi non si riesce a vedere l’ultimo piano dei palazzi, mentre i suoni del concerto dei Linea 77 rimbombano sulle vetrate. «Chissà dove diavolo è il concerto?» ci chiediamo. Facciamo i nostri rilievi, ci segniamo quello che dobbiamo segnare. Giriamo di nuovo intorno ai grattacieli, ma nella direzione opposta, perché ho idea che per di lì si faccia prima a raggiungere la macchina. Sulla strada, in mezzo alle case, incontriamo all’improvviso due tralicci dell’alta tensione. Così, nel giardinetto d’ingresso di un palazzo. All’altezza della nostra faccia c’è il cartello di metallo con scritto ATTENZIONE! PERICOLO DI MORTE, e c’è intagliato il teschio con le ossa incrociate. Ci fermiamo un attimo, interdetti. Ste scatta una foto e mi guarda con gli occhi in fuori: «Ma è pericoloso!» dice «Sono matti, hanno messo i tralicci vicino alle finestre! Non è a norma, queste cose qui ti uccidono!». Immagino che una persona con un braccio molto lungo possa uscire sul balcone e – tirandosi un po’ – possa arrivare a toccare con la punta delle dita il traliccio più vicino. Una persona la mattina si sveglia, apre le finestre, si affaccia e osserva la probabile causa della sua malattia e della sua morte immobile nel giardino.
I tempi di percorrenza da un posto all’altro, da una periferia all’altra, sono, per la signorina che ci guida, sempre intorno al quarto d’ora. Milano è una città minuscola, rappresa, tutta chiusa su se stessa. Senza traffico non è una metropoli, ecco perché i milanesi vanno in giro solo in macchina e amano stare in coda: per crearsi l’illusione di vivere in una grande metropoli dell’Europa meridionale. Arriviamo velocemente a Ponte Lambro facendo un pezzo di tangenziale est. Ci buttiamo in vie e in zone che non ho mai visto, mentre parliamo del più e del meno, dall’Italia di Lippi alle nostre situazioni sentimentali. Gli racconto come vanno le cose in università, della casa che sto cercando. Ste insegna spagnolo via mail a una sua ex collega di Milano. Le fa lezione via mail una volta al giorno. Ci inquieta un po’ l’umanità che incrociamo nell’avvicinarci all’anfiteatro sulla Martesana. Ci sono due macchine della polizia ferme nel parco, stanno controllando i documenti a un gruppo di ragazzi in scooter. Passiamo loro di fianco convinti che ci fermeranno, invece ci lasciano passare, ci lasciano fotografare i luoghi, l’AEM e l’acquedotto. C’è un’aria ferma, di desolazione e di violenza, ed è ormai quasi l’una. Puntiamo su Affori, la penultima tappa del nostro giro. Ste è nervoso, si è innervosito alla Martesana. Ci sono passate di fianco un paio di facce un po’ così, c’era la polizia, c’era qualcosa di ostile e contrario. Ad Affori tutti guidano – chissà perché? – molto nervosamente, continuano a farci le luci e a mandarci affanculo. Noi abbiamo una Panda con una ruota – o sono i freni? – che cigola un po’, non sappiamo gli indirizzi e non conosciamo i luoghi. Ogni tre quattro minuti il satellitare ci avvisa che sta per spegnersi, perché si allenta la presa dello spinotto nell’accendisigari. «Ma non potevi portarti una cartina?» dico – io sono partigiano della carta, sempre. «Tanto non sapevo gli indirizzi» risponde Ste «e comunque guarda che ‘sto coso funziona più che bene. Ci sta portando sempre dove dobbiamo andare». Facciamo qualche giro a vuoto per Affori, finché non inquadriamo, nel dedalo di sensi unici, l’entrata probabile di Villa Litta. «Io qui ci farei un classicone» dice Ste «Mi sembra la cornice ideale. La villa vecchiotta e tenuta male, la terra battuta, il vialetto con il giardino dietro». Facciamo due passi nel vialetto sterrato, è fresco e si sta bene. Con un po’ di voglia, si possono scoprire a Milano dei luoghi che possono finire per appartenerti. Siamo stanchi, anche se è molto divertente stare in giro, e vedere questa Milano liminare e spesso mai vista.
Ci sediamo in macchina: per una questione logistica, abbiamo lasciato come ultima tappa Quarto Oggiaro. Mi accendo una sigaretta, ci guardiamo. È l’una e mezza passata. Ste è ancora molto nervoso, nessuno dei due è realmente tranquillo. «A Quarto Oggiaro… a quest’ora di notte» dice uno di noi due. Ste si ricorda che nel posto dove dobbiamo andare – perché lo conosce, ci è già stato una volta. Anzi, a un certo punto comincia a fare tutto un discorso che non ho capito sul fatto che lui, a Quarto Oggiaro, ci veniva a prendere il pane. A Quarto Oggiaro? A quindici chilometri da casa! –, si ricorda, insomma, che nel posto dove dobbiamo andare l’altro ieri hanno fatto una retata. «Hanno portato via un po’ di gente, giravano pure gli elicotteri e… c’era Raul Bova» «Raul Bova?» «Ma sì… deve fare qualche telefilm sulla polizia o giù di lì, se lo portano in alcune missioni per farlo impratichire sulle azioni. Almeno così ho letto». Insomma, ci diciamo, vediamo com’è la situazione, forse il quartiere in questo momento non è molto tranquillo, e non è esattamente il massimo che due tipi si presentino in piena notte a fare foto e a segnarsi cose in un dossier a due giorni di distanza da una maxiretata.
Partiamo. «Al massimo non scendiamo dalla macchina» dice Ste «tiriamo dritto». Queste zone un po’ le conosco, ci passo in treno tutti i giorni e mi ci sono perso un paio di volte in macchina, quando decido di seguire l’istinto e di svoltare a caso per vedere «cosa c’è di là». Ma nel centro di Quarto non sono mai stato. Entriamo in un vialone lungo e dritto, in tutto e per tutto uguale a quelli che abbiamo attraversato per tutta la sera. La signorina meccanica vuole che svoltiamo a sinistra (si è finalmente ricordata questa parola, e sono quasi le due) e poi a destra. Arriviamo a destinazione. È lo spazio dove hanno girato Fame chimica. Adesso sono definitivamente inquieto anch’io. Mentre cerchiamo parcheggio e ci passiamo davanti, i fari di una vecchia Citröen si accendono; percorriamo la via Capuana in mezzo a due file di macchine parcheggiate strette. Non c’è spazio per la nostra Panda, dobbiamo rifare il giro. Spengo il satellitare e lo metto sotto il sedile. Uno scooter con a bordo due ragazzi vestiti di verde, senza casco, ci sta davanti per un tratto. Il passeggero si tiene al sedile e continua a girarsi verso di noi. Tagliamo per una via sulla destra. In fondo, si vede lo spazio di Fame chimica con le sue case popolari a ferro di cavallo e la fila di portici con i negozi e gli ingressi delle scalinate. Qui ci stanno i casalucesi. Parcheggiamo dietro la Citröen, che adesso ha il motore e i fari spenti. Al posto di guida c’è una ragazza (o una donna, non ho visto bene) che sta fumando. Parcheggiamo, e lei accende motore e fari. Io e Ste ci guardiamo, ci stiamo accorgendo di tutto, anche se in realtà non riusciamo a capire se ci sia veramente qualcosa di cui dobbiamo accorgerci. I due in scooter ci passano di fianco, lentamente. Hanno rifatto il giro e hanno buttato l’occhio su dove eravamo. Ste tra i denti dice che secondo lui questi qui sui motorini è gente che fa le ronde. Ci sentiamo al centro di un’attenzione quasi burocratica dal tanto che è efficace, ma non sappiamo se ce la stiamo immaginando o è reale. Siamo in mezzo alle case. La piantina dice che per trovare acqua e AEM bisogna attraversare tutto lo spazio, infilarci in un portico e superare il più lungo dei palazzi. «Lo dobbiamo fare davvero?» chiedo «Vediamo. Ormai siamo in mezzo. Magari niente foto» dice Ste. Non c’è nessuno, e ormai siamo qui, tanto vale fare quello che dobbiamo fare. Trovo sulla pianta la zona dove andrà messo lo schermo. Ste tira fuori la macchina digitale e scatta una foto, nonostante quello che ha appena detto. La luce del flash mi illumina la faccia. «Hai fotografato me?» chiedo «Sì, ci sei anche tu» dice.
Dal fondo del cortile compare la figura di un ragazzo che butta la cicca e si avvicina a grandi falcate. È magro e piccolo, con i capelli biondi tagliati cortissimi. Per un attimo non sappiamo se fare o no finta di niente e ci guardiamo. Poi è lui a parlare: «State facendo delle foto?» chiede. Guardo Ste di traverso. Il tizio assomiglia a Pisellì, o forse sono suggestionato. In fondo, nel punto di intersezione tra due palazzi, compare un altro ragazzo, più grosso di Pisellì e vestito da rapper. Spieghiamo per sommi capi la faccenda dei sopralluoghi. «A me non interessa cosa fate» dice Pisellì «L’importante è che nelle foto non ci sia io». Qui Ste ha la buona idea di avvicinarlo ancora di più e di fargli vedere un po’ di scatti. Nel frattempo gli raccontiamo dei posti dove siamo stati stasera. Da quando abbiamo cominciato a parlare c’è meno tensione nell’aria. Intanto si avvicina anche l’altro ragazzo: «Ma voi proprio a quest’ora del sabato venite qui a fare le foto?» chiede. Rispondiamo dicendo che era l’unica sera possibile, che sono quattro ore che vaghiamo per le periferie di Milano e che essendo di Saronno ci siamo lasciati Quarto come ultima tappa. Sembriamo convincenti, nel nostro candore. Improvvisamente Pisellì riconosce Villa Litta di Affori «Ci sono stato!» dice. Questo è il momento in cui capiamo che forse tutto filerà liscio. Ste – secondo me sbagliando, come gli dico poi in macchina – dice che se è un problema mette via la macchina fotografica. Spieghiamo ai due che dobbiamo andare dall’altra parte del palazzo, e nel frattempo, per dare un tono professionale, dico a Ste che abbiamo raggiunto il punto dove verrà posizionato lo schermo. «E fatecelo fare pure a noi, il film!» dice Pisellì. «No, non hai capito:» dico «non dobbiamo fare un film; qui metteremo giù delle sedie, si farà un cinema all’aperto!» «Ah, vabbé» risponde Pisellì, che forse per un momento ci aveva davvero sperato – lui che quando qui hanno girato Fame chimica era troppo piccolo per partecipare. Ci salutano e ci dicono di non metterci troppo tempo, e a questo punto siamo definitivamente tranquilli. Ci buttiamo dall’altra parte del palazzo, troviamo subito la colonnina AEM. Pisellì e il suo amico compaiono all’improvviso, ci stanno a distanza, fingono di bere da una fontanella. Io e Ste parliamo a voce alta, chiara, di robe tecniche che ci inventiamo sul momento per rassicurarli sulle nostre buone intenzioni.
«Siamo due cretini» ci diciamo poi, una volta tornati in macchina. Abbiamo appena dato la buona notte a Pisellì e al suo socio, che immediatamente dopo sono spariti dietro i portici. La tizia della Citröen non c’è più, insieme alla sua macchina. Forse ha passato il testimone, o forse sono paranoie nostre. «Siamo due cretini, cazzo, ci è andata bene!» «E comunque» dico «forse è stato meglio arrivare qui come ultima tappa, a notte piena…» «Perché?» «Immagina di venire qui alle 10, e trovare, invece che due persone, cinquanta! Immagina di dover spiegare a cinquanta persone che – a due giorni da una retata – due imbecilli arrivano a fotografare le colonnine dell’AEM per proiettare un film a luglio! Immagina che ce ne sia anche uno che per una qualsiasi ragione del cazzo non ci crede!» Ste accende la macchina, ci avviamo per tornare a casa. Ricompare quasi subito uno scooter che ci sta di fianco per qualche decina di metri. Entrambi ci confessiamo che per tutto il tempo che siamo stati nello spazio con Pisellì e il suo amico ci siamo sentiti come in torto. Abbiamo avuto la sensazione di invadere un territorio e un mondo, di essere per un quarto d’ora il centro dell’attenzione di un sistema diverso, e di turbarne gli equilibri. Ci siamo sentiti stupidi e invadenti, chissà perché? È una brutta sensazione che ci prende tutto il viaggio di ritorno, accompagnata dall’idea di essere stati seguiti, monitorati e scannerizzati per tutto il tempo in cui siamo stati lì. Siamo stati al centro delle loro comunicazioni e delle loro preoccupazioni, e magari all’inizio ci hanno pure scambiati per sbirri in borghese. «In ogni caso» chiedo alla fine a Ste «Cosa cazzo ve ne fate della connessione con l’acquedotto per proiettare un film?» Ride: «Perché lo schermo su cui proiettiamo è uno schermo portatile, gonfiabile» risponde «Ci sono quattro specie di cubotti – si chiamano plinti – che vengono riempiti d’acqua e attaccati con delle funi ai quattro angoli dello schermo, e funzionano come delle specie di zavorre. Stabilizzano lo schermo e di conseguenza l’immagine, e non si può mica pensare di riempirli con l’acqua di una fontanella!»
Siamo sulla statale, sono le due e mezza e siamo sfiniti. Ste va molto piano, ci sono moltissime puttane, slave anche qui, e moltissime macchine che si fermano per guardare la merce e contrattare. Ci sono tante Milano, con ritmi diversi, facce diverse e strade uguali, e miserie uguali. Facciamo qualche commento sul fatto che cose come quella di stasera si fanno a diciott’anni. «Ci è andata bene… però è stata una bella serata!» «Io mi sono divertito un casino» «Sì, ci siamo divertiti».

Milano non la si può amare, o forse sì.
Se penso a Milano, penso istintivamente a qualcosa di terminale eppure incompiuto. Penso al colore bianco (il suo cielo), al grigio (le sue strade, la scala cromatica dei suoi punti di fuga), al giallo (le sue foglie nel periodo dell’anno che più le compete), a un cerchio (le sue circonvallazioni), a un guscio di noce (Milano è piccola, e non ha spazi dove lo sguardo si possa perdere), a un lavandino che perde (la sua umidità), a un coperchio (da Milano mi sembra sempre di non poter uscire), alle scarpe che indosso (perché a Milano giro sempre guardandomi i piedi). Penso a qualcosa che si prepara ad accadere e che poi non accade.
Penso anche a chi nel corso degli anni – soprattutto a partire dall’epoca del boom – è riuscito a cantare Milano, e a dedicarle dichiarazioni d’amore strazianti o autentiche, ironiche o disilluse. Penso a queste persone e non capisco: sono cresciuto senza amare Milano, prendendo da lei quello che mi può dare e restituendole il minimo indispensabile per non esserne rifiutato. Non sono mai riuscito a entrare nell’ottica di chi ha con Milano quel rapporto carnale che un parigino ha con Parigi, un napoletano con Napoli, un romano con Roma. Parigi, Napoli o Roma meritano di essere amate, Milano invece può incutere alternativamente rispetto, orrore, rabbia, timore, al limite una forma d’affetto che mai potrà – per me – essere amore.
Luca Doninelli ha scritto su Milano un libro che è una raccolta di saggi e di interventi redatti nel corso del tempo, e che è un grido di dolore e di rabbia scagliato contro una città che poteva essere amata e non è riuscita a farsi amare. L’ha chiamato Il crollo delle aspettative – che è un titolo bellissimo e in qualche modo profetico. Guardo la copertina: si tratta evidentemente di uno scorcio di via Cusani, che da Cairoli porta a via dell’Orso, nel quartiere di Brera. Si vede un lembo di strada, con alcune macchine parcheggiate sul lato destro. È un’immagine di fine anni Ottanta, perché ci sono una vecchia Golf, una Renault 5, una Passat. C’è lo scorcio di un palazzo e, in fondo, dei manifesti elettorali attaccati al muro dello slargo di via Broletto. Ci sono i cavi del tram – il tram che è così milanese. E c’è, soprattutto, il volto enorme di una donna con gli occhiali da sole che guarda verso il cielo; la donna occupa metà dell’immagine e cattura l’attenzione e lo sguardo. Tutti, guardando questa copertina, guardano lei. Armani ha comprato, o affittato con la formula del vitalizio, quel muro di Brera, e da anni ci incolla le sue pubblicità di 30 metri per 20. Sul muro di via Broletto ci sono stati attori, modelle, cantanti, calciatori. È uno dei punti di riferimento del centro di Milano per chi, come me, viene da fuori: «Ci troviamo sotto il manifesto di Armani», ci dicevamo da ragazzi, e non si poteva mancare l’appuntamento.
Il crollo delle aspettative è in fin dei conti tutto qui, nel fatto che il quartiere storico di Brera, con i suoi artisti, i suoi pittori, la sua pinacoteca, l’osservatorio e la sua splendida biblioteca sia immediatamente riconoscibile nell’immagine di una donna che indossa degli occhiali da sole e catalizza l’attenzione.
Ma perché il crollo delle aspettative? Oggi Milano, dice Doninelli, sembra tarata su una tipologia umana ristretta: trent’anni, single, impiegato/a, fighetto/a, aperitivonoide, in tutto e per tutto impossibilitato/a a far la storia di questa città che da vent’anni a questa parte si è fermata, ha finito di dire la sua e non se ne è ancora del tutto accorta. È un problema, scrive Doninelli, che ha radici negli anni Ottanta della «Milano da bere», quando alla grande borghesia illuminata degli anni Sessanta si è sostituita una classe dirigente priva di uno spessore intellettuale. Milano è implosa richiudendosi su se stessa, si è scoperta incapace di programmare il proprio futuro, ha virato bruscamente verso un orizzonte produttivo che non comprende una rinascita culturale nel senso etimologico del termine, e ha perduto la propria riconoscibilità, il proprio genius loci. A Milano manca lo splendore, un posto che è meglio di un altro. La città manca di una propria cifra estetica e culturale, perché le grandi istituzioni (non si risparmia niente e nessuno: il Piccolo, la Scala, la Stazione Centrale, l’Università, il Politecnico, il Tribunale, Brera, la Sormani) hanno perso quel loro ruolo di primedonne, di vettori lungo i quali i milanesi e la milanesità si collocavano e si riconoscevano. Milano oggi organizza l’evento ma non è mai l’evento. La crisi è tutta qui, in questo lento spegnimento che non è vissuto tragicamente dalla città, in quanto è diluito nel tempo e nello spazio: il disastro di Milano è che non ha avuto un autentico disastro, uno shock culturale, ma ha tutto sommato continuato a vivacchiare da par suo senza accorgersi del progressivo impoverimento delle risorse e delle proposte.
Il libro di Doninelli sta a metà tra il canto d’amore per una città e il grido disperato per la perdita di un’identità e di una serie di possibilità: è un percorso – spesso condotto a piedi, via per via – nei luoghi chiave della milanesità, ed è un processo di riconoscimento di quello che era, avrebbe potuto essere e non è. Di Milano, siano le chiese, l’apparato ecclesiastico che ha edificato a propria immagine e somiglianza questa città i cui assi radiali sono segnalati da chiese e istituti religiosi, per arrivare al centro nevralgico della madonnina; sia la mutazione in atto ormai da tempo, e che ha trasformato una città industriale in un polo del terziario in un contenitore vuoto per lo shopping; siano i suoi cortili, gelosi custodi della società matriarcale lombarda, lavoratrice e ospitale e oggi perduta, chiusa e razzista; sia l’assenza di spazi, di punti di fuga, di prospettive aperte dove poter respirare l’aria del mondo; sia la mancanza quasi totale di punti di aggregazione, e di acqua, e di ponti; sia l’incapacità tutta milanese di «godersi la vita»; sia la sua vocazione di capitale mancata, di eterno studente; sia la memoria scomparsa dei grandi milanesi: Manzoni, Verdi, Gadda, su fino a Testori per non dire di Leonardo, che milanese non era, ma che questa città l’ha almeno parzialmente fatta senza che nessuno sembri ricordarselo; siano tutte queste e altre cose ancora: «Noi percepiamo Milano sempre sulla soglia di una scomparsa, come se il domani non dovesse esserci, (…)».
Il crollo delle aspettative è l’attestazione di un’agonia e di una disillusione. È la messa su pagina di una perdita. Sorprendentemente Doninelli non cita nemmeno una volta Bianciardi, il toscano, che già negli anni Sessanta aveva capito tutto questo, e aveva prefigurato questo crollo e questa fine. Che Milano soffrisse di un male oscuro lo si è sempre saputo, ci è sempre stato detto, ma con gli anni Ottanta se ne è persa la coscienza, benché già vent’anni prima un toscano alcolista e disperato ne avesse già delineato i contorni. Ci sarebbero molte cose da fare – e Doninelli ne elenca alcune negli ultimi capitoli – ma su tutto regna il sentimento di una fine, come se Milano, nella sua piccolezza, avesse in qualche modo chiuso un percorso che si pensava splendido, e che così non è stato.
A Lisbona, una sera, un uomo di cinquant’anni sta seduto addosso alla serranda abbassata di un supermercato, nella Praça do Rossio, il catino buono di questa città che brulica di mare, di marmo, di ceramica, di gente, di commessi viaggiatori, di vita. Gira il collo con fatica a destra e a manca, deve soffrire molto: il suo volto non c’è. Il volto di quest’uomo senza volto è sommerso di carne, è una minestra immonda di escrescenze, di esplosioni, di piccole proboscidi di fibre che gli cancellano il naso, il contorno degli occhi, le orecchie, la possibilità di una barba. Gli viene concessa soltanto un’idea di bocca, una piccola fica spostata lateralmente nella quale, con una noncuranza che non dovrebbe essere dei deformi, l’uomo di Lisbona infila un pezzo di sigaro. La carne cola lungo lo sterno dell’uomo, si appoggia all’apertura della camicia: quando l’uomo si volta, la massa informe della sua faccia si sposta, si appoggia alla spalla, si riposa sugli omeri. Scopro che il volto dell’uomo è deturpato da un enorme tumore, che può arrivare a pesare venti chili, e che una complicata operazione chirurgica lo può ridurre, lo può dimezzare, ma chissà com’è fatto il sistema sanitario del Portogallo?
Il mio desiderio è quello di fotografare quest’uomo, di portare con me un’immagine, una piccola icona di questa deformità così violenta e spaccona per osservarla quando sono nella mia casa. Penso che questo sia il momento della mia vita in cui in assoluto sono stato più vicino a una concreta manifestazione di ciò che è vivo. Noi ci trucchiamo e ci vestiamo e ci rifacciamo per allontanare la morte. Noi ci tiriamo, ci asciughiamo e ci coloriamo per rifiutare di dover morire. L’uomo invece getta la propria faccia e le proprie tumescenze sul marciapiede, e c’è una verità in questo che non so spiegare e che mi commuove.
Il mio istinto è quello di ringraziarlo, di ammirarlo per la sua mostruosità, perché è nella mostruosità che all’improvviso vedo e riconosco una prossimità con la vera vita, con la realtà delle cose; per un attimo penso che quest’uomo sia fortunato, ma che probabilmente non è in grado di riconoscere la propria ricchezza, e odia l’esplosione di vita e di verità che gli devasta la faccia – e che racconta ai passanti che questa è la nudità delle cose.
Palazzo Visconti è un’antica residenza cinquecentesca che impreziosice l’orrendo centro storico di Saronno, il posto in cui vivo. È – con il Santuario e ai suoi affreschi del Luini – l’unica cosa degna di questa piccola città, la cui vocazione è quella di essere un dormitorio medioborghese, una banchina di attesa per i treni che raggiungono Milano in venti minuti e, soprattutto, una piccola e danarosa palestra per i palazzinari, per la protomafia legata a piccole lobby di potere locale, vicine alla chiesa, al dottor taldeitali, a Forza Italia, Lega e Alleanza Nazionale, e alla media imprenditoria, che spesso si confonde e si mischia con la curia, i partiti-azienda, la Compagnia delle Opere, il Rotary.
Palazzo Visconti è stato per molti anni la sede della Pretura, prima che la spostassero ai margini del centro storico e lo lasciassero vuoto. È un posto caro a tutti i saronnesi, me compreso, anche se non tutti sanno che porta un cognome: per tutti, da molti anni, Palazzo Visconti è semplicemente l’ex-Pretura. Quando viene qualcuno da fuori, e ci sente dire: «Andiamo in Pretura!» ci guarda male, crede che ci siamo tutti quanti rincoglioniti di colpo. «Ma siete fuori?» ci dice «Che cazzo ci andiamo a fare in Pretura?». Alla Pretura ci si va perché, ormai da molti anni, è uno dei pochi centri del paese dove succede qualcosa: c’è l’unico centro sociale della zona, c’è il cinema d’estate, ci sono un sacco di sale dove la gente fa le sue prove teatrali, dove alcune associazioni (tra cui quella a cui ho partecipato per qualche anno) hanno la propria sede. Per molto tempo, chi non aveva niente da fare andava in Pretura, perché lì ogni tanto «qualcosa succede». Se non hai niente da fare, la sera, vai in Pretura, e ci trovi di sicuro qualcuno che conosci. Nella grande sala dei processi ci sono stati concerti, proiezioni, sull’enorme scalinata affrescata ci hanno suonato jazz, proiettato film muti. Poi la gente ci andava anche per farsi le canne, per scopare, per fare casino – è sempre così: ad avere le chiavi siamo in pochi, ma le chiavi qui da noi si moltiplicano, passano di mano in mano senza un motivo; qualcuno poi ha capito che facendo fare un certo movimento alla serratura il cancello salta, si spalanca – qualche tossico ci dormiva dentro, a volte accendendo dei fuochi nelle sale in fondo, per scaldarsi, e la piccola comunità islamica del paese aveva la sua sala dove pregare.
Palazzo Visconti cadeva a pezzi. Non so quanti anni sia rimasto senza manutenzione, ma in alcuni punti ultimamente si sentivano scricchiolii strani, sinistri, e sulle pareti e i soffitti c’erano crepe lunghe come vicoli. Fuori, la facciata era scrostata, ad alcune finestre mancavano i vetri, il cortile era un campo di battaglia. Ma dentro, cazzo, era viva, anche se negli ultimi mesi ci entravamo circospetti, e ogni tanto un pezzo di cornicione si suicidava nel cortile interno. Palazzo Visconti cadeva a pezzi da quando un gruppo di palazzinari ha deciso, una decina di anni fa, di ristrutturare un palazzo che sta a sei metri dall’ingresso della corte: hanno scavato per fare un parcheggio sotterraneo, minando le fondamenta della Pretura. Da lì, la Pretura ha cominciato a soffrire di scoliosi, a lamentarsi e a creparsi. Da Palazzo Visconti fino alla stazione, si è scoperto, a qualche metro sottoterra, partiva una piccola rete di cunicoli, di passaggi sotterranei, di vie di fuga medievali di cui nessuno era a conoscenza. C’era una seconda città sotto la prima, una piccola Saronno con un suo fontanile che adesso è stata parzialmente tappata.
La Pretura è andata in fiamme il 28 settembre 2007, pare perché qualcuno, al piano terra, ha provato a far funzionare un camino che non era stato forse mai acceso. Tutta un’ala si è annerita, qualche via del centro di Saronno per qualche ora si è riempita di cenere, di un fumo simile alla nebbia di questi giorni; il tetto se n’è venuto via. Per alcune ore, si è temuto che le bombole a gas della cucina del centro sociale saltassero in aria, ma per fortuna non è successo.
Molti di noi hanno dentro le loro cose, nell’ex Pretura: costumi di scena, libri, dischi, impianti, amplificatori, succhi di frutta, birre, pacchetti di patatine, proiettori, divani, tavoli di plastica, sedie, cassettiere della casa dei nonni, poster, archivi, vecchi computer, soldi di cassa, pellicole fotografiche. Non sappiamo se le recupereremo mai, e francamente non è importante: molte di queste cose sono cianfrusaglie, robe che andrebbero portate in discarica e che per pigrizia non abbiamo mai buttato.
Da qualche tempo si parlava di sistemare Palazzo Visconti, solo che nessuno aveva bene idea di cosa metterci. Qualcuno aveva proposto di trasferirvi la biblioteca: pensate: un palazzo del cinquecento, in pieno centro, con tre ali attorno a una corte, decine di sale e salette piene di libri e di cose da fare, gli affreschi rivivificati, la scalinata che porta alla sala di lettura, la corte. Non era come viverci dentro, ma almeno era la nuova sede della biblioteca.
Invece no. L’altra sera, in consiglio comunale, è stato dato l’annuncio ufficiale: è stato approvato il progetto definitivo. A Palazzo Visconti si trasferirà il municipio, che affitterà a qualche azienda l’orrendo cubo di vetro che lo ospita ora. La decisione era nell’aria: il sindaco voleva far costruire una reception di vetro, una specie di bolla tipo quella del Reichstag, ma più piccola, per accogliere i cittadini. Fortunatamente la bolla non si farà: i beni culturali stanno comunque addosso all’ex Pretura, che non può essere snaturata del tutto. Soprattutto, renderanno le mura qualcosa di simile a quelle delle case del centro storico: il “finto antico saronnese”, un insieme di colori pastello, gusto piccolo borghese, e freddezza a modo. Di fianco, edificheranno non una bolla ma un palazzo ellittico, adibito a non so cosa. E pare che scaveranno ancora: un parcheggio, un altro, a più piani sotto terra, questa volta non di fianco, ma sotto Palazzo Visconti, le cui fondamenta pericolanti verranno puntellate per fare in modo che reggano. Centosessanta posti auto sotto un palazzo del cinquecento.
Ciao fontanile. Ciao cunicoli. In qualche modo fino all'altro ieri eravate ancora nostri.
Il capitano Cunningham, marinaio di lungo corso, ha lavorato nel porto di Livorno e ha voglia di parlare. Io sto male, mi sono svegliato alle sei e ho vomitato tre volte -chissà perché?-, adesso ho ancora uno strascico di febbre –e sarà la terza o quarta volta nella mia vita che mi sale la temperatura. È il volo di ritorno, l’aereo è decollato da Newark con un’ora di ritardo, io dormo, è tutto il giorno che dormo e anche
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I parchi di New York sono pieni di scoiattoli giganteschi, credo tutti impiantati artificialmente.
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La cosa più sorprendente è che sembra una città completamente a misura d’uomo, studiata –ed è un assurdo- per essere vivibile. Parchi, piste ciclabili, cessi pubblici puliti e gratuiti a ogni angolo di strada, acqua gratis negli interni. Ci sono sedie e tavolini a disposizione di chiunque. La sensazione è di avere la possibilità di fare tutto, e subito, a qualsiasi livello, senza spendere. Vivrei in molte delle grandi città che ho visto, ma New York è la prima in cui mi sono sentito completamente a mio agio da subito.
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La Main Reading Room della NY Public Library (4.500.000 volumi) è grande come un campo di calcio. Vi si entra senza filtri, ci si può fermare a leggere, si può prendere in prestito tutto quello che si vuole.
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I newyorkesi si riconoscono perché, se incrociano lo sguardo con il tuo, non lo distolgono. Antropologia dello sguardo: gli africani lo abbassano, gli europei lo mantengono per poco e in definitiva vergognandosi.
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In nove giorni abbiamo visto Manhattan in lungo e in largo, con una puntata a Brooklyn e al MoMa. Di più non si poteva fare.
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New York va girata a piedi, è una città che chiama il camminatore e lo invita ad attraversarla. È una città semplice da capire: completamente squadrata, tagliata da lunghe assi verticali (le Avenue), segate in orizzontale a ogni isolato dalle street. Tutte le strade sono numerate, la 5a Avenue divide la città in parte est e ovest. Quando si incontrano vie che portano un nome, è il segno che ci si trova in un quartiere storico (il Village, Harlem, SoHo). L’unica via trasversale è, appunto, la Broadway, che la taglia da parte a parte. A New York si fa presto a meno della cartina, e alla sera si crolla per la stanchezza e il male alle gambe.
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La ricerca del nome. Tutto si chiama in America, tranne le strade. Quando ci si trova in una strada che ha avuto un battesimo, ci si chiede chi e perché abbia scelto quel nome.
Alcune strade hanno nome doppio: ad Harlem l’enorme Lenox Avenue è anche Malcolm X Blvd.
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Il lavoro. Non si vedono bianchi che lavorano. Sono forse tutti chiusi negli uffici, negli enormi palazzi di vetro e stanno lì a guardare Manhattan dall’alto. Il livello della strada appartiene alle altre razze: i neri che fanno i portieri, gli autisti, i poliziotti, gli addetti al customer care e i commessi; gli ispanici che hanno in mano la ristorazione (quella dei fast food); gli orientali che sono tassisti, come i pakistani e gli indiani; a tutte queste razze sono consegnati i mezzi pubblici.
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I newyorkesi si riconoscono perché camminano soli.
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Il rumore. È la città che vuole essere la più grande, la più bella, la più alta, la più importante del mondo; è sicuramente la più rumorosa: New York pulsa e urla a ogni ora del giorno e della notte: sirene, clacson, macchine, suoni, musiche; il rumore di 10.000.000 di passi sui suoi marciapiedi, le voci. Le condutture dell’aria condizionata che rullano 24 ore su 24 e stordiscono, e fanno fischiare le orecchie.
È per questo che gli americani girano con le cuffie nelle orecchie: per avere la possibilità, nel caos, di scegliere il proprio suono.
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La testa sempre all'insù. Che effetto fa? Non lo so: forse l'idea di essere partecipi dell'onnipotenza dell'architettura.
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L’ossessione per il fuoco. Non ho mai visto tanti camion dei pompieri, tante standpipe, tante scale d’emergenza, tanti cartelli antincendio come a Manhattan. Non ho mai pensato seriamente al fuoco, e solo certi cartoni animati degli anni Ottanta mi ricordavano che esistono i Vigili del Fuoco. Sembra invece che in America non se ne possa fare a meno.
L’ossessione di bruciare, di morire bruciati. Se c’era un popolo che la doveva avere, a pensarci bene, erano proprio gli americani.
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Il baseball è lo sport più cretino del mondo.
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Ground Zero è un buco impressionante. È la bocca di un vulcano aperta in mezzo al vetro.
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A Brooklyn, fondamentalmente per guardare Manhattan.
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Anche la religione è una questione privata, un possibile business, una cosa da fare. Il corpo, l’anima. Mangiare, correre, andare in palestra e, poi, allenare lo spirito. Tutto a posto. Join us! è scritto sulle fiancate di chiese che non sembrano chiese, ma sono infilate dentro palazzi di vetro con l’insegna col nome della congregazione. Non è paganesimo, è economia.
Il predicatore alla tv, in differita da uno stadio da qualche parte in uno Stato centrale. Giacca, cravatta, sorriso da Compagnia delle Opere. Più che di faith, ha parlato di self-esteem: «Se (ci) credete, ognuno di voi ce la può fare» ha chiuso.
«Abbiamo tutti bisogno di cose spirituali, perciò grazie a Mr. … per le sue parole di fede, aiuto e conforto», hanno detto poi dallo studio.
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I newyorkesi si riconoscono perché camminano con dei beveroni ghiacciati in mano.
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Tutto sembra perfetto, tutto sembra funzionare e funziona. Ogni bisogno trova davvero la sua immediata soddisfazione (e la sua dose di aria condizionata). Si ha sempre l’impressione di essere immersi in un regime di concorrenza: ad esempio, per le strade, i furgoni delle compagnie di spedizione di Ups, FedEx e postale sono spesso parcheggiati uno dietro l’altro. Tutti deliver for you, ognuno è il faster, safer, biggest.
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L’amore per i colori. Ogni cibo è colorato, anzi multicolore. Non ci sono bevande trasparenti, non esiste il bianco e nero, nemmeno sui manifesti.
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L’ossessione di essere i più grandi. Tutto è più grande che altrove, tutto è più veloce, tutto funziona meglio. È l’unica città del mondo dove la gente continua a ripetersi e a ripeterti «Ehi, this is …!». «Ehi, questa è New York!», lo devono continuamente ricordare, come se loro stessi non riuscissero a farsene una ragione. Come se si automotivassero.
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Bette Milder: «Quando a NYC sono le tre, a Londra è ancora il 1938»
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Non c’è possibilità di vivere in un’idea non aziendale del mondo: tutto è fatto da privati, tutto. Puoi join it oppure no, ma ogni servizio, ogni metro quadro è sottoposto alla tutela (spesso impeccabile) di un qualche tipo di organizzazione. Ci sono cartelli per ogni dove, e numero di telefono, e customer services. Niente è veramente pubblico, niente è di nessuno: è offerto, presentato, prodotto da qualcuno per qualcuno. Anche la Public Library è public solo a metà.
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Non si sono accorti che esiste il Myanmar.
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Ci si allontana da New York con l’idea di abbandonare il centro nevralgico del mondo. È una cosa che si dice e che si sente dire, ma pochi giorni spesi per le sue strade sono sufficienti a dare una certa consapevolezza del fatto che -per qualche motivo che non so spiegare- ciò è vero.
IX. Congedo
Finisce con i nostri corpi esausti, le mani stanche, la testa che pesa e che fatica a combinare pensieri complessi. Siamo stanchi, la vita qui corre a una velocità diversa, si nutre di una frenesia diversa, pasticciona e arruffata a cui non siamo abituati. Ad esempio ogni volta che torniamo in camera c’è qualcosa che non funziona all’impianto di condizionamento. Non si può stare a letto con quarantotto/cinquanta gradi, non c’è pace, non si può fare la doccia né respirare. Ogni volta dobbiamo fare la scena di scendere i due piani di scale, chiamare qualcuno alla reception e avvisarlo del guasto: ma non è mai un guasto: oggi ci hanno tolto il telecomando, ieri ci hanno semplicemente spento il condizionatore. Capiamo in fretta che si tratta di un giochino dell’arabo grasso che ci ha accolto all’arrivo, e che ogni giorno escogita un trucco per farsi chiamare e chiederci la mancia. La scena è lui che arriva in camera, schiaccia un pulsante su un telecomando che gli spunta all’improvviso dalla tasca e rimane fermo accanto al letto fingendo di sentire refrigerio. Se ne va soltanto nel momento in cui qualcuno di noi gli dà una moneta. Instaurare una guerra di nervi è inutile, lui è più allentato di noi e considera la scena parte integrante del suo lavoro. Ma dal terzo giorno non lo chiamiamo più, abbiamo trovato un altro tizio che ci ha fatto vedere come attivare l’aria condizionata direttamente dal condizionatore, senza passare per il telecomando. Il tizio è stato gentile, e non ha nemmeno fatto il gesto di chiedere un compenso. Stare in camera al fresco nelle ore più calde diventa un’abitudine oltre che una necessità: fuori, nel primo pomeriggio, la città sbraita sotto i cinquanta gradi del deserto.
Dobbiamo essere all’aeroporto alle cinque del mattino, perché l’aereo per Milano è alle sette. Chiamiamo un taxi nella notte vuota di Marrakech. L’autista ci aspetta appena fuori dall’albergo, e dorme appoggiato al volante. Siamo costretti a svegliarlo, buttiamo la roba sui sedili e per la prima volta da quando siamo qui ci avvolge una specie di vento fresco. L’auto ripercorre nella notte le stesse strade dell’andata, attraversa le vie e le piazze che abbiamo battuto a piedi, in mezzo al sole, al caos e ai serpenti. Tutto è fermo e dorme, e per la prima volta ho la sensazione che questa potrebbe essere una qualsiasi città dell’Europa mediterranea che si riposa.
Bisognerebbe abbandonare Marrakech di notte, perché è l’unico modo per vederla vuota, placida e quasi grassa, e per impararne un aspetto che, per paradosso, è sorprendente. Di notte Marrakech non fa paura; di notte non afferra, non vende, non sfianca, non cuoce, non mendica. Di notte non uccide e non è feroce.
Finisce con l’uomo del taxi che, sorprendentemente, quasi non vorrebbe farsi pagare. Quando gli chiediamo il costo della corsa dice «Come piace a voi», e rimane fermo a guardare le nostre facce allibite. Gli diamo tutto quello che abbiamo, visto che i dirham non possono essere esportati. Ci saluta contento, in francese. Finisce con