ottobre

"Non si incolpi nessuno, sono io" Nikolaj Stavrogin
giovedì, agosto 07, 2008

Il numero delle morti

Pubblico di seguito il testo del comunicato stampa del Censis relativo alle cosiddette "morti ordinarie" in Italia. Il numero di omicidi è di due volte inferiore rispetto a quello dei morti sul lavoro e di otto volte inferiore rispetto al numero di morti sulle strade. Dove sta la vera emergenza? Che cos'è la sicurezza? Di che cosa si dovrebbe parlare davvero?


Gli omicidi in Italia continuano a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 casi in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000).
Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle città italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.
Piccoli numeri se paragonati alle morti sul lavoro. Nel 2007 sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 in infortuni «stradali», ovvero lungo il tragitto casa-lavoro («in itinere») o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. L’Italia è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006 in Italia i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era «maglia nera» in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. Nel 1995 in Francia i morti sulle strade erano 8.892, ridotti a 8.079 nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. La riduzione in Italia c’è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
Si muore di più, dunque, durante le attività ordinarie che non a causa della criminalità o di episodi violenti. I morti sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati, i decessi sulle strade 8 volte più degli omicidi. Tuttavia, gran parte dell’attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità.
«Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti», osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, commentando i dati. «Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale, e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così».

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venerdì, luglio 25, 2008

Piccolo appello posteriore all'approvazione del cosiddetto lodo Alfano

Napolitano, adesso che puoi, falli fuori tutti.
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mercoledì, luglio 16, 2008

Dopo la pika

Il Diario di Hiroshima, cronaca di cinquantasei giorni

Il dottor Michihiko Hachiya, direttore dell’Ospedale delle Comunicazioni di Hiroshima, comincia a scrivere il suo diario l’8 agosto 1945, cioè circa 48 ore dopo lo scoppio della bomba. Egli comincia così: «Erano le prime ore di una bella giornata tranquilla e calda». L’ossessione del tempo, del tempo atmosferico, è uno dei tanti leitmotiv che accompagnano la scrittura di quest’uomo mite e razionale, umile e intelligente, nonché assolutamente inconsapevole di aver scritto una delle testimonianze più vive, umane e commuoventi su quella che rimane una delle più sorprendenti catastrofi della storia dell’uomo. Ogni giorno di diario si apre per Hachiya con la registrazione puntuale del tempo: «Cielo generalmente sereno» «Un’altra splendida giornata» «Pioggia. Cielo coperto»; ogni diarista deve avere il suo mantra, e quello di Hachiya è la situazione del cielo.
Poche righe più sotto il suo piccolo e puntuale esordio, il dottor Hachiya, con una certa approssimazione, è in grado di descrivere quello che è successo la mattina del 6 agosto, mentre lui si trovava nella sua casa, steso per terra per riposarsi dopo un turno particolarmente duro all’ospedale: «All’improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro. A volte, di un evento, si ricordano i più minuti particolari: rammento perfettamente che una lanterna di pietra nel giardino si illuminò di una luce vivida, e io mi chiesi se fosse prodotta da una vampa di magnesio, o non piuttosto dalle scintille di un tram di passaggio. (…) Istintivamente mi alzai per fuggire, ma mi trovai il passo sbarrato da detriti e travi crollate. (…) Mi sentivo straordinariamente debole, e dovetti fermarmi per riprendere fiato. Con mio grande stupore, mi accorsi che ero completamente nudo. (…) Lungo tutto il fianco destro ero escoriato e sanguinante. Da una ferita aperta nella coscia spuntava una grossa scheggia, e in bocca mi sentivo qualcosa di caldo. Avevo un taglio sulla guancia, me ne accorsi passandoci con cautela la mano, e il labbro inferiore era spaccato. Un frammento di vetro piuttosto grosso mi si era infilato nel collo (…)».

 

La casa del dottor Hachiya si trova a circa 1,500 metri dall’ipocentro dell’esplosione – posto che sia possibile identificarne un ipocentro, giacché più volte, nel suo diario, Hachiya riporta le discussioni relative all’esatto punto dove è esplosa la bomba. Si scoprirà poi che, in realtà, la bomba si è disintegrata alcune centinaia di metri prima di toccare il suolo di Hiroshima. Il dottore e la moglie, Yaeko, riescono a raggiungere l’ospedale, dove cominciano a curarsi. Questo è il momento in cui ha inizio il periodo di 56 giorni coperto dal diario, tenacemente scritto nelle ore libere tra una crisi, una notte insonne, una moglie che ha persino attacchi di polmonite, gli incontri con i pazienti, con gli altri dottori e gli infermieri e, soprattutto, una incrollabile volontà di capire che cosa sia successo, quali siano gli effetti di quella che sembra una vera e propria piaga; le descrizioni mediche di Hachiya sono minuziose, quasi candide nella loro violenza: Hiroshima è una città di ustionati, di gente senza denti, piena di ferite e di aperture ricucite con aghi di fortuna; è una città di corpi che vagano tra le macerie anche solo per recuperare le ossa dei loro cari; è una città di orfani, di genitori che hanno perso i figli (qual è la parola per designare un genitore che ha perduto un figlio?); nei corridoi dell’Ospedale della Comunicazione vagano esseri umani che perdono i capelli, che si riempiono a poco a poco di inspiegabili petecchie – segno di una serie di emorragie interne che porta quasi sempre a una morte atroce - che soffrono di anoressia, dissenteria, vomito, allucinazioni; non ci sono bagni, non ci sono vetri alle finestre, non c’è la corrente elettrica, e l’odore è talmente forte che i degenti smettono di sentirlo;  c’è una bellissima ragazza a cui il fuoco ha risparmiato il solo volto, e che giace immersa in un letto di pus; c’è una vecchia rimasta sola, che implora la morte; ci sono persone che hanno scritto nei volti il numero dei giorni che resta loro da vivere; ci sono persone che per alcuni giorni sono state perfettamente bene, e che hanno dovuto correre a ricoverarsi all’improvviso per delle improvvise deformazioni, per dei malesseri inspiegabili. È un’umanità che deambula senza meta tirandosi i capelli per vedere se rimangono attaccati al cranio, quella che descrive Hachiya. E soprattutto, per molti giorni, nessuno sa che cosa è veramente successo. Nessuno sa dell’atomica. 

 

Hachiya, quando è in forze, lavora, cura, comincia a fare ipotesi e a eseguire delle autopsie sui cadaveri; conta i leucociti e le piastrine nel sangue dei morti; attacca delle coperte agli stipiti delle finestre sfondate per evitare che la pioggia gli bagni il letto; beve matcha e studia gli effetti delle radiazioni sui casi che ha a disposizione, per poi scrivere delle relazioni semplici e piane che sono una lezione di deontologia medica.
In città si dice che Hiroshima sarà inabitabile, per via delle radiazioni, per almeno 75 anni, ma nessuno ci vuole credere. C’è una fede, nelle azioni e nelle parole di Haciya, una fede laica che mi lascia sbalordito: è la fede nel fatto che se qualcosa di così tremendo e impensabile è successo l’unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e, per quanto le forze lo permettano, guarire, lavorare, studiare, fare del bene. Questo piccolo uomo vissuto nel mezzo della catastrofe mi commuove, nonostante la sua fedeltà incrollabile all’imperatore e alla parte sbagliata. Tutto crolla: la nazione, l’imperatore, i muri, le strade, i fili della luce, i corpi delle persone a cui vuoi bene, il tuo corpo, ma tu vai avanti a indagare, ad amare le tue cose e a lavorare per riconquistarle. C’è una mole di verità e di vita che mi sconvolge in questo pugno di giornate raccontate: l’idea non è quella di riuscire a sopravvivere – per quello c’è il destino -: è di sopravvivere ricostruendo, da subito, con pignoleria e costanza, il ritmo naturale della vita, senza fermarsi di fronte all’estrema difficoltà del compito, e all’inspiegabilità e ineluttabilità di quello che è accaduto.
Ma che cos'è la pika? E' il nome con cui, per molti giorni, i sopravvissuti di Hiroshima hanno fatto riferimento all'esplosione, alla bomba. La bomba è la pika, perché questa parola significa lampo, luce, bagliore. E' solo quando riescono a entrare in Hiroshima persone venute da fuori, da posti a qualche decina di chilometri di distanza, che la pika acquista un proprio suono e diventa pikadon (don: scoppio rumoroso). Per Hachiya e i suoi concittadini, per molti giorni l'esplosione è stata semplicemente un bagliore accecante lungo un secondo, avvenuto in assoluta assenza di suono. Solo chi non era a Hiroshima ha potuto sentirne il fragore. Ecco, per chiudere, uno dei passi più straordinari del Diario:

«C’era solo un’altra possibile spiegazione per gli strani sintomi osservati: un’improvvisa variazione della pressione atmosferica. Avevo letto che si manifestano emorragie in individui saliti ad alta quota e in palombari che risalgono troppo rapidamente in superficie. Ma non avevo mai esaminato casi simili, e non potevo dunque dimostrare la mia tesi.

Tuttavia, continuavo a ritenere che  la pressione atmosferica avesse a che fare in qualche modo con i sintomi in questione. Quando ancora frequentavo l’università di Okayama, avevo assistito a esperimenti condotti in una camera a pressione. Uno stato di sordità improvvisa e temporanea era uno dei sintomi che si manifestavano ogniqualvolta la pressione nella camera veniva bruscamente alterata.

Di una cosa ero certo: tre giorni prima, quando era avvenuto il bombardamento, non avevo udito niente che si potesse definire un’esplosione, e nel tragitto verso l’ospedale avevo visto case crollare, ma non avevo avvertito alcun rumore. Era stato come se avessi camminato in uno spaventoso film muto. Altri, da me interrogati, mi confermarono di avere avuto la stessa esperienza.

Coloro che avevano assistito al bombardamento dalla periferia della città, lo descrivevano con l’espressione pikadon.

Per dare una spiegazione accettabile del fatto ce né io né gli altri avevamo udito alcune esplosione, bisognava dunque dedurre che vi era stata un’improvvisa variazione di pressione atmosferica, che ci aveva resi temporaneamente sordi. Si potevano ricondurre alla stessa causa anche le emorragie che cominciavano a manifestarsi?»

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sabato, luglio 12, 2008

Che fare?

Questo è un estratto di una mail che lui mi ha mandato alcuni giorni fa. Io mi sto sforzando di fare molte cose, in questi giorni, e una di queste è essere in grado di rispondergli.

(...) ma sai una cosa? sono stufo anche di parlare male dell'italia. non so se ti sei accorto di questa cosa - probabilmente sì - ma sono mesi che continuiamo a elencare cose assurde che capitano. quantomeno dai fatti di perugia (ma credo anche da molto prima). e ad ogni giro usiamo le stesse parole: a che punto siamo, ma come cazzo siamo messi, è delirante, l'italia fa schifo, siamo nella merda più totale, etc. eppure tutto segue. l'inflazione è alle stelle. la xenofobia spinta al limite più assoluto (oggi sentivo una signora litigare con un commesso del supemercato riguardo il problema rom, col commesso che cercava di spiegarle che il problema è un po' più ampio di quelli son qua solo a rubare e far casino), le prese per il culo della costituzione, il deficit totale di etica civile etc.
e noi registriamo.
e commentiamo.
eppure tutto segue. e seguirà. e noi saremo sempre qui a lamentarci e registrare. pensavamo di essere al punto zero: siamo molto oltre. ma anche questo è commentare e registrare. e non ci stuferemo mai davvero di farlo, come un imprenditore gretto non si stuferà mai di badare al suo utile, e un prete di predicare che dio è uno e onnipotente. non so tu, ma io sono in pieno corto circuito mentale.
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venerdì, giugno 27, 2008

Il cortocircuito

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/giustizia-3/ok-immunita/ok-immunita.html

http://www.corriere.it/politica/08_giugno_27/verdrami_berlusconi_intercettazioni_a21d2d3c-440e-11dd-b2f6-00144f02aabc.shtml

Da qualche mese - lo si sarà notato - mi capita spesso di pensare alle caratteristiche del potere. Non c'è un ragione particolare, semplicemente va così.
Non voglio commentare queste due notizie, perchè sono al lavoro e non ne ho il tempo necessario. Forse farò un pezzo più elaborato in uno di questi giorni.
b***lusconi ce l'ha fatta, ce la sta facendo, e noi siamo inermi, fermi, deconcentrati. Addirittura si permette di dire che viviamo in un regime, e nessuno nota il cortocircuito. Mettete in relazione le due notizie.
Il momento è nero.
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giovedì, giugno 19, 2008

La vergogna

Duce. di Tiziano Scarpa. Una volta, ma non era molto tempo fa, la gente che votava a destra se ne vergognava: non lo diceva, o, al limite, lo ammetteva tra i denti, senza guardare direttamente negli occhi. Erano epoche belle, dove non pioveva mai, i mandorli erano in fiore e le ragazze sorridevano ciabattando nei parchi. Oggi sembra invece una qualità. Viviamo in una fase culturale pesantemente involuta. Detto in italiano: «Siamo un popolo di merda».

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Se guardo il telegiornale, mi capita di provare a fare la conta di quante volte ricorre la parola «sicurezza» nei servizi e nei lanci da studio. Tolte le congiunzioni, gli articoli e la parola Europei – che avrà però vita breve, soprattutto se ci capiterà di uscire ai quarti – la parola «sicurezza» è la cosa che – declinata in varie forme – trova in assoluto più spazio. Detto in tutta onestà, io non mi sento insicuro. Non ho paura. Giro, faccio sostanzialmente quello che mi pare, e non credo che ci siano orde di albanesi con il coltello tra i denti pronte a sfondarmi la porta di casa. Appartengo a quella categoria di persone a cui non è mai stato rubato il portafogli, e che fuori dalla cucina non ha mai visto un coltello. Io questa emergenza, questo peggioramento non lo vedo. Le raccomandazioni che mi faceva mia madre negli anni Ottanta quando andavo a giocare al campetto erano, come tono e numero di vocaboli, le stesse che la mia vicina di casa fa ai figlioletti quando li lascia «scendere». Ma mia madre non era terrorizzata.

*

L’emergenza è più in alto. L’emergenza è sempre più in alto. Se ne parla un po’ qui, e non ho niente da aggiungere.

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La paura è questa: molti di noi non si accorgono – o fanno finta di non accorgersene, il che è molto peggio – di quello che sta succedendo. Nessuno è sceso in piazza contro il tentativo di militarizzazione di Roma, Napoli e Milano. Per me è una cosa inaudita. Forse non lo faranno, e una grande spinta in questo senso l’hanno data le proteste della polizia. LE PROTESTE DELLA POLIZIA. Siamo un Paese assurdo, lo siamo sempre stati. Io mi immagino di girare per strada, magari in Paolo Sarpi – che per inciso entro pochi anni verrà pedonalizzata, infighettata, la comunità cinese verrà dislocata e diventerà la solita via senz’anima e senza nerbo – e di vedere questi gruppetti di soldati (con annesso poliziotto). Mi immagino che entro qualche mese questo genere di incontri diventi la normalità. Mi immagino che entro cinque anni da 2.500 i miliziani diventino 5.000, e che entro dieci anni diventino 10.000, e in nome della sicurezza in dodici anni 12.000, entro vent’anni 20.000, poi 25.000, 30.000, 40.000, in nome della sicurezza. Mi immagino che tutto questo sia recepito come normale. Ci si abitua a tutto, ma soprattutto al peggio.

*

Che cos’è la sicurezza? È la protezione della proprietà privata. L’abbiamo ridotta a questo. È la protezione della proprietà privata, è la libertà di andare al centro commerciale il sabato pomeriggio, è la possibilità di possedere un satellitare da 15.000 euro e di continuare a possederlo – cioè che non ti venga rubato. È la tranquillità, strade deserte, pulite. La sicurezza è una lunga strada bianca, priva di pericoli, che conduce verso un luogo dove andare a fare acquisti, senza che ci sia il rischio di incrociare, in mezzo ai palloncini colorati, una faccia nera e sporca, una barba, un vestito liso rubato ai contenitori della Caritas.

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La sicurezza è una forma sociale di normalizzazione. La migliore delle italie possibili è, secondo questo nuovo concetto di sicurezza, bianca, cattolica, con una medio-alta capacità di acquisto, con un gusto estetico mediocre, un tasso di scolarizzazione medio, due televisori, i pranzi la domenica, il sabato all’Auchan e all’IKEA, i week-end in Liguria.

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Stanno tutti facendo finta di niente o non c’è nessun allarme nella faccenda della limitazione delle intercettazioni? Io non sono in grado di entrare giuridicamente nel merito della questione, però mi pare che sia la spia di una deriva e di una vergogna che non mi sento di non rilevare. Basta vedere un quarto d’ora de Il divo – tanto per rimanere sulla stretta attualità – per capire che il Potere ha sempre operato e lavorato all’ombra di se stesso, che la storia recente d’Italia è una storia del non detto, del traffico sotterraneo in nome della ragion di Stato. Oggi la ragion di Stato è sulle prime pagine dei giornali. il Potere per la prima volta ha la faccia tosta. A breve mi aspetto che il b***usconi di turno vada in tv e dica: «Insomma, mi stanno rompendo i coglioni su questo, questo e quest’altro, questi bastardi comunisti di merda! Io c’ho le mie cose da fare! Sciogliamo la magistratura! È vecchia! È corrosa [termine mio, N.d.R.]! Ci pensiamo noi!» Mi immagino che la sciùra applauda. Quante volte ho sentito, in questi mesi e in questi anni, persone anche a me vicine sostenere che insomma, bisogna lasciarlo pur lavorare, no?, e se la magistratura gli mette i bastoni tra le ruote come diavolo fa a provare a governare?

*

Io credo che all’Italia e agli italiani, oggi come oggi, si possa fare e far credere tutto. Tutto. Si può far accettare con gioia persino la militarizzazione delle strade, si può portare sulle prime pagine le contrattazioni per la vendita della compagnia aerea, si può dire che la mafia non esiste. Basta dirlo con il sorriso, indossando la giacca e la cravatta e dando l’idea di essere una persona molto impegnata. In quale paese un degramamticato come Tosi avrebbe spazio sulle televisioni? E perché poi? Qui ce l’ha, e fa opinione.

*

Come si comporta, come funziona il Potere oggi? Come un non-Potere, come una forma di azione basata sul consenso – e dunque sulla menzogna della partecipazione popolare alla prassi decisionale. A me questa sembra una cosa evidente e tragica. Io non ho nostalgia per le forme tradizionali di Potere, beninteso, ma quando mi sveglio la mattina non ho nemmeno tutta questa voglia di farmi prendere allegramente per il culo. Perché nessuno se ne accorge? Perché lo scandalo di questi giorni non tormenta le notti degli italiani?

*

Poi vedo sempre più spesso gente che gira a piedi o in motorino portandosi dietro una radio accesa – tra l’altro SEMPRE con musica orrenda. È una cosa che mi turba, perché succedeva nei primi anni Ottanta, ed era pure una roba di importazione. Sono passati trent’anni e questa cosa è già ritornata. Piccole bande di ragazzini tamarri con il culo fuori dai jeans che sono la riproposta – negli atteggiamenti, nella spocchia e nella cifra spesa per i vestiti – dei paninari e degli altri gruppi modaioli decerebrati di quando io ero bambino. Vedo sempre più sessantenni girare agghindati come gli impiegati del Secondo tragico Fantozzi. File alle fermate dei tram con signore piene di buste di plastica e di anelli finti, con le acconciature vagamente stinte ma vaporose. Se vado in giro, l’umanità che vedo è goffa, derivata. Mi dà una costante sensazione di impoverimento, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di fantasia, di invenzione e di proposta. Tutto mi sembra, cromaticamente e qualitativamente, la brutta copia di quando io ero bambino. Non so se è vero, ma l’idea che non mi riesco a togliere dalla testa è che siamo totalmente immersi in una fase di regresso.

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sabato, maggio 31, 2008

"Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni né rallentamenti. Nemmeno se una collina frana o se una foresta entra nell'acqua che sale in fondo, qualche cosa muta dentro la pioggia. Solo i giorni e le stagioni girano toccando la luce; e questo è l'unico segno che il tempo ancora esiste.
Un segno che sparisce spesso, ogni volta che la pioggia cambia e si mette a piovere petrolio, catrame, acqua salata, acqua mista a sabbia o a madreperla. Allora si socchiudono gli occhi dei viventi che stanno sotto la pioggia: quattro paia d'occhi diversi di grandezza e di colore, mischiati dalla stessa fissità. La mancanza di qualunque rumore che non sia quello della pioggia è totale; questo silenzio debbono sentire sopra, come loro spazio, le teste di quegli occhi.
Adesso sta piovendo acqua, una languida acqua piovana mista a rena. Il fenomeno non desta alcuna curiosità: gli occhi continuo a rimanere fissi e semichiusi, un paio addirittura confusi dentro un alone rossastro. Quando la rena cessa e l'acqua diventa ancora più scivolosa, cambia la luce per tutto un grande cerchio, accendendo un arcobaleno di un colore solo.
Si alza un grido, che si ripete subito, e che pare l'inizio di una canzone. L'accento è duro, di chi canta una canzone amata, troppe volte ripetuta. Nelle note ormai deve trovare soo una cadenza mentale: "Catarì, Catarì" oppure "la libertà, la libertà".

Paolo Volponi, Il pianeta irritabile
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mercoledì, aprile 16, 2008

La rigenerazione


Il primo amore





In questi giorni, dopo i risultati delle elezioni, ci sembra che sia diventato ancora più urgente e bruciante  riproporre i temi con cui abbiamo incominciato il nostro lavoro collettivo e da cui siamo nati come rivista. Questo che qui riproponiamo è l'editoriale che ha aperto un anno fa il primo numero della rivista "Il primo amore". Riproporlo oggi è solo il primo passo di un lavoro di riflessione e di un nostro contributo, nella situazione in cui ci troviamo.
postato da: tereso alle ore 15:26 | link | commenti (1) | commenti (1)
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lunedì, aprile 14, 2008

Ho votato, parzialmente turandomi il naso - ci sono del resto abituato.
Ho appena finito una telefonata in cui mi è stata annunciata una cosa a cui francamente non avevo pensato: questa tornata elettorale ha CANCELLATO la sinistra - che stanti le cose come stanno in questo momento rischia di non portare nessuno nemmeno alla Camera.
Semplicemente, la sinistra non c'è più. Non avrà più senso dire "Io sono di sinistra" (per quello che può significare), i miei figli parleranno della sinistra come noi parliamo del Partito d'Azione.
L'Italia mi fa sempre più paura, e vedo nero (senza ironie di nessun tipo).
Nero.
La sinistra non c'è più, è una cosa nero su bianco. Forse siamo gli unici al mondo.
Vaffanculo al voto utile. L'Italia fa paura, la media degli italiani fa schifo.
Questo è un periodo tragico.
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lunedì, marzo 17, 2008

Tempo di uomini

Arrivato pagina 32 del Corriere della sera di oggi, vengo attratto da un grosso box a sfondo nero, rigato di grigio come le finestre di una galera: sulla sinistra di tale box, due riquadri colorati ritraggono, il primo, due individui – un uomo e una donna asciutti e volitivi – in posa plastica da atleta, e il secondo un guerriero che impugna una sciabola; questo guerriero, in costume tradizionale giapponese, giganteggia sullo sfondo di alcune bandiere rosse che si stagliano sopra un mare in tempesta, dove a loro volta due portaerei – se l’occhio non mi inganna – stanno affondando. Sulla prima immagine campeggia la scritta Tempo di uomini tempo di vivere, sulla seconda Tempo di uomini tempo di morire.

L’occhio vagola per un po’ sulle due immagini, su questa iconografia di chiara matrice fascista. Questo è il Corriere della sera. Si tratta delle copertine di due grosse monografie (80 € l’una), acquistabili congiuntamente per 150 €. Leggo le brevi presentazioni riportate di fianco alle immagini: Tempo di vivere: «I magnifici [corsivo mio] anni trenta nei manifesti italiani più belli. Un grande volume che raccoglie una selezione di manifesti degli anni trenta [ancora], dal cinema allo sport, dalla moda alla politica, dalla guerra d’Africa alla guerra di Spagna». Tempo di morire: «Una pubblicazione che raccoglie i manifesti stampati durante gli anni 1940-45. Per il periodo 1943-45 i manifesti della R.S.I., del Regno del Sud e della resistenza».

resistenza minuscolo. Questo è il Corriere della sera, penso. Non voglio commentare, non voglio rischiare di fare dietrologia, non voglio nemmeno rischiare di dire cose esatte.

Dico solo che lo slogan di questa casa editrice è: La storia siamo Noi!

Il nome di questa casa editrice è: edizioni CIARRAPICO.

 

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sabato, marzo 15, 2008

Ricevo, e confesso che ci sto pensando su:

Pochi lo sanno, ma la legge prevede la possibilità di rifiutarsi di votare e metterlo a verbale.

Quando si va al seggio e dopo che le schede sono vidimate si dichiara che ci si rifiuta di votare e si vuole che sia messo a verbale.
Le schede di rifiuto sono CONTATE e sono VALIDE, contrariamente alle schede nulle o bianche o all’astensione dal voto
Nessun mass-media ne parla, sembra che i giochi siano già fatti, e probabilmente molti andranno a votare il “meno peggio”.

Nel caso le schede di rifiuto arrivassero a un numero molto elevato (cosa mai successa nelle elezioni italiane) ci sarebbe qualche problema nell’assegnare i seggi vuoti e i mass-media sarebbero obbligati a parlarne.
L'astensionismo passivo non fa percentuale di media votanti e riguardo alle elezioni legislative il nostro sistema di attribuzione non prevede nessun quorum di partecipazione.
Quindi, se per assurdo nella consultazione elettorale votassero tre persone, ciò che uscirebbe dalle urne sarebbe considerata valida espressione della volontà popolare e si procederebbe quindi all'attribuzione dei seggi in base allo scrutinio di tre schede.

Altresì le schede bianche e nulle, fanno sì percentuale votante, ma sono ripartite, dopo la verifica in sede di collegio di garanzia che ne attesti le caratteristiche di bianche o nulle, in un unico cumulo da ripartire nel cosiddetto premio di maggioranza...(per assurdo sempre votando bianca o nulla se alle prossime elezioni vincesse Berlusconi le suddette schede andrebbero attribuite nel premio di Forza Italia)

Esiste, però un METODO DI ASTENSIONE, che garantisce di essere percentuale votante (quindi non delegante) ma consente di non far attribuire il proprio non-voto al partito di maggioranza.

E’, infatti, facoltà dell'elettore recarsi al seggio e una volta fatto vidimare il certificato elettorale, AVVALERSI DEL DIRITTO DI RIFIUTARE LA SCHEDA, assicurandosi di far mettere a verbale tale opzione; è possibile inoltre ALLEGARE IN CALCE AL VERBALE, UNA BREVE DICHIARAZIONE IN CUI, SE VUOLE, L'ELETTORE HA IL DIRITTO DI ESPRIMERE LE MOTIVAZIONI DEL SUO RIFIUTO (es. Nessuno degli schieramenti qui riportati mi rappresenta)
Io sono per l'esprimere sempre e comunque la propria preferenza, se non altro per non dover subire una decisione completamente altrui. In ogni caso, per chi volesse non votare qui di seguito è proposta una soluzione interessante.
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giovedì, febbraio 14, 2008

Due cose piccole che forse sono enormi

Ho peccato: poco fa mi sono cercato in Google. Per la verità non ho cercato me, cioè non ho digitato il mio nome e cognome nella barra di ricerca. Ho cercato, chissà perché?, l’articolo qui sotto: La messinscena del sabato. Sono venuti fuori questo blog, l’altro spazio su cui ho la fortuna di scrivere, una serie di aggregatori e, verso il fondo della pagina, un sito che non avevo mai visto: Newstin – che non linko. Il mio articolo era annunciato da una strana stringa: "la strana coppia blantik-marimekko - Newstin", per cui mi sono incuriosito e sono entrato. Ho trovato un annuncio su un brand finlandese, Marimekko, che fa delle robe “di sapore Fivties, Sixties e Seventies”. Sotto, in neretto, la scritta: Potresti essere interessato anche a questi articoli. Di seguito, tra gli altri, appunto La messinscena del sabato. Ho cliccato, ma non sul titolo (che rimandava al primo amore): sulla dicitura Analisi dell’articolo. Ho scoperto che Newstin ha “letto e analizzato” il mio pezzo e ha raggiunto questo risultato: “Quali aziende vengono menzionate nell’articolo? H&M”.

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Nella girandola di curricula che sto mandando in giro in queste settimane – allo scopo di liberarmi dalla mia orrenda occupazione – ho contattato, via lettera, Sky. Cercano qualcuno che si occupi di contenuti web. All’incirca una settimana dopo aver spedito le mie credenziali, ho trovato nella cassetta della posta una lettera con il loro logo. L’ho aperta mentre rientravo in casa: c’era dentro un piccolo depliant plastificato con la programmazione del mese di febbraio, l’incredibile formula-sconto per cui puoi avere “tutto lo spettacolo di Sky a soli 15 € al mese – vedi tutto e poi decidi”. Copio la lettera: “Gentile Andrea Tarabbia, da oggi Sky le offre la possibilità di vivere il vero spettacolo grazie ad un’offerta straordinaria che le permetterà di vedere il grande cinema, tutta la Serie A in diretta, il meglio dell’intrattenimento in esclusiva e 24 ore al giorno di sport in diretta. (…) SI ABBONI SUBITO! Chiami il numero verde 800 *** ***, o visiti il sito www.***.it. Se preferisce, può recarsi presso uno degli oltre 3000 punti vendita Sky presenti in tutta Italia. Quello più vicino a casa sua è *****************.” E in basso a destra, sotto il marchio, la scritta: Non smettere di sognare.

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domenica, febbraio 10, 2008

La messinscena del sabato

Nella sua Psicologia storica del carnevale, l’amico di Benjamin Florens Rang scrive di un’epigrafe risalente a 3000 anni fa, dove si racconta che in Mesopotamia – in un regime cioè perfettamente teocratico - esisteva un giorno di festa in cui «l’ancella prendeva il posto della signora, lo schiavo incedeva nel rango del signore» mentre «il potente stava in basso come l’uomo comune». Lo scherzo insolente, sostiene Rang, la culla della follia, stanno nella casa della saggezza: lo sberleffo e il Riso sono tali se sono fatti nella casa di dio e sono rivolti a lui. Il carnevale è un interregno dove tutto è goliardicamente permesso, l’ebbrezza della festa è la rivoluzione di un giorno contro il mondo, contro dio, contro il potere.

Invece ieri a Milano è partita ufficialmente la campagna elettorale del centrodestra. berlusconi ha arringato agli Ipoventilati di San Babila prima di trasferirsi nell'appendice coperta della piazza, il Teatro Nuovo, e dire le solite vaccate facendosi strada tra le sciùre, i bauscia e le autoreggenti della brambilla. È molto facile scrivere che, più o meno nello stesso momento, a poche centinaia di metri di distanza, transitavano i carri del carnevale, i bambini si gettavano i coriandoli, la gente girava in maschera, spernacchiava, si faceva la doccia di schiuma da barba; è molto facile scrivere anche che, per un osservatore attento, in questo piccolo sabato milanese le manifestazioni non sono state due, ma è andata in scena un'unica, immensa messinscena mascherata dove il popolo e il potere, entrambi ridicolmente agghindati per la festa, si sono impossessati della strada.

La povertà del nostro carnevale, la sua insignificanza antropologico-culturale, vengono proprio da qui: dalla fine della differenza tra l’uomo di potere e il popolo. Le autoreggenti della brambilla sono il suo costume e il suo tratto distintivo, come lo era la mitra del sacerdote o l’abito della regina; solo che le sue segretarie le acquistano al mercato di Bosisio Parini o alla peggio da H&M. La figura da self-made di berlusconi, la sua ignoranza e la grettezza paesana esibite, appartengono al popolo, alla classe media che lo vota. Ciò che distingue berlusconi dal resto della popolazione è semmai il fatto che la popolazione sa che è ricco: ma si tratta di un sapere che non è direttamente verificabile, perché l’uomo di potere è piccolo, vestito sempre uguale (ha pertanto un suo «costume»), stupidotto, popolano nei gusti e nel linguaggio. È insomma l’immagine perfetta (anche se truccata) della massa che lui stesso guida e rappresenta.

Il nostro carnevale è opposto a quello descritto da Rang: è un carnevale dove non si deride più il potere, perché il potere nella sua accezione teocratica e sacrale non c’è. C’è invece un potere truccato, piccolo e volgare, che scende in piazza insieme al popolo da cui dovrebbe essere deriso e lancia i suoi proclami elettorali. Questo tragico cambio di prospettiva ieri è stato celebrato definitivamente a Milano, con l’allegoria potentissima delle due manifestazioni nello stesso luogo e nello stesso momento. La cerimonia anarchica del carnevale è pertanto finita, perché l’espressione media del potere si è impossessata del suo interregno e ha posto la parola «fine» alla possibilità di un ribaltamento delle prospettive. Non posso più deridere il potere perché esso è in questo momento qui con me, è uguale a me ed è goliardico quanto me.

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venerdì, gennaio 25, 2008

"No, non è giusto. Ci vogliono altre cose. Hai letto Gramsci? Questa è una società perduta e le poesie sono solo degli alibi." "Ma certo. Cosa vuoi di più, qui? Bisogna andarsene; lasciare tutto com'è e andarsene a lavorare da un'altra parte. (...)" "Non è questo che voglio dire. La società italiana è perduta; dappertutto; anche a Roma, forse come qui. Che cosa vedi davanti se ti metti a pensare all'Italia?" "Ma se penso all'Europa?" "Ancora meno, vedi, salame; il buio delle miniere, qualche re, l'industria, le sigarette svizzere." "E allora?" "Allora basta con le poesie. Bisognerebbe scrivere un romanzo, o soltanto leggerlo, che mostri questa società sopravvissuta..."

Paolo Volponi, La strada per Roma

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venerdì, gennaio 18, 2008

Io non conosco le ragioni vere, recondite, di quello che sta succedendo a Napoli in questi mesi. A dire la verità, non conosco le ragioni di quello che sta succedendo in Italia in questi mesi, non mi ci raccapezzo più. Guardo le immagini di questi paesucoli intorno al Vesuvio, la gente che vive in mezzo a chilometri quadrati di merda, che gira con le mascherine; leggo che alcune zone sono aggredite da effluvi di diossina, che non si respira più, che non si vive più. Al comune di Somma vesuviana hanno sospeso il rifornimento idrico: nelle case, nei negozi, nelle scuole, non c’è più acqua. «E’ una cosa che succede anche in estate», ho sentito dire da una ragazza intervistata alla tv. La gente di Somma vesuviana prende le macchine e va nei paesi vicini a riempire delle taniche con cui – immagino – si lava e beve. Qualcuno dice che l’emergenza c’è da vent’anni, qualcun altro dice che è “solo da pochi mesi”. Ma, cazzo, anche se l’emergenza fosse di due settimane, perché nessuno è ancora riuscito non dico a risolvere, ma a fare qualcosa? Si sa – anche se non si può dire – che gli appalti dello smaltimento rifiuti in Italia è largamente in mano ai vari tipi di mafia che rendono questo paese orrendo così unico e così folkloristico. Ma che lavoro fa la gente? Pecoraro dov’è? Sta rassegnando per caso le dimissioni? E che cazzo fa Bassolino dalla mattina alle nove quando entra in ufficio alla sera alle dieci quando va in televisione? Che cazzo di lavoro fa la Jervolino? Rosa, cos’hai fatto oggi? Alle nove, alle dieci, alle undici? Alle cinque? Che cosa hai fatto? Che carte hai firmato? Di cosa hai parlato? Con chi? A chi l’hai – mi auguro metaforicamente – succhiato? Che cazzo di lavoro fai? Adesso i cattivi sono i sindaci e la giunta regionale del Veneto, che rifiutano di smaltire i rifiuti campani, ed è vero: l’Italia è piena di gente orrenda. Però perché Bassolino non è indagato? Perché sua moglie è senatrice e al senato se manca un voto il governo cade o perché è una persona meravigliosa, colta, raffinata, che in realtà la Campania l’ha pulita, e sono i giornali a prendere la gente per il culo? Perché?

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Perché, in questo paese di merda, mastella è una vittima? Perché nessuno si scandalizza quando lo sente dire «tra il potere e la famiglia scelgo la famiglia»? Perché non è in esilio, questa nullità degrammaticata e scialba, ignorante come una bestia e totalmente incapace di intendere e di volere, nonché di distinguere il baretto da un’aula di tribunale o da Montecitorio? Come cazzo si fa a dire «tra il potere e la famiglia scelgo la famiglia»? Come si fa a non rendersi conto dell’enormità e della merda contenute in quelle nove paroline apparentemente innocue? Avete capito in che paese viviamo? Lo avete capito? E invece tutte le sciùre decerebrate lì ad applaudire, a dire: «Ecco, varda ‘me l’è brav, il mastela! L’ha lassà il lavuraa per sta’ visin alla so miee!»
Oggi l’udeur – questo partito che è una vergogna e un’onta nazionale – ha chiesto ufficialmente ai cazzi flosci del governo di votare all’unanimità la fiducia incondizionata a mastella. Pena: la sfiducia al governo, il venir meno dell’appoggio. Dunque, in una parola, la caduta, le elezioni, la vittoria di berlusconi, l’accelerazione dei processi di deperimento intellettuale di una nazione che è già allo stremo delle forze. Perché non stiamo scendendo in piazza contro questo modo di intendere il potere e la vita? Perché ci sembra normale che mastella sia una vittima, perché non ci fa nessun effetto il fatto che gli organi di stampa siano stabilmente a Ceppaloni e intervistino la maestra elementare di mastella, il suocero di mastella, l’autista di squolaBus di mastella, la cugina di mastella, il macellaio di mastella, il parroco dell’oratorio di mastella, e tutto questo solo per far dire loro: «Ma è un uomo onesto! Uno che quelle cose lì non le ha mai fatte, non le ha fatte di sicuro! Io lo conosco fin da quando era grande così!»?
Come è possibile che nessuno dica niente davanti a una deriva del genere? Sono l’unico che se ne accorge? Perché mastella l’altro ieri il discorso di dimissioni l’ha letto? Quando cazzo l’ha scritto? Lui è andato in parlamento la mattina, alle dieci e mezza doveva tenere una relazione, alle dieci e venti ha saputo dal tg del fermo della moglie, alle dieci e quaranta era lì che leggeva il suo discorso. Allora mi chiedo: è un grafomane innamorato di Kerouac o ci stanno prendendo tutti quanti per il culo?

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La Sapienza. Meravigliosa manovra di masturbazione massificata da parte della chiesa cattolica, fantastico colpo di teatro di un papa che «non vuole imporre la fede». Una meraviglia. Ma io dico: ma chissenefrega del papa! Per quanto mi riguarda il papa alla Sapienza non ci doveva andare, ma non ci doveva andare in quanto mi piacerebbe che l’università fosse un’istituzione laica. Fanculo a quelli che parlano di libertà di parola: neanche Michelle Hunziker parla più del papa in tv e sui giornali. Mi aspettavo, però, che dopo questo casino il rettore della Sapienza si dimettesse, per la figura povera che ha fatto e fatto fare alla sua istituzione. Invece niente, tanto per cambiare. Anzi, oggi rincara la dose: «Inviteremo il papa alla Sapienza entro la fine dell’anno».
In ogni caso, chissenefrega. Se il problema del paese fosse questo, l’Italia sarebbe un posto meraviglioso dove vivere. Invece l’Italia è un posto orrendo proprio perché di una cazzata immane come questa si riesce a fare un caso epocale, in cui tutti devono e possono dire la loro – e lo fanno, oh se lo fanno! Intanto la gente soffoca nella diossina e le percentuali di tumori nel napoletano si impennano.

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Il potere – dicono - dovrebbe annoverare tra le sue caratteristiche una sorta di pruderie. Dovrebbe essere nascosto, tentacolare, onnisciente e, cazzo, intelligente. Dovrebbe fare le cose senza dirlo, dovrebbe essere in grado di sostenere un contraddittorio in qualsiasi posto e in qualunque momento.
Invece qui, in questo paese di camerieri e di bagnini, il potere è la cosa più assordante, chiassosa e sciocca che si possa trovare. Tutte le beghe sono in piazza (pensate anche alle intercettazioni), tutto è sul piatto con una sfrontatezza che tuttavia non deriva da una sicumera o da un senso di inviolabilità, ma da una goffaggine che è prima intellettuale e poi politica, da un non sapere cosa fare e da un non riuscirlo comunque a fare.

 

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