Pubblico di seguito il testo del comunicato stampa del Censis relativo alle cosiddette "morti ordinarie" in Italia. Il numero di omicidi è di due volte inferiore rispetto a quello dei morti sul lavoro e di otto volte inferiore rispetto al numero di morti sulle strade. Dove sta la vera emergenza? Che cos'è la sicurezza? Di che cosa si dovrebbe parlare davvero?
Gli omicidi in Italia continuano a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 casi in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000).
Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle città italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.
Piccoli numeri se paragonati alle morti sul lavoro. Nel 2007 sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 in infortuni «stradali», ovvero lungo il tragitto casa-lavoro («in itinere») o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. L’Italia è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006 in Italia i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era «maglia nera» in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. Nel 1995 in Francia i morti sulle strade erano 8.892, ridotti a 8.079 nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. La riduzione in Italia c’è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
Si muore di più, dunque, durante le attività ordinarie che non a causa della criminalità o di episodi violenti. I morti sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati, i decessi sulle strade 8 volte più degli omicidi. Tuttavia, gran parte dell’attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità.
«Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti», osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, commentando i dati. «Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale, e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così».
Poche righe più sotto il suo piccolo e puntuale esordio, il dottor Hachiya, con una certa approssimazione, è in grado di descrivere quello che è successo la mattina del 6 agosto, mentre lui si trovava nella sua casa, steso per terra per riposarsi dopo un turno particolarmente duro all’ospedale: «All’improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro. A volte, di un evento, si ricordano i più minuti particolari: rammento perfettamente che una lanterna di pietra nel giardino si illuminò di una luce vivida, e io mi chiesi se fosse prodotta da una vampa di magnesio, o non piuttosto dalle scintille di un tram di passaggio. (…) Istintivamente mi alzai per fuggire, ma mi trovai il passo sbarrato da detriti e travi crollate. (…) Mi sentivo straordinariamente debole, e dovetti fermarmi per riprendere fiato. Con mio grande stupore, mi accorsi che ero completamente nudo. (…) Lungo tutto il fianco destro ero escoriato e sanguinante. Da una ferita aperta nella coscia spuntava una grossa scheggia, e in bocca mi sentivo qualcosa di caldo. Avevo un taglio sulla guancia, me ne accorsi passandoci con cautela la mano, e il labbro inferiore era spaccato. Un frammento di vetro piuttosto grosso mi si era infilato nel collo (…)».
La casa del dottor Hachiya si trova a circa 1,500 metri dall’ipocentro dell’esplosione – posto che sia possibile identificarne un ipocentro, giacché più volte, nel suo diario, Hachiya riporta le discussioni relative all’esatto punto dove è esplosa la bomba. Si scoprirà poi che, in realtà, la bomba si è disintegrata alcune centinaia di metri prima di toccare il suolo di Hiroshima. Il dottore e la moglie, Yaeko, riescono a raggiungere l’ospedale, dove cominciano a curarsi. Questo è il momento in cui ha inizio il periodo di 56 giorni coperto dal diario, tenacemente scritto nelle ore libere tra una crisi, una notte insonne, una moglie che ha persino attacchi di polmonite, gli incontri con i pazienti, con gli altri dottori e gli infermieri e, soprattutto, una incrollabile volontà di capire che cosa sia successo, quali siano gli effetti di quella che sembra una vera e propria piaga; le descrizioni mediche di Hachiya sono minuziose, quasi candide nella loro violenza: Hiroshima è una città di ustionati, di gente senza denti, piena di ferite e di aperture ricucite con aghi di fortuna; è una città di corpi che vagano tra le macerie anche solo per recuperare le ossa dei loro cari; è una città di orfani, di genitori che hanno perso i figli (qual è la parola per designare un genitore che ha perduto un figlio?); nei corridoi dell’Ospedale della Comunicazione vagano esseri umani che perdono i capelli, che si riempiono a poco a poco di inspiegabili petecchie – segno di una serie di emorragie interne che porta quasi sempre a una morte atroce - che soffrono di anoressia, dissenteria, vomito, allucinazioni; non ci sono bagni, non ci sono vetri alle finestre, non c’è la corrente elettrica, e l’odore è talmente forte che i degenti smettono di sentirlo; c’è una bellissima ragazza a cui il fuoco ha risparmiato il solo volto, e che giace immersa in un letto di pus; c’è una vecchia rimasta sola, che implora la morte; ci sono persone che hanno scritto nei volti il numero dei giorni che resta loro da vivere; ci sono persone che per alcuni giorni sono state perfettamente bene, e che hanno dovuto correre a ricoverarsi all’improvviso per delle improvvise deformazioni, per dei malesseri inspiegabili. È un’umanità che deambula senza meta tirandosi i capelli per vedere se rimangono attaccati al cranio, quella che descrive Hachiya. E soprattutto, per molti giorni, nessuno sa che cosa è veramente successo. Nessuno sa dell’atomica.
Hachiya, quando è in forze, lavora, cura, comincia a fare ipotesi e a eseguire delle autopsie sui cadaveri; conta i leucociti e le piastrine nel sangue dei morti; attacca delle coperte agli stipiti delle finestre sfondate per evitare che la pioggia gli bagni il letto; beve matcha e studia gli effetti delle radiazioni sui casi che ha a disposizione, per poi scrivere delle relazioni semplici e piane che sono una lezione di deontologia medica.
In città si dice che Hiroshima sarà inabitabile, per via delle radiazioni, per almeno 75 anni, ma nessuno ci vuole credere. C’è una fede, nelle azioni e nelle parole di Haciya, una fede laica che mi lascia sbalordito: è la fede nel fatto che se qualcosa di così tremendo e impensabile è successo l’unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e, per quanto le forze lo permettano, guarire, lavorare, studiare, fare del bene. Questo piccolo uomo vissuto nel mezzo della catastrofe mi commuove, nonostante la sua fedeltà incrollabile all’imperatore e alla parte sbagliata. Tutto crolla: la nazione, l’imperatore, i muri, le strade, i fili della luce, i corpi delle persone a cui vuoi bene, il tuo corpo, ma tu vai avanti a indagare, ad amare le tue cose e a lavorare per riconquistarle. C’è una mole di verità e di vita che mi sconvolge in questo pugno di giornate raccontate: l’idea non è quella di riuscire a sopravvivere – per quello c’è il destino -: è di sopravvivere ricostruendo, da subito, con pignoleria e costanza, il ritmo naturale della vita, senza fermarsi di fronte all’estrema difficoltà del compito, e all’inspiegabilità e ineluttabilità di quello che è accaduto.
«C’era solo un’altra possibile spiegazione per gli strani sintomi osservati: un’improvvisa variazione della pressione atmosferica. Avevo letto che si manifestano emorragie in individui saliti ad alta quota e in palombari che risalgono troppo rapidamente in superficie. Ma non avevo mai esaminato casi simili, e non potevo dunque dimostrare la mia tesi.
Tuttavia, continuavo a ritenere che la pressione atmosferica avesse a che fare in qualche modo con i sintomi in questione. Quando ancora frequentavo l’università di Okayama, avevo assistito a esperimenti condotti in una camera a pressione. Uno stato di sordità improvvisa e temporanea era uno dei sintomi che si manifestavano ogniqualvolta la pressione nella camera veniva bruscamente alterata.
Di una cosa ero certo: tre giorni prima, quando era avvenuto il bombardamento, non avevo udito niente che si potesse definire un’esplosione, e nel tragitto verso l’ospedale avevo visto case crollare, ma non avevo avvertito alcun rumore. Era stato come se avessi camminato in uno spaventoso film muto. Altri, da me interrogati, mi confermarono di avere avuto la stessa esperienza.
Coloro che avevano assistito al bombardamento dalla periferia della città, lo descrivevano con l’espressione pikadon.
Per dare una spiegazione accettabile del fatto ce né io né gli altri avevamo udito alcune esplosione, bisognava dunque dedurre che vi era stata un’improvvisa variazione di pressione atmosferica, che ci aveva resi temporaneamente sordi. Si potevano ricondurre alla stessa causa anche le emorragie che cominciavano a manifestarsi?»
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Se guardo il telegiornale, mi capita di provare a fare la conta di quante volte ricorre la parola «sicurezza» nei servizi e nei lanci da studio. Tolte le congiunzioni, gli articoli e la parola Europei – che avrà però vita breve, soprattutto se ci capiterà di uscire ai quarti – la parola «sicurezza» è la cosa che – declinata in varie forme – trova in assoluto più spazio. Detto in tutta onestà, io non mi sento insicuro. Non ho paura. Giro, faccio sostanzialmente quello che mi pare, e non credo che ci siano orde di albanesi con il coltello tra i denti pronte a sfondarmi la porta di casa. Appartengo a quella categoria di persone a cui non è mai stato rubato il portafogli, e che fuori dalla cucina non ha mai visto un coltello. Io questa emergenza, questo peggioramento non lo vedo. Le raccomandazioni che mi faceva mia madre negli anni Ottanta quando andavo a giocare al campetto erano, come tono e numero di vocaboli, le stesse che la mia vicina di casa fa ai figlioletti quando li lascia «scendere». Ma mia madre non era terrorizzata.
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L’emergenza è più in alto. L’emergenza è sempre più in alto. Se ne parla un po’ qui, e non ho niente da aggiungere.
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La paura è questa: molti di noi non si accorgono – o fanno finta di non accorgersene, il che è molto peggio – di quello che sta succedendo. Nessuno è sceso in piazza contro il tentativo di militarizzazione di Roma, Napoli e Milano. Per me è una cosa inaudita. Forse non lo faranno, e una grande spinta in questo senso l’hanno data le proteste della polizia. LE PROTESTE DELLA POLIZIA. Siamo un Paese assurdo, lo siamo sempre stati. Io mi immagino di girare per strada, magari in Paolo Sarpi – che per inciso entro pochi anni verrà pedonalizzata, infighettata, la comunità cinese verrà dislocata e diventerà la solita via senz’anima e senza nerbo – e di vedere questi gruppetti di soldati (con annesso poliziotto). Mi immagino che entro qualche mese questo genere di incontri diventi la normalità. Mi immagino che entro cinque anni da 2.500 i miliziani diventino 5.000, e che entro dieci anni diventino 10.000, e in nome della sicurezza in dodici anni 12.000, entro vent’anni 20.000, poi 25.000, 30.000, 40.000, in nome della sicurezza. Mi immagino che tutto questo sia recepito come normale. Ci si abitua a tutto, ma soprattutto al peggio.
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Che cos’è la sicurezza? È la protezione della proprietà privata. L’abbiamo ridotta a questo. È la protezione della proprietà privata, è la libertà di andare al centro commerciale il sabato pomeriggio, è la possibilità di possedere un satellitare da 15.000 euro e di continuare a possederlo – cioè che non ti venga rubato. È la tranquillità, strade deserte, pulite. La sicurezza è una lunga strada bianca, priva di pericoli, che conduce verso un luogo dove andare a fare acquisti, senza che ci sia il rischio di incrociare, in mezzo ai palloncini colorati, una faccia nera e sporca, una barba, un vestito liso rubato ai contenitori della Caritas.
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La sicurezza è una forma sociale di normalizzazione. La migliore delle italie possibili è, secondo questo nuovo concetto di sicurezza, bianca, cattolica, con una medio-alta capacità di acquisto, con un gusto estetico mediocre, un tasso di scolarizzazione medio, due televisori, i pranzi la domenica, il sabato all’Auchan e all’IKEA, i week-end in Liguria.
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Stanno tutti facendo finta di niente o non c’è nessun allarme nella faccenda della limitazione delle intercettazioni? Io non sono in grado di entrare giuridicamente nel merito della questione, però mi pare che sia la spia di una deriva e di una vergogna che non mi sento di non rilevare. Basta vedere un quarto d’ora de Il divo – tanto per rimanere sulla stretta attualità – per capire che il Potere ha sempre operato e lavorato all’ombra di se stesso, che la storia recente d’Italia è una storia del non detto, del traffico sotterraneo in nome della ragion di Stato. Oggi la ragion di Stato è sulle prime pagine dei giornali. il Potere per la prima volta ha la faccia tosta. A breve mi aspetto che il b***usconi di turno vada in tv e dica: «Insomma, mi stanno rompendo i coglioni su questo, questo e quest’altro, questi bastardi comunisti di merda! Io c’ho le mie cose da fare! Sciogliamo la magistratura! È vecchia! È corrosa [termine mio, N.d.R.]! Ci pensiamo noi!» Mi immagino che la sciùra applauda. Quante volte ho sentito, in questi mesi e in questi anni, persone anche a me vicine sostenere che insomma, bisogna lasciarlo pur lavorare, no?, e se la magistratura gli mette i bastoni tra le ruote come diavolo fa a provare a governare?
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Io credo che all’Italia e agli italiani, oggi come oggi, si possa fare e far credere tutto. Tutto. Si può far accettare con gioia persino la militarizzazione delle strade, si può portare sulle prime pagine le contrattazioni per la vendita della compagnia aerea, si può dire che la mafia non esiste. Basta dirlo con il sorriso, indossando la giacca e la cravatta e dando l’idea di essere una persona molto impegnata. In quale paese un degramamticato come Tosi avrebbe spazio sulle televisioni? E perché poi? Qui ce l’ha, e fa opinione.
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Come si comporta, come funziona il Potere oggi? Come un non-Potere, come una forma di azione basata sul consenso – e dunque sulla menzogna della partecipazione popolare alla prassi decisionale. A me questa sembra una cosa evidente e tragica. Io non ho nostalgia per le forme tradizionali di Potere, beninteso, ma quando mi sveglio la mattina non ho nemmeno tutta questa voglia di farmi prendere allegramente per il culo. Perché nessuno se ne accorge? Perché lo scandalo di questi giorni non tormenta le notti degli italiani?
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Poi vedo sempre più spesso gente che gira a piedi o in motorino portandosi dietro una radio accesa – tra l’altro SEMPRE con musica orrenda. È una cosa che mi turba, perché succedeva nei primi anni Ottanta, ed era pure una roba di importazione. Sono passati trent’anni e questa cosa è già ritornata. Piccole bande di ragazzini tamarri con il culo fuori dai jeans che sono la riproposta – negli atteggiamenti, nella spocchia e nella cifra spesa per i vestiti – dei paninari e degli altri gruppi modaioli decerebrati di quando io ero bambino. Vedo sempre più sessantenni girare agghindati come gli impiegati del Secondo tragico Fantozzi. File alle fermate dei tram con signore piene di buste di plastica e di anelli finti, con le acconciature vagamente stinte ma vaporose. Se vado in giro, l’umanità che vedo è goffa, derivata. Mi dà una costante sensazione di impoverimento, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di fantasia, di invenzione e di proposta. Tutto mi sembra, cromaticamente e qualitativamente, la brutta copia di quando io ero bambino. Non so se è vero, ma l’idea che non mi riesco a togliere dalla testa è che siamo totalmente immersi in una fase di regresso.

Arrivato pagina 32 del Corriere della sera di oggi, vengo attratto da un grosso box a sfondo nero, rigato di grigio come le finestre di una galera: sulla sinistra di tale box, due riquadri colorati ritraggono, il primo, due individui – un uomo e una donna asciutti e volitivi – in posa plastica da atleta, e il secondo un guerriero che impugna una sciabola; questo guerriero, in costume tradizionale giapponese, giganteggia sullo sfondo di alcune bandiere rosse che si stagliano sopra un mare in tempesta, dove a loro volta due portaerei – se l’occhio non mi inganna – stanno affondando. Sulla prima immagine campeggia la scritta Tempo di uomini tempo di vivere, sulla seconda Tempo di uomini tempo di morire.
L’occhio vagola per un po’ sulle due immagini, su questa iconografia di chiara matrice fascista. Questo è il Corriere della sera. Si tratta delle copertine di due grosse monografie (80 € l’una), acquistabili congiuntamente per 150 €. Leggo le brevi presentazioni riportate di fianco alle immagini: Tempo di vivere: «I magnifici [corsivo mio] anni trenta nei manifesti italiani più belli. Un grande volume che raccoglie una selezione di manifesti degli anni trenta [ancora], dal cinema allo sport, dalla moda alla politica, dalla guerra d’Africa alla guerra di Spagna». Tempo di morire: «Una pubblicazione che raccoglie i manifesti stampati durante gli anni 1940-45. Per il periodo 1943-45 i manifesti della R.S.I., del Regno del Sud e della resistenza».
resistenza minuscolo. Questo è il Corriere della sera, penso. Non voglio commentare, non voglio rischiare di fare dietrologia, non voglio nemmeno rischiare di dire cose esatte.
Dico solo che lo slogan di questa casa editrice è: La storia siamo Noi!
Il nome di questa casa editrice è: edizioni CIARRAPICO.
Nella sua Psicologia storica del carnevale, l’amico di Benjamin Florens Rang scrive di un’epigrafe risalente a 3000 anni fa, dove si racconta che in Mesopotamia – in un regime cioè perfettamente teocratico - esisteva un giorno di festa in cui «l’ancella prendeva il posto della signora, lo schiavo incedeva nel rango del signore» mentre «il potente stava in basso come l’uomo comune». Lo scherzo insolente, sostiene Rang, la culla della follia, stanno nella casa della saggezza: lo sberleffo e il Riso sono tali se sono fatti nella casa di dio e sono rivolti a lui. Il carnevale è un interregno dove tutto è goliardicamente permesso, l’ebbrezza della festa è la rivoluzione di un giorno contro il mondo, contro dio, contro il potere.
Invece ieri a Milano è partita ufficialmente la campagna elettorale del centrodestra. berlusconi ha arringato agli Ipoventilati di San Babila prima di trasferirsi nell'appendice coperta della piazza, il Teatro Nuovo, e dire le solite vaccate facendosi strada tra le sciùre, i bauscia e le autoreggenti della brambilla. È molto facile scrivere che, più o meno nello stesso momento, a poche centinaia di metri di distanza, transitavano i carri del carnevale, i bambini si gettavano i coriandoli, la gente girava in maschera, spernacchiava, si faceva la doccia di schiuma da barba; è molto facile scrivere anche che, per un osservatore attento, in questo piccolo sabato milanese le manifestazioni non sono state due, ma è andata in scena un'unica, immensa messinscena mascherata dove il popolo e il potere, entrambi ridicolmente agghindati per la festa, si sono impossessati della strada.
La povertà del nostro carnevale, la sua insignificanza antropologico-culturale, vengono proprio da qui: dalla fine della differenza tra l’uomo di potere e il popolo. Le autoreggenti della brambilla sono il suo costume e il suo tratto distintivo, come lo era la mitra del sacerdote o l’abito della regina; solo che le sue segretarie le acquistano al mercato di Bosisio Parini o alla peggio da H&M. La figura da self-made di berlusconi, la sua ignoranza e la grettezza paesana esibite, appartengono al popolo, alla classe media che lo vota. Ciò che distingue berlusconi dal resto della popolazione è semmai il fatto che la popolazione sa che è ricco: ma si tratta di un sapere che non è direttamente verificabile, perché l’uomo di potere è piccolo, vestito sempre uguale (ha pertanto un suo «costume»), stupidotto, popolano nei gusti e nel linguaggio. È insomma l’immagine perfetta (anche se truccata) della massa che lui stesso guida e rappresenta.
Il nostro carnevale è opposto a quello descritto da Rang: è un carnevale dove non si deride più il potere, perché il potere nella sua accezione teocratica e sacrale non c’è. C’è invece un potere truccato, piccolo e volgare, che scende in piazza insieme al popolo da cui dovrebbe essere deriso e lancia i suoi proclami elettorali. Questo tragico cambio di prospettiva ieri è stato celebrato definitivamente a Milano, con l’allegoria potentissima delle due manifestazioni nello stesso luogo e nello stesso momento. La cerimonia anarchica del carnevale è pertanto finita, perché l’espressione media del potere si è impossessata del suo interregno e ha posto la parola «fine» alla possibilità di un ribaltamento delle prospettive. Non posso più deridere il potere perché esso è in questo momento qui con me, è uguale a me ed è goliardico quanto me.
"No, non è giusto. Ci vogliono altre cose. Hai letto Gramsci? Questa è una società perduta e le poesie sono solo degli alibi." "Ma certo. Cosa vuoi di più, qui? Bisogna andarsene; lasciare tutto com'è e andarsene a lavorare da un'altra parte. (...)" "Non è questo che voglio dire. La società italiana è perduta; dappertutto; anche a Roma, forse come qui. Che cosa vedi davanti se ti metti a pensare all'Italia?" "Ma se penso all'Europa?" "Ancora meno, vedi, salame; il buio delle miniere, qualche re, l'industria, le sigarette svizzere." "E allora?" "Allora basta con le poesie. Bisognerebbe scrivere un romanzo, o soltanto leggerlo, che mostri questa società sopravvissuta..."
Paolo Volponi, La strada per Roma
Io non conosco le ragioni vere, recondite, di quello che sta succedendo a Napoli in questi mesi. A dire la verità, non conosco le ragioni di quello che sta succedendo in Italia in questi mesi, non mi ci raccapezzo più. Guardo le immagini di questi paesucoli intorno al Vesuvio, la gente che vive in mezzo a chilometri quadrati di merda, che gira con le mascherine; leggo che alcune zone sono aggredite da effluvi di diossina, che non si respira più, che non si vive più. Al comune di Somma vesuviana hanno sospeso il rifornimento idrico: nelle case, nei negozi, nelle scuole, non c’è più acqua. «E’ una cosa che succede anche in estate», ho sentito dire da una ragazza intervistata alla tv. La gente di Somma vesuviana prende le macchine e va nei paesi vicini a riempire delle taniche con cui – immagino – si lava e beve. Qualcuno dice che l’emergenza c’è da vent’anni, qualcun altro dice che è “solo da pochi mesi”. Ma, cazzo, anche se l’emergenza fosse di due settimane, perché nessuno è ancora riuscito non dico a risolvere, ma a fare qualcosa? Si sa – anche se non si può dire – che gli appalti dello smaltimento rifiuti in Italia è largamente in mano ai vari tipi di mafia che rendono questo paese orrendo così unico e così folkloristico. Ma che lavoro fa la gente? Pecoraro dov’è? Sta rassegnando per caso le dimissioni? E che cazzo fa Bassolino dalla mattina alle nove quando entra in ufficio alla sera alle dieci quando va in televisione? Che cazzo di lavoro fa la Jervolino? Rosa, cos’hai fatto oggi? Alle nove, alle dieci, alle undici? Alle cinque? Che cosa hai fatto? Che carte hai firmato? Di cosa hai parlato? Con chi? A chi l’hai – mi auguro metaforicamente – succhiato? Che cazzo di lavoro fai? Adesso i cattivi sono i sindaci e la giunta regionale del Veneto, che rifiutano di smaltire i rifiuti campani, ed è vero: l’Italia è piena di gente orrenda. Però perché Bassolino non è indagato? Perché sua moglie è senatrice e al senato se manca un voto il governo cade o perché è una persona meravigliosa, colta, raffinata, che in realtà la Campania l’ha pulita, e sono i giornali a prendere la gente per il culo? Perché?
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Oggi l’udeur – questo partito che è una vergogna e un’onta nazionale – ha chiesto ufficialmente ai cazzi flosci del governo di votare all’unanimità la fiducia incondizionata a mastella. Pena: la sfiducia al governo, il venir meno dell’appoggio. Dunque, in una parola, la caduta, le elezioni, la vittoria di berlusconi, l’accelerazione dei processi di deperimento intellettuale di una nazione che è già allo stremo delle forze. Perché non stiamo scendendo in piazza contro questo modo di intendere il potere e la vita? Perché ci sembra normale che mastella sia una vittima, perché non ci fa nessun effetto il fatto che gli organi di stampa siano stabilmente a Ceppaloni e intervistino la maestra elementare di mastella, il suocero di mastella, l’autista di squolaBus di mastella, la cugina di mastella, il macellaio di mastella, il parroco dell’oratorio di mastella, e tutto questo solo per far dire loro: «Ma è un uomo onesto! Uno che quelle cose lì non le ha mai fatte, non le ha fatte di sicuro! Io lo conosco fin da quando era grande così!»?
Come è possibile che nessuno dica niente davanti a una deriva del genere? Sono l’unico che se ne accorge? Perché mastella l’altro ieri il discorso di dimissioni l’ha letto? Quando cazzo l’ha scritto? Lui è andato in parlamento la mattina, alle dieci e mezza doveva tenere una relazione, alle dieci e venti ha saputo dal tg del fermo della moglie, alle dieci e quaranta era lì che leggeva il suo discorso. Allora mi chiedo: è un grafomane innamorato di Kerouac o ci stanno prendendo tutti quanti per il culo?
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In ogni caso, chissenefrega. Se il problema del paese fosse questo, l’Italia sarebbe un posto meraviglioso dove vivere. Invece l’Italia è un posto orrendo proprio perché di una cazzata immane come questa si riesce a fare un caso epocale, in cui tutti devono e possono dire la loro – e lo fanno, oh se lo fanno! Intanto la gente soffoca nella diossina e le percentuali di tumori nel napoletano si impennano.
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Invece qui, in questo paese di camerieri e di bagnini, il potere è la cosa più assordante, chiassosa e sciocca che si possa trovare. Tutte le beghe sono in piazza (pensate anche alle intercettazioni), tutto è sul piatto con una sfrontatezza che tuttavia non deriva da una sicumera o da un senso di inviolabilità, ma da una goffaggine che è prima intellettuale e poi politica, da un non sapere cosa fare e da un non riuscirlo comunque a fare.